venerdì 15 marzo 2013

"Grazie, Jeeves", P. G. Wodehouse - Riflessioni....

Lyons Corner House, Tottenham Court Road, London 1934 by Wolfgang Suschitzky
Fonte: Steroge will do

L'anno in cui veniva scattata questa foto usciva il libro di cui vi parlerò oggi. Fa parte di una collezione denominata "I Jeeves" che ricsosse molto successo sin dall'uscita del primo libro nel 1922 e che è stata rispolverata dal Polillo Editore in una collana ad hoc che riporta il nome dell'originale. La motivazione per cui fu così gradita non è unanime ma rimane il fatto che, come cita anche Wikipedia, oggi ci rimane insieme al tipico umorismo inglese, di un uomo apprezzatissimo nel suo tempo, anche uno spaccato della vita e del modo di esprimersi di quel periodo che si situa fra le due guerre. Quello che infatti emerge leggendo Wadehouse è la sua spiccata propensione ai dialoghi tipica di un uomo che oltre ad aver scritto innumerevoli romanzi, umoristici e non, ha anche lavorato per il cinema e il teatro a lungo. La serie i Jeeves ha come protagonisti il "maggiordomo", saggio e estremamente signorile, Jeeves e il suo "padrone", l'egocentrico e decisamente maldestro, Bertie Wooster.
E come sempre avviene l'umorismo diventa il mezzo per mettere in luce non solo la differenza dei ceti sociali, ma sopratutto dei loro comportamenti che nella letteratura umoristica inglese è quasi un'usualità.

La storia è straordinariamente semplice, fin quasi troppo. Bertie Wooster ha una  passione per il banjoele e per questo viene quasi cacciato dal suo appartamento londinese; il suono  disturba i nervi della sua vicina di casa. Anche Jeeves non sopporta questo suo hobby e mette il suo padrone di fronte ad un bivio: o lui o il banjoele. Inutile dire che Wooster preferisce lo strumento e che decide, senza nemmeno riflettere, di trasferirsi in campagna nelle vicinanze dell'abitazione di un caro amico di scuola, Lord Chuffnell, che ha a sua disposizione un intero castello con tanto di paese annesso. Wooster andrà ad abitare un cottage sito di fronte al porto e sperando così di trovare finalmente l'agognata pace.   Invece, piomba nel tranquillo villaggio una famiglia di americani, padre con figlia in età da matrimonio ed ereditiera e il figlio più piccolo accompagnati da uno psicologo impiccione e spesso poco conciliante. Tutti si conoscono, molti hanno recriminazioni e antipatie o anche amori, e quel che hanno in comune di passato permette alla storia di continuare ad avere scene a sorpresa. Chiaramente, avendo spostato altrove la scena principale, alle dipendenze di Lord Chuffnel, compare anche Jeeves che, dopo esser stato scartato dal suo preferito, ha trovato lavoro da chi sembra apprezzarlo da una vita e compare qui e là per risolvere le varie situazioni ingarbugliate che si vengono a creare.

Quando ho messo il "Dal libro che sto leggendo" ho scritto che non era proprio tra i miei "preferiti". Sull'attimo, la motivazione era "lentezza nel far scorrere la storia" e l'eccessiva presenza di dialoghi, alcune volte ripetitivi. E in effetti anche oggi sosterrei tale tesi. Ma corre l'obbligo di analizzare anche lo stile che caratterizza questo testo al netto dei miei gusti. Infatti se si osserva con più attenzione questa storia ci si rende conto che, Wadehouse, scrive come se dovesse portare in scena questi testi e che, letti come tali e azzeccando le tonalità di chi parla, le frasi acquistano un altro sapore. Gli indizi ci sono un po' ovunque:
- numero di luoghi ben definito e mai eccessivo ovvero quattro;
- presenza di personaggi nelle scene clou tutti, ma in tempi adiacenti fra loro così da non affollare la scena; 
- dialoghi serrati che coinvolgono sempre un numero limitato di protagonisti;
- le scene secondarie non avvengono mai in presa diretta, ma vengono raccontate a posteriori;
- i personaggi secondari sono quasi inesistenti o ridotti a ruoli di mera presenza silenziosa nonostante alcuni di loro abbiano, per racconto di terzi, ampio spazio nella narrazione.
Questo fa sì che nella lettura, a meno di una immedesimazione quasi da attore, si finisca con il perdere la comicità dell'assurdo che viene man man proposta proprio perché tutte queste impostazioni diluiscono, nei dialoghi, i tempi della narrazione.

Rimane al lettore anche "il tema portante" della continua contrapposizione tra chi ha potere per questioni di sangue o di soldi e chi invece si deve guadagnare il pane. I primi riempiono la loro vita di immense futilità, crescono con la certezza di poter fare tutto senza il minimo impegno. Jeeves invece, oltre a fare il ruolo del classico "deus ex-machina", si propone come un conoscitore di letteratura, musica, bon ton e altro. L'insieme delle due facce della medaglia restituisce al lettore un'aristocrazia annoiata che, passando tra una cena e un ballo, cerca come può di passare il tempo di una vita che sembra scorrere sin troppo lentamente. Riflettendo questo libro mi fa pensare che dai tempi presi in giro dalla Austen fino all'epoca di questi scritti le cose non fossero poi molto cambiate e se la famosa scrittrice inglese si divertiva a prendere in giro le donne civettuole Wodehouse si sofferma a dipingere la caricatura della categoria maschile senza che il cambiamento di secolo abbia influito più di tanto sullo stile di vita generale di questi ceti imbalsamati.
In generale rimane una lettura per amanti del genere e completamente diversa da J.K. Jerome. Non è detto che a tutti piaccia, nel mio caso infatti non ha sortito l'effetto voluto , ma non mi negherò un altro libro della collezione per verificare se la questione risieda nella trama o nel modo in cui viene svolta.
E' comunque un autore della letteratura inglese che bisognerebbe conoscere.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

  
Grazie, Jeeves
P.G. Wadehouse
Polillo Editore, ed. 2005
Collana "I Jeeves"
Prezzo 12,40€





1 commento:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...