sabato 27 maggio 2017

#MaggioDeiLibri #recensioni Le letture della Centuriona: Dentro l'acqua





'La ragazza del treno', esordio della giornalista inglese Paula Hawkins, è stato il caso editoriale di tutto il 2016 (pur essendo uscito a metà del 2015), grazie anche al film (che però pare non abbia avuto il successo sperato, peccato, perché a me, la Blunt piace parecchio)
Io lo avevo letto, mi ricorda Goodreads, a settembre del 2015, in 3 giorni. Mi era piaciuto. Parecchio. 
Quindi cosa ne penso di questo secondo romanzo, che si è fatto attendere quasi 2 anni e per cui c'era tanta attesa?


Il titolo 'Dentro l'acqua' non potrebbe essere più azzeccato, e neanche per il motivo scontato che potete pensare. La copertina è interessante. Non so voi, ma io ci ho messo qualche giorno prima di accorgermi della figura che si riflette nell'acqua, solo perché, sul retro, senza la scritta, l'immagine mi è risultata più pulita e più comprensibile.


La Hawkins scrive bene, questo, secondo me, è innegabile. Cioè, scrive come piace a me. Stringata, niente giri di parole, niente similitudini forzate, niente metafore incomprensibili.
Certo, la struttura non è altrettanto semplice. 
Il romanzo, infatti, si suddivide in 4 parti e in ben 86 capitoli, per lo più molto brevi (a volte, di appena una pagina) e ha la bellezza di 10 + 1 protagonisti.
Perché +1?

Vi spiego: l'autrice ha strutturato il libro facendo alternare (come nel precedente, ma in versione 3.0) le voci dei protagonisti (alcuni dei quali parlano in prima persona gli altri invece in terza -immagino l'autrice abbia anche avuto una motivazione per suddividerli in questo modo, ma la mia pigrizia mi impedisce di scavare più a fondo, anche se un'idea ce l'ho) di questa intricata faccenda che si sviluppa, complessivamente, tra il 1679 e il 2015.

Oltre alla vera protagonista principale, che possiamo individuare in Jules, non fosse per altro che è colei che occupa più capitoli (25 in tutto, mentre gli altri arrivano al massimo a 12), la storia ci viene sottoposta dal punto di vista, spesso accuratamente falsato (ahhahahahah, mica poteva essere così semplice), di altri 9 personaggi vivi + quello di Nel, che è la sorella di Jules ed è appena morta, attraverso le pagine del manoscritto su cui stava lavorando. 

Manoscritto che è il filo d'unione di tutta la storia. O meglio, lo sono le donne 'piantagrane' (la Hawkins proprio a questo genere di persone dedica il libro) che Nel dipinge nel manoscritto.
Il proposito della sorella, infatti, è quello di trovare un collegamento tra quel posto, lo stagno delle Annegate, e le strane morti che sono capitate proprio in quel punto del fiume.
Omicidi? suicidi? streghe? mogli? donne sofferenti senza via d'uscita?
Qual è la verità?

Anche questa volta, la Hawkins riesce a fare in modo che siano i personaggi stessi, pian piano, tra una bugia e un'altra (alcune dette agli altri, alcune dette a sé stessi) e tra un'incomprensione e un'altra, a rivelarci cosa è successo. Quello che è successo a Nel e alle donne che l'hanno preceduta.
Certo, riuscire a stare dietro a così tanti punti di vista non è facile. E forse l'autrice ha difettato un po' nel caratterizzare la scrittura a seconda del protagonista. Una maggiore caratterizzazione penso mi avrebbe evitato di chiedermi, per le prime 100 pagina, 'Aspetta, chi è più questo Mark?/ chi è più questa Erin?'. Cosa non da poco. Ma, alla fine, memorizzato (ahhaha, non è vero, me li sono scritti) i nomi dei protagonisti, non è affatto difficile riuscire a seguire la storia. E non è affatto difficile capire che, più di ogni altra cosa, la vita tende a fregarci facendo leva sulle nostre certezze. L'autrice è proprio brava a spiegarcelo.

L'ultimo consiglio che vi do, per questo libro, è questo: se siete di quei folli (detto con benevolenza) lettori che hanno la strana abitudine di leggere il finale prima di iniziare il libro, NON FATELO! Per una volta, fidatevi ciecamente della Paula e aspettate ad arrivarci.

Detto questo, buona lettura e buon fine #MaggioDelLibro!

Nastascia Mameli
Marassi Libri
Corso De Stefanis 55/R
16139
Genova
010815182


Il calendario di questa settimana:


giovedì 25 maggio 2017

#Maggiodeilibri- Paola C. Sabatini: Marta, intrappolata nel terzo di San Martino #recensioni


Fonte: Amina Sabatini- MyDayWorth

Per l’ultima settimana del #MaggioDeiLibri, l’indicazione ricevuta è stata quella di consigliare un libro, magari fresco di stampa, possibilmente di un esordiente. Non ne leggo molti, sinceramente.

Appartengo alla categoria dei lettori che preferiscono dedicarsi ad autori rigorosamente morti e sepolti da almeno un ventennio, in parte perché ho la sana convinzione che se la fama di uno scrittore sopravvive alla sua morte, sicuramente già in vita aveva qualcosa di importante da comunicare, in parte perché la penso come Proust, quando scriveva che occorre un certo distacco temporale tra la creazione di un’opera e la sua vera comprensione da parte del pubblico - almeno cinquant’anni -, poiché i lettori contemporanei all’autore difficilmente saprebbero coglierne il vero valore.
Sempre modesto (e snob), lui.
Alla fine, ho deciso di leggere “Grande Era Onirica” di Marta Zura-Puntaroni, che mi ostino mentalmente a chiamare Comparoni senza una valida ragione, perché rispondeva ad entrambi i requisiti – fresco di stampa, autrice esordiente -, perché ho assistito alla presentazione del suo libro a Siena (le foto sono state scattate proprio in quella occasione) ed ho ascoltato la sua voce e, last but not least, perché gran parte del romanzo è ambientato ♫♪...nella più bella delle città…♪♫ - come cantano i contradaioli a Siena prima, durante e dopo ogni Palio -, fatto più unico che raro almeno dai tempi di Federigo Tozzi.

La trama è presto detta: una giovane donna racconta la sua depressione, l’evoluzione della malattia e la sua cura, scandita dalle cosiddette Grandi Ere Oniriche, fasi strettamente collegate “a qualcosa di chimico che lega assieme gli spasmi notturni della corteccia prefrontale e sembra dar loro quasi un senso”, facendole in tal modo guadagnare l’illusione che non ci sia un motivo interno a farla essere quella che è, ma che tutto possa essere spiegato e dipenda da quello che ingerisce, fuma o beve.
Si avverte fin dalle prime pagine l’elemento autobiografico del racconto, confermato dalla stessa autrice in più interviste, dato che lei stessa è stata in cura almeno per tutta la durata dei suoi anni universitari. La storia si dipana fra gli amori impossibili o sbagliati della protagonista: il Primo, il Poeta e l’Altro, il suo rapporto con i vari psicologi e psicoterapeuti cui si rivolge nel tentativo, più o meno conscio, di guarire: il Vecchio Argentino e Gandalf prima, lo Junghiano e dall’Hippy poi, e il rapporto con suo padre, personaggio decisamente singolare e dai metodi educativi discutibili ma, a quanto pare, molto efficaci.
Gli unici nomi propri che compaiono sono quelli di persone realmente esistenti, trasposte nella finzione narrativa: l’amica Stefania, detta Ste, e i bibliotecari Leonardo e Filippo.
Personaggi minori: la Figlia dell’Altro e un gatto che si chiama Gatto.

Fonte: Amina Sabatini- MyDayWorth
Ambientazione principale: Siena, anzi, il Terzo di San Martino che i senesi conoscono bene e gli studenti universitari imparano col tempo ad identificare. Ambientazioni secondarie: il primo arrondissement parigino, una zona dalla quale la protagonista non si allontanerà mai durante il suo breve soggiorno Erasmus, e San Severino Marche, città natale della scrittrice, nei cui boschi ha imparato dal padre la difficile arte della sopravvivenza.
Lo stile è: brillante, anche quando descrive i farmaci e i loro effetti collaterali; schietto, ma mai volgare, quando racconta le umiliazioni di vario tipo cui la protagonista si sottomette; sincero, quando descrive il suo amore verso Siena e il rapporto che questa città riserva a chi non è nato lì: accoglie ma non accetta; amorevole, quando parla dei suoi genitori. Non c’è commiserazione nella narrazione, ma una lucida determinazione nell’affrontare il male oscuro.
D’altronde, l’argomento scelto mostra di per sé una buona dose di coraggio e nessun timore reverenziale da parte dell’autrice, visto che la depressione è stata già oggetto di romanzi o racconti pubblicati da autori di indubbio talento e fama, come Giuseppe Berto e David Foster Wallace tanto per citarne un paio. 
A differenza di Berto, però, Marta Zura Puntaroni fa un uso abbondante (solo abbondante?) della punteggiatura, in particolare dei due punti, tanto è il suo bisogno di spiegare e di chiarire quello che afferma nelle frasi precedenti, come insegna la grammatica italiana, e di lineette e trattini.

Fonte: Alessandro Gazoia
Concludendo, si tratta di un libro interessante, scorrevole, di una prima prova ampiamente superata, che fa ben sperare per il futuro. Marta appartiene alla generazione degli “erasmus”, dei blogger, delle informazioni cercate sul web attraverso la lettura veloce e sbrigativa di innumerevoli siti, dei social media, dell’eterno presente, ma se terrà bene a mente ciò che lei stessa ha scritto, riuscirà con la sua arte a tranquillizzare chi è turbato e a turbare chi è tranquillo, lasciando come consiglia Proust ai posteri l’ardua sentenza e una buona traccia di sè.

Paola C. Sabatini




Grande Era Onirica
Marta Zura-Comparoni
Minimum Fax, edizione 2017
Collana "Nichel"
Prezzo € 16,00

Il calendario di questa settimana:

martedì 23 maggio 2017

#MaggioDeiLibri #Recensioni : "L'occupazione", Alessandro Sesto - Un'occupazione curiosa...



Fonte: Mondi fantastici


"Penso quindi sono". Il problema della nostra era contemporanea è spesso che "penso" è scambiato con "scrivo". Non siamo in funzione di quello che ci viene in mente, anche estemporaneamente, ma siamo in funzione di ciò che scriviamo o fotografiamo e poi mettiamo sui social. "Sto vedendo Guerre stellari!", "Sto leggendo Il giovane Holden...", "Stamattina mi sono alzata così !❤ " seguita da foto cult sul letto con calzini -che manco per andare in palestra metteremmo!-, tazza di caffè che non si sa come si tiene ferma su lenzuola candide, libro e, vai a capire il motivo assurdo del concepire una cosa del genere soprattutto se ti dichiari lettore, accanto il segnalibro! Milioni di persone tutte diverse impegnate tutte a trovare il loro stereotipo pur di poter appartenere a qualcosa.
Ora, oggettivamente, se domani ci invadessero, non ce ne accorgeremmo per due motivi: noi e costante "sforzo sociale". Ci sarebbero i complottisti a dirci "È tutto un complotto dei poteri forti!!", quelli che strage o non strage fanno diventare la loro foto come grandi arcobaleni, dispendi di frasi di circostanza "RIP", "Mai più!", "Che la terra ti sia lieve", "Anche io sono "stato/persona/persone/personalità/vip (del caso)", e ancora quelli che ci fanno satira sopra e quelli che ce l'hanno con coloro che fanno satira. In più i giornali cercherebbero l'HashTag più letto e se, l'occupazione, non è al top "chissene!" meglio mettere i gattini che fanno sempre tendenza. Ecco, sono fermamente convinta che, in un mondo in cui la polemica alza l'audience, l'occupazione, un qualcosa che ci mette tutti dalla stessa parte delle vittime, non sarebbe proprio la nostra prima preoccupazione.

La storia di cui parlo oggi sembra partire da una considerazione simile alla mia, e anche da una serie di assunti classici della distopia su cui si sono provati in passato con storie del tutto diverse fra loro Philip Dick o Orwell o Orson Wells. 
L'America, si dice, sia stata invasa dall'Europa. Si dice perché non si sa perfettamente. Un tempo l'invasione, o occupazione che dir si voglia, era caratterizzata da situazioni tangibili: c'erano gli invasori fisicamente conquistavano il terreno conteso, spari e tumulti, gente che veniva riunita per esser meglio controllata e via dicendo. Nell'era di internet, quella dietro l'angolo, questo non avrebbe luogo, tutto si svolgerebbe in un giro di bit che ad esempio guidano un drone, e, per quanto possa sembrare assurdo, basterebbe far crollare la borsa di un paese per farlo risvegliare senza risorse. 
Quindi, "L'Occupazione" di questa storia, ha difficoltà ad essere confermata proprio perché non è evidente e, quindi, i protagonisti si ritrovano a cercare notizie in rete e sui giornali; conferme e smentite si susseguono fino al punto di creare anche diatribe all'interno delle stesse redazioni e di veder uscire giornali che si contraddicono fra loro, anche se appartenenti alla stessa testata. In questa mondo seguiamo le vicende di Andreas e Jacob. Andreas ha una vita come tante, una fidanzata come tante, guarda serie come tante e lavora come tanti. Jacob ha un cane, lavora per una ditta che abbandonerà, è in cura da uno psicologo al di fuori dello standard e in comune con Andreas ha una cosa sola: entrambi sono degli informatici. L'occupazione, "occupa" lo spazio di un attimo nelle loro vite. Vite che poi, in attesa di conferme, riprenderebbero da dove si sono interrotte l'ultima notte da "nazione libera", ammesso che non lo sia ancora, se non fosse che la compagna di Andreas sia sparita lasciando un asettico messaggio e Jacob si ritrovi in una nuova azienda più impegnata a far festa che a fare fatturato e che continui ad essere perseguitato da uno stalker, dal nick Tokyo, che continua a scrivergli cose assurde mentre sta giocando a Go - un gioco giapponese online-. 

Sembra un gran caos vero? In effetti il "gran caos" finisce esattamente alla terza pagina. Dopo, tutto sembra diventare normale nella sua assurdità. È un libro delilliano questo, in molte delle sue parti, per la sua prosa diretta e realistica ma anche per la rinuncia alla ricerca ossessiva di verità. La storia non deve avere un fine, il memento è l'attimo stesso di cui si racconta. Fa l'occhiolino a Wallace per la sua rinuncia alla "metafora che deve asservire la ricerca di un significante"; si serve di frammenti delle nostre vite riassemblandoli in un grande mosaico che ne amplifica le caratteristiche peculiari nei loro aspetti più irrazionali. Non serve che si riconosca il singolo frammento, ma che, dall'unicum che ne esce, si sia in grado di dare il giusto valore, significato ed emozione alle cose che realmente sono importanti. Il significante non va più cercato come dice Eco, è lì, nella trama e nella storia presa così come è scritta. 
È paradossale perché nessuno verrà mai ad occupare a nome dell'Europa, l'America senza che non ci sia almeno uno che dica "No, non ci sto!" e rimane vero in ogni sua parte che descrive l'apatia con la quale la vita e gli eventi ci scorrono vicino senza che noi abbiamo la benché minima voglia di prendervi parte. È limato sull'esigenza di esserci, ma avulso dalla vita di una qualsiasi persona che potremmo conoscere, tanto da rendercelo "strano", e perrottiano nella sua curiosità di seguire le scelte, per noi a volte assurde, di Andreas e Jacob e le loro conseguenze che non seguono mai percorsi prefissati. Per dirla in poche parole: questo lavoro riassume la curiosità di Sesto. E' una forma di indagine strana che sembra portarlo a guardare alle manie attraverso quelle dei personaggi che crea.

E così con lo scorrere delle pagine saltano fuori la nostra affezione per le storie infinite e che continuano a riavvolgersi su se stesse che noi amiamo vedere in tv, la nostra necessità di non avere risposte ma di essere ascoltati, il nostro necessario senso di appartenenza a qualcosa, che non è detto che ci appartenga, ma ci permette però di fare gruppo. Emerge l'uomo contemporaneo, impegnato a guardare il dito e non la luna che sta indicando, che perde il senso della visione d'insieme a favore di un senso di inadeguatezza nell'attimo che gli scorre davanti e nelle piccole cose che lo circondano. Una persona che si accorge che la stessa storia gli viene rifilata in più stagioni solo cambiandone i protagonisti, o che vive l'appartenenza ad un credo, anche se dichiaratamente nuovo e libertario, che invece diventa identico ai precedenti non nel suo essere una religione, ma per la rinuncia degli adepti a pensare con la propria testa. E la rinuncia a pensare, ad essere, pervade la nostra quotidianità e in parte questa storia. Andreas non ha più Nora, non sa dove sia andata a finire, la cerca. Rinuncia a se stesso, al pensiero, in favore di un mondo che non gli appartiene, anche se continua ad avere il dubbio che lei non lo abbia lasciato ma che sia stata costretta a farlo. Non coglie nuove opportunità e nemmeno percorre vecchie strade. Rimane lì a cercare senza convinzione, estraneo ad un mondo che vede scorrere come una serie TV. Stessa cosa dicasi per Jonas, che cerca Tokyo e anche qualcun altro (ma questo lo dovete scoprire da soli!). Cerca, ma non sa cosa e non sa perfettamente se la vuole trovare.

Questo avviene proprio perché non è la verità finale che ci libererà tutti, ma è il viaggio. Un viaggio che parte da un'occupazione che non c'è, da una persona che non c'è più o che non è reale e che finisce in un momento imprecisato. Un'apice che non ha bisogno di una discesa. Un viaggio attraverso un mondo irreale, popolato di personaggi assurdi e dall'assurdo significato che si da alle cose o alle persone, nonché agli avvenimenti. Un viaggio molto simile a quello che fa ognuno di noi, in contesti decisamente più normali ai nostri occhi, ma che diverge poco da quello di Sesto. Imparando a guardare le nostra realtà da altre angolazioni, con altre parole, ne esce un uomo in parte sconfitto dal peso di una mancanza di verità certa, quella dei giornali, delle presenze e delle risposte. Le certezze sono quelle che pensiamo essere i cardini della nostra vita che, paradossalmente, non ha nulla di certo.
Emerge anche l'ingenuità che riusciamo a mantenere, molto spesso nascosta anche a noi stessi, che ci spinge ad andare oltre quella che è la nostra comfort-zone e che ci porta a scoprire e a soppesare ciò che è diverso da noi. Non è detto che accettiamo di sposarlo, ma entrare in contatto con la diversità è il più puro atto di curiosità che si avvicina pericolosamente a quella di un bambino. La curiosità è qualcosa che ci rende liberi, di provare, sentire e prendere in considerazione. Forse l'ultimo atto di libertà che ci rimane da esercitare. Possiamo lasciare oppure tenere ciò che per curiosità abbiamo visto, sentito o provato. Ma da lì, entrano in gioco fattori diversi, i filtri dell'età adulta, le esperienze e via dicendo e torniamo nel nostro personale stato di Occupazione. Perché alla fin fine "L'occupazione" di Sesto non è altro che quella che noi costruiamo giorno per giorno riempiendoci di filtri e di limiti che pensiamo che con l'età ci debbano appartenere.

La curiosità che muove questo libro è anche quella del suo autore. Sembra un po' un insieme di tutte le curiose esperienze e letture, diversissime fra loro, che Sesto ha fatto. Il suo peregrinare fra una storia e l'altra -che sia in TV, in un libro o un documentario-, si fondono alla perfezione creando situazioni satelliti e cosmologie del tutto particolari, talvolta decisamente verosimili e divertenti- legate fra loro dalle avventure dei due protagonisti, lasciandoci interdetti e sicuramente divertiti. In tutto questo e contando che Sesto finora si era sempre dilettato in racconti, pensare che sia uscito con un intero romanzo di 300 pagine può sicuramente fare un certo effetto. E invece no, è il Sesto di sempre scorrevole, divertente e anche molto divertito, che con la nonchalance che lo contraddistingue, con fare "curioso" segue le avventure dei protagonisti che ha creato senza interferire, ma lasciandosi trascinare. Riesce a portare con se i suoi lettori senza annoiarli con dichiarati inutili particolari ma riuscendo ad evidenziare la necessità di ognuno di loro.
È stata un'avventura decisamente interessante cui, mi auguro, seguiranno molte altre, con molti altri e diversi riferimenti, che polverizzeranno alla prima riga l'immagine che, finora, mi sono fatta di questo autore e che, come questa volta, svela sempre qualcosa di nuovo e inaspettato. Chi non lo legge, probabilmente verrà occupato per ricordargli l'importanza di leggere "L'occupazione". Io ve l'ho detto, poi non vi lamentate!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

L'occupazione
Alessandro Sesto
Gorilla Sapiens Edizioni, ed 2017
Collana "Scarto"
Prezzo 17,00€



E ora il calendario di questa settimana:






fonte: LettureSconclusionate

sabato 20 maggio 2017

#MaggioDeiLibri #legalità: Peppino Impastato consigli di letture!

Foto di  Natascia Mameli



Nella notte dell'8 maggio 1978 moriva, a Cinisi (Palermo), Peppino Impastato.
Se non ricordate di aver letto niente, sui giornali del 9 maggio, non è colpa vostra, credetemi.
Peppino Impastato non è forse una delle figure più conosciute della lotta alla mafia ma dovrebbe essere una delle più emblematiche.

Peppino, infatti, nasce in una famiglia collegata alla mafia locale. Ma la mafia è talmente radicata all'interno delle istituzioni cittadine che è praticamente impossibile che ci sia una famiglia non collegabile a essa e altrettanto impossibile sembra pensare di opporsi a essa. Lo è per il padre di Peppino, ma non per lui, e non per suo fratello Giovanni e per sua madre Felicia. Che quando Peppino inizierà la sua lotta politica, anche a suon di ironia e con toni scanzonati, anche dalle frequenze di una radio locale, contro ciò che c'era di marcio nella sua città, lo sosterranno. E anche dopo, durante il processo agli assassini di Peppino, non smetteranno mai di credere nella sua lotta per la legalità contro l'illegalità (vedete quanto scrive Lirio Abbate, in merito, nella foto)

Parlare di queste cose non è mai facile, si rischia di cadere nello scontato (ma scontato non è mai niente, quando si parla di queste cose) e si fa fatica a rimanere neutrali, per evitare che il discorso prenda subito pieghe politiche. Ma è importante che se ne parli. Ero tentata di declinare l'invito, quando ho visto che il post della settimana doveva parlare di legalità. Ero tentata. Ma è giusto combattere queste tentazioni.

Una delle cose peggiori, quando si parla di mafia, è fingere che non esista. Fingere di non vedere, fingere che l'illegalità vada bene proprio perché sappiamo essere gestita dalla mafia, e allora 'è meglio farsi gli affari propri' e tacere. Cedere alla tentazione di pensare solo al proprio 'orticello' e non guardare oltre.

Ma la cosa peggiore di tutte, quando si parla di mafia, è quando ci si rifiuta di capire che il contrario di illegalità deve essere legalità, non quasi-legalità. Che bisogna sostituire il concetto di "illegalità sistematica" con quello di "legalità sempre e comunque". 
Che comprenda tutto: dallo scontrino nel negozio sotto casa alla fattura del veterinario; dal rispetto del codice della strada da parte dei guidatori al rispetto dello stesso codice anche da parte dei pedoni; dal tenere pulite le strade (che si traduce nel non sporcarle) al rispetto per le cose comuni. 
Tutte mancanze che ci diciamo essere sempre prerogativa degli altri, ma che ci coinvolgono tutti: quando parcheggiamo 'un attimo' la macchina in seconda fila sotto casa per andare a prendere il cellulare dimenticato sul comodino; quando buttiamo per terra il biglietto dell'autobus, non appena scendiamo; quando sputiamo la cicca per terra a mezzo metro dal cestino della spazzatura; quando fingiamo di non accorgerci che il cane sta facendo i suoi bisognini sul marciapiede perché ci siamo dimenticati di portarci dietro un sacchettino... (e la lista sarebbe ancora talmente lunga che devo fermarmi, perché mi ero ripromessa di fare un post breve)
Che ci coinvolga in prima persona ogni istante della nostra vita di cittadini.

Se volete iniziare a conoscere la storia di Peppino Impastato vi consiglio il libro a fumetti 
"Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia" edizione Becco Giallo, 2009
in fondo al quale troverete anche una lista di libri, film, siti e musica per saperne di più.

Natascia Mameli



CORSO DE STEFANIS 55 R
16139
GENOVA
tel 010815182


E ora il calendario della settimana per seguire i post nuovi e leggere quelli già passati:

Foto di Natascia Mameli

martedì 16 maggio 2017

#MaggioDeiLibri: #Legalità il coraggio di conoscere...

Fonte: Fanpage


Sapevo che questo momento sarebbe arrivato e sinceramente non sapevo cosa scrivere di #legalità perchè negli anni ho letto un sacco di libri in argomento e ne potrei parlare all'infinito. Ma non tutti conoscono questo blog dai suoi inizi e quindi sicuramente potrebbero storcere il naso. Perché la #legalità piace nei suoi contenuti ma quando impatta sulle nostre azioni giornaliere diventa un po' meno forte la nostra affezione al tema. Allora prendiamola alla larga e parliamo di noi attraverso i libri nei percorsi che ho fatto.

Fonte:LettureSconsclusionate
All'inizio era Saviano. Eh sì, c'era proprio lui e c'era prima di questo blog. È un libro che ho comprato in un autogrill e si chiama "Gomorra", e la sua è una delle recensioni di cui vado più orgogliosa perché per scriverla mi ci sono voluti solo 3 anni di letture, confronti, ricerche e quant'altro. Gomorra, come libro di camorra (leggi libro denuncia) stonava un po' come una campana non ben colata nello stampo. Cellini, mastro orefice e biografo di tanti illustri artisti, probabilmente l'avrebbe fatta rifondere per averla perfetta. E invece Gomorra dimostra che anche nell'imperfezione si possono creare tendenze diverse e nuove. L'errore, se di errore vogliamo parlare, sta nel sottotitolo aggiunto, a detta dell'allora responsabile della collana, "per spiegare di che cosa si stava parlando". 

In effetti invece, guardando e facendo un'analisi del romanzo, si scorgono tagli netti di trama, che nei capitoli danno risalto ai fatti di cronaca e ci fanno quasi perdere le vicende di un personaggio, come il giornalista freelance che compare e scompare a seconda della situazione. La fortuna dell'editor è che il giornalista in questione parla in prima persona, quindi, a meno che non lo rileggi due volte, non te ne accorgi, preso dall'empatia per certi violenti fatti di cronaca. Si narra, per i corridoi dell'editoria che la versione originale contasse più di seicento pagine e i risultato è sicuramente di tutto rispetto, ma se fosse effettivamente un libro denuncia avrebbe comunque un assetto diverso, perché negli anni e leggendo veri libri denuncia l'immagine di quel che succede sarebbe più aderente alla realtà di quello che è veramente successo. Invece questo non è l'interesse dell'autore che invece verte su tutto quello che ha creato un clima inospitale per i giovani che sono costretti ad emigrare per crearsi un futuro cacciati da un sistema che, pur dichiarandosi padrone orgoglioso di quella terra da cui viene, la sfrutta all'ennesima potenza inaridendola. Ed ecco perché il nostro giovane freelance, dopo aver elencato uccisioni, vendette e stragi, dal cumulo di immondizia urla "nonostante tutto io sono ancora qua!".

"Gomorra" rimane un libro interessante perché esce in sordina, perché è scritto da uno che, circa un anno dopo, dal palco delle autorità riunite a Castel Volturno, guardando i suoi concittadini divisi per sesso, spaventati dalla presenza delle "famiglie" dei reggenti sono lì composti e silenti ad ascoltare un annoiato Bertinotti che parla di legalità. E lì, in quel momento, il giovane Saviano e non lo scrittore, si lascia prendere dallo giusto sdegno da dire i nomi dei capi clan sentenziando "Questa non è la vostra terra! Andatevene!". Ecco checché se ne ricordi di questa vicenda, da come la raccontava all'inizio a come si racconta oggi si è arricchita di particolare che nulla hanno a che vedere con l'originale, Saviano non fu messo sotto scorta per il libro - la camorra ha sempre scelto un profilo basso, e se questa storia non fosse venuta fuori e Saviano non fosse diventato conosciuto loro avrebbero potuto annoverare questa storia come le numerose bislacche prove di un giornalista "creativo"- ma fu protetto per avere fatto quello che nessuno fino ad allora, in presenza di telecamere e autorità, aveva mai osato fare se non volesse proprio morire. Aveva pronunciato i quattro nomi dei capoclan. Aveva detto nomi e cognomi, non aveva fatto riferimento in terza persona nicchiando a lui o a loro, a zio, nonno e cugino. Li aveva pronunciati distintamente.
Un atto di coraggio, nato sicuramente da un'azione incosciente, di un ragazzo che comunque era conosciuto e sotto controllo (sia mai il libro fosse piaciuto) ma il cui pericolo accresce proprio nel momento in cui commette il fatale errore.

È  qui che le strade della legalità di questo post divergono. Da un lato c'è la letteratura di genere che segue il filone aperto da questo libro e dall'altro c'è il filone storico di cui Saviano si è sempre fatto vanto che finisce sempre in storie di legalità, ma è una legalità che viene dai fatti storici. Ve li elencherò uno di seguito all'altro velocemente giusto per non farvi morire di inedia, contenti?

I libri denuncia con una formula romanzata

Ce ne sono tanti, ma una delle cose che mi distingueva all'inizio dell'avventura di LettureSconclusionate, è che io volevo veramente sapere di cosa si stava parlando perché fino ad allora io la camorra, confesso, non la conoscevo proprio. Per me esisteva la mafia, ma la camorra proprio non era mai pervenuta! Se c'è una cosa che Saviano e Mondadori (toglietevi quella smorfia dalla bocca, perchè se oggi si parla con questa veemenza di queste cose è proprio grazie ad un editore con i mezzi che si è potuto permettere un lavoro di un editor così ben fatto da creare non solo attenzione ma anche un mito che viene citato nei testi scolastici!) sono riusciti a fare è creare una tendenza.  Una tendenza fatta di emozioni e di fatti, anche se non tutti raccontati nella giusta sequenza ma erano funzionali al risveglio delle coscienze. Il fatto di usare dei termini selezionati (a Napoli non c'è l'asfalto ma il catrame e per capire la differenza dovete pronunciarlo ad alta voce per sentire quanto la seconda parola gratti fastidiosamente come le unghie sulla lavagna) di specificare, come disse Saviano in un'intervista, termini quasi da medico di obitorio (come quando Carmela l'attrice - oddio speriamo di non sbagliarci ma se l'ho fatto corregetemi che aggiorno!- viene "sparata" in faccia e il suo corpo giace riverso a terra con il cervello che si sparge sul catrame) sono mezzi per creare scompiglio emozionale e per renderci automaticamente partecipi della situazione e della claustrofobia che vive la gente nei vicoli e in quale orrore i ragazzini vivono. Questa coscienza nuova ha trovato due strade: quello che io chiamo il "militantismo da candela", quello delle persone impegnate a ricordare tutte le vittime (cosa che a me non è mai riuscita e cui fatico a partecipare) e quella tendenza a cui appartengo io che invece vuole davvero capire. Ecco se davvero volete capire ci sono dei testi che non si possono non conoscere.

Fonte: LettureSconclusionate

"L' impero. Traffici, storie e segreti dell'occulta e potente mafia dei Casalesi" di Gigi di Fiore. È una delle mie recensioni dell'inizio, si capisce dal fatto che tra ieri ed oggi la cosa che è cambiata è che non sono più così succinta. Ma al libro di Gigi di Fiore, scrittore, giornalista e soprattutto storico, specializzato nel Risorgimento italiano (un vero pozzo di cultura), non servono preamboli e spiegazioni. Questo suo libro è una bibbia, precisa, puntuale e che all'epoca ho letto cercando e trovando riscontri in un giornale decisamente impegnato in Terra di Lavoro come "Caserta C'è". Omicidio? del clan di Sandokan riportato sul Corriere? Bastava andare su Caserta c'è, leggere i particolari, aprire l'elenco ragionato dei nomi, per sapere vita, morte e miracoli, nonché i parenti del capoclan, di quando era stato incarcerato, cosa aveva fatto e via dicendo. Il tutto raccontato con uno stile impeccabile e che ad un certo punto risponde anche ad un'annosa domanda che sento spesso fare ai tuttologi dell'ultima ora: "Perché i napoletani (in Campania per i tuttologi sono tutti napoletani) si lamentano tanto di essere abbandonati se poi le telecamere sono sempre lì e ci fanno anche le serie TV?". Semplicemente perchè il miraggio dell'informazione costante non esiste nella cronaca definita come comune. Perché nel momento in cui arrivano le telecamere tutto diventa come un set cinematografico e nessuno andrà oltre. 



E infatti qualche anno dopo, all'arresto dell'ultimo dei ricercati, Iovine, due cose sono sfuggite all'informazione nazionale: la giornalista di Repubblica che domandava ingenuamente al procuratore dell'epoca "Possiamo dire di aver sconfitto i Casalesi?" e il fatto che quando passavano le volanti che portavano Iovine in caserma per la formalizzazione degli arresti tutte le strade fossero vuote e in silenzio. E no, non c'era nulla da festeggiare, perché se uno spazio si apre c'è un altro clan pronto a prendere il suo posto e, se quello precedente poteva contare su un silenzio di una finta pace gestita su equilibri fra clan non sempre stabili, con quelli nuovi non si sa mai cosa aspettarsi e non sapere quanto sarà sanguinosa la nuova guerra o se i vecchi manterranno il loro potere, vi assicuro che spiega tutto quel silenzio. Non vi sentireste poco sicuri e abbandonati anche voi?


Fonte: LettureSconclusionate

"Dentro la giustizia" Raffaello Magi. Una cosa di questo libro c'è da dirla, il resto dei libri che citerò sono di scrittori e giornalisti, ma questo è scritto da un Giudice con volutamente la "G" maiuscola. L'empatia che riesce a tirar fuori, pur parlando dell'immensa difficoltà di raccapezzarsi in un processo come quello "Spartacus" è davvero tangibile. Un libro scritto non solo bene ma anche pieno zeppo di informazioni per imparare a guardare i fatti in maniera corretta. In fondo dopo che hanno risvegliato la nostra coscienza, e Di fiore ci ha ricordato che la storia viene da lontano, ci serve qualcuno che ci insegni a guardare ai fatti in funzione non dell'emozione che potrebbe generare nuova violenza, ma con gli strumenti della logica e della critica seria. 



L'ho visto dal vivo recentemente alla presentazione di un libro di cui vi parlerò dopo e devo dire che sono rimasta ipnotizzata da tanta coerenza nel gestire anche il modo in cui raccontare, in modo da corredarle delle giuste informazioni per interpretarli, i fatti. Omicidio è un fatto, il clima che genera il messaggio per cui si è ucciso un uomo è un altro fatto, l'orrore no. Alla giustizia l'empatia non serve, perchè l'empatia asserve alla vendetta in questi casi. Ecco il resoconto di quel processo è scritto in maniera estremamente scorrevole e ci permette di entrare in quell'enorme mondo di fatti e di capire i vari filoni dei processi secondari che ne sono scaturiti. 




Infine un biografia, che io ancora per impegni di altro genere, non ho ancora completato ma di cui ho letto già più della metà. Si chiama "Il Sangue non si lava" ed è la biografia di Domenico Bidognetti scritta da Fabrizio Capecelatro e che è uscita di recente, qualche mese fa, di cui vi ho parlato su Ultima Voce. La bellezza di questo libro risiede nel fatto che l'autore è presente e al contempo assente, è un po' come stare in una sala visite di un carcere di massima sicurezza, riparati per quel che si può da orecchie indiscrete ed essere quella persona senza volto che è l'interlocutore perfetto per un dialogo quasi interiore che ripercorre le fasi di una vita che si è svolta fra illegalità e carcere. È un po' una elaborazione del lutto di un uomo che sa di aver perso l'occasione di una vita diversa, con una semplice scelta. Potremmo dire che non era obbligato, ma in questo torneremmo ad essere come i tuttologi di cui sopra. 



La contestualizzazione della vita di Bidognetti è importante, ed è importante capire il perché, in quel mondo e in quel periodo storico e in quei fatti, egli abbia agito così. Ma lascia comunque un monito, ed è una cosa imparata sulla propria pelle. Ogni scelta fatta in maniera libera o no porta alla sepoltura: che sia al cimitero o in un carcere non importa, anche se la differenza è sostanziale. Il mito creato da libri di quart'ordine e da serie Tv è una finzione. Quando entri in determinati contesti sai che comunque morirai e ti si apre non una vita d'oro, ma una sottoterra sempre in corsa per scappare agli arresti delle forze di polizia o ai sicari dei gruppi con cui sono in guerra. E, visto così, il mito del boss di camorra perde ogni attrattiva non trovate?



Legalità e illegalità nella storia, la Russia


Un'altra delle cose che mi aveva interessato di Saviano è questo, apparentemente, incoerente modo, degli inizi, di parlare della camorra, del "potere della parola" e di alcuni scrittori in particolare come Varlam Salamov e Gustaw Herling. Che c'azzeccavano due tipi che hanno vissuto la realtà del lager, altri di cui non vi citerò i nomi perché sono libri che nel tempo ho recuperato ma che ancora non ho letto, con tutto questo risveglio di coscienza? Dopo lunga e attenta riflessione lettura del suo libro "La bellezza e l'inferno", dopo una serie di letture, ho scoperto che un po' c'entrava. Il punto è abbastanza semplice: che l'illegalità sia data da un regime o da una cosca mafiosa il sunto non cambia. Cambiano a volte le logiche in cui si pensa la gestione del potere e in questo, Salamov è un esempio eclatante.

Sono tre i libri che ho letto di Salamov e sono, in ordine di lettura e di scrittura da parte dell'autore stesso, "I racconti della Kolyma", "La Visera" e "La quarta Vologda" tutti e tre pubblicati da Adelphi di cui però solo due vengono citati nella biografia ufficiale dell'autore. Chiariamo questo punto così capiamo bene di chi stiamo parlando: Salamov ha vissuto la 18 anni al confino con una piccola interruzione di due anni (o 5 confesso di non ricordare la tempistica perfettamente) se non vado errata. Colto in giovane età, all'università, a ciclostilare il "Testamento di Lenin"  venne inviato a scontare la sua pena al confino, manco tantissimo rispetto alla Kolyma, in una località che si chiama Malaja Višera. Ne uscì dopo 5 anni, due in ritardo rispetto alla pena data, perché alla fine dei tre anni fa presente che qualcuno sta ostacolando il suo ritorno a casa. Torna a Mosca dopo qualche periodo di difficoltà ricomincia a scrivere per un giornale culturale, si sposa e poco dopo viene convocato per rilasciare delle dichiarazioni sulla pena scontata. Non farà più ritorno fino a tredici anni dopo. Quel lungo periodo lo passa al reale confino in Siberia e rischierà anche di morire, anche se effettivamente la prima volta che Salamov muore è quando sale nuovamente sul maledetto treno che lo porterà alle miniere, da dove sa già, che non uscirà nessuno, né le vittime e tantomeno i carnefici. 

Quando tornerà affronterà un lungo periodo di lutto in cui sarà combattuto fra capire quello che ne è stato della sua vita e la paura di essere nuovamente arrestato dal KGB che comunque lo continuava a far seguire come attestato da un volume postumo uscito qualche anno fa che si chiama "Alcune mie vite". E in quell'occasione viene riportato un racconto che nelle raccolte precedenti non c'è che si chiama "Il guanto" e che spiega in buona parte che significato dare alle tre raccolte che Adelphi ha pubblicato. In quel pezzo di confessione scrive di essersi vestito con dei guanti nuovi, sono puliti, non sono bucati, la pelle sa di buono, ma le sue mani non ci si trovano bene. I guanti nuovi non conoscono e ne accettano i calli che nel tempo hanno rivestito le articolazioni, sono fatte per mani che lavorano, ma non come hanno fatto le sue che ora sono deformate. E conclude dicendo che i guanti che sentiva davvero suoi sono in un luogo che ora non c'è più, che erano perfetti perché erano stati con lui tutti quegli anni e si erano adattati al cambiamento delle sue mani.

Ecco ogni singolo racconto è un po' come un callo e l'intera raccolta dei tre volumi non è altro che la ricostruzione dei due guanti lasciati lì, dove ora non c'è più segno della barbarie che ne è stata. La Visera non è contemplata nella biografia, perché quando Salamov comincia ad elaborare il lutto di quello che è successo, ricostruendo i suoi vecchi guanti, lo fa di getto partendo dalle esperienze più vicine (il campo della Kloyma) tornado indietro ( quello della Visera, fino alla sua infanzia in Vologda) e la catalogazione all'estero e anche quella iniziale di Einaudi che doveva uscire alla fine degli anni '90 del 1900 non aveva previsto di selezionare e i racconti in maniera ragionata come ha invece fatto con passione Adelphi. Ecco in una cosa Saviano ha sbagliato parlando di Salamov, anzi più di una ma a questa ci tengo di più, Salamov non ha mai scritto per lasciarci questo lascito. Lui scriveva solo per se stesso e si sente, dall'accortezza e dalla sensibilità con cui descrive determinate scene, orribili, ma sempre narrate con l'attenzione di uno che sa di non poter sopportare più di tanto. Ogni racconto che compone ogni capitolo di questo trittico di raccolte è un diario personale per ripercorrere una vita rubata.

In questo spazio non troverete la recensione de "La quarta Vologda" perché non mi sono mai sentita in grado di concludere la mia esperienza con Salamov e il fatto di non averla scritta mi ha sempre dato quel senso di "forse potrei rileggerlo e così conoscerlo di nuovo dall'inizio". Discorso diverso quello di Gustaw Herling scomparso oramai 17 anni fa nel 2000. Herling che, in seconde nozze ha sposato la figlia più piccola di Benedetto Croce, ha avuto fortuna e sfortuna al contempo. La fortuna è stata quella di avere un talento particolare per raccontare le storie. La sfortuna non è stata solo quella di essere stato in giovane età catturato durante la seconda guerra mondiale mentre andava a combattere contro i tedeschi e di aver passato anni nei gulag per gli stranieri, ma anche di non essere stato compreso a fondo dall'establishment culturale italiano. 

Relegato e bistrattato come Malatesta, quasi portasse sfortuna, poteva contare su pochi attenti amici, come ad esempio Ignazio Silone, ed un selezionato gruppo di estimatori fra cui figura Piero Sinatti, il primo traduttore di Salamov in Italia. Nel libro uscito da una conversazione proprio con Sinatti e la Raffetto, che se non sbaglio lavora oggi ancora in Adelphi e che dovrebbe aver curato l'uscita de la Visera, che si chiama "Ricordare, raccontare. Conversazioni su Salamov" Herling un po' ci indirizza sulla natura non solo di Salamov come scrittore, ma ci lascia anche una sorta di testamento accennando proprio dei Gulag: quel cosmo circolare che Salamov descriveva fra le pagine de la "Visera" è reale. Ogni volta che cambiano i poteri costituenti chi ha giurato fedeltà al vecchio tenutario del potere domani verrà ucciso per lasciare lo spazio all'altro di spadroneggiare. Tutta questa realtà è l'immagine delle forme del male che si contendono i casi della vita di ognuno di noi e visto che, il compito dell'intellettuale, non è di giudicare ma di insegnare a guardare e istigare la riflessione e la discussione lui dedicherà una vita a descrivere le varie forme in cui questo può manifestarsi. Ne viene fuori una raccolta lunghissima che solo in Polonia, il suo paese d'origine, è pubblicata in maniera integrale, che si chiama "Diario scritto di notte". nel resto del mondo è pubblicato in selezioni di racconti fra cui la più bella a mio avviso è "Don Ildebrando e altri racconti".

Ma cosa ci azzeccano con la #legalità e fra loro queste due espressioni completamente diverse e lontane nel tempo. Nella cosmologica savianica, quelle che le unisce è il "Potere della parola". L'esercizio all'analisi di parole e concetti, alla conoscenza della storia ci impedisce di essere in balia di un''informazione non sempre attenta alla verità" come succedeva per la giornalista di Repubblica, e ci spinge ad andare a cercare testi sicuramente più di nicchia per trovare quelli che, come i rappresentanti che vi ho citato (ma ce ne sono molti altri anche citati qui nelle recensioni del blog) che questo lavoro lo fanno ogni giorno con passione e attenzione, al netto del pericolo costante che questo lavoro comporti. Nel caso dei Gulag il potere della parola si esplica in due modi, uno indiretto che ci ha regalato pagine di profonda riflessione sulla giustizia e la legalità su cui si appoggiano i regimi che annientano spesso l'establishment culturale e l'altra con l'esercizio del ricordo che non deve venire perpetrato passivamente nel riportare fatti e avvenimenti ma utilizzato per andare oltre. Magari non capiteranno più i Gulag, o forse ci sono già di nuovo, ma l'esercizio alla conoscenza è il primo vero passo verso la #legalità che ognuno può fare per trovare la sua libertà e anche salvaguardare quella degli altri.

Se non siete moti di stenti fin qui, siete già sulla buona strada!
Questo pezzo ha una dedica particolare ad un amico conosciuto negli ultimi tempi ed è Rosario Lubrano. È con lui che qualche tempo fa alcuni di questi argomenti erano venuti fuori e se la mia memoria non mi ha abbandonato completamente è proprio grazie a coloro che ogni tanto mi chiedono di queste storie.
Sotto vi inserisco il calendario della settimana.
Buone letture,
Simona Scravaglieri








sabato 13 maggio 2017

#MaggioDeiLibri: Il #benessere che nasce dai libri di Natascia Mameli

#MaggioDeiLibri #benessere
(via Pixadus )


Vi è mai capitato di essere in una situazione di stallo della vostra vita? Di provare quella sensazione fastidiosa di insoddisfazione che vi afferra la gola mentre fate colazione e vi lascia solo per pochi momenti durante la giornata, che vi porta a continuare a pensare 'cosa posso fare per mandare via questa sensazione? cosa posso cambiare?' e ci pensate e ripensate finché, un giorno, mentre ne parlate con qualcuno, di questa situazione così incresciosa, di questo malcontento, vi viene fuori proprio quella frase, quel pensiero che fino a qualche secondo prima la vostra mente stava cercando di tenervi nascosta, di evitare che si formasse integralmente per evitare di soffrirci, ma adesso che l'avete formulata, ecco, adesso che avete capito qual era l'aspetto più doloroso della situazione, ok, bene, adesso sapete cosa dovete fare?


Eppure ci avete riflettuto sopra per giorni e giorni, forse addirittura per settimane, senza riuscire a capire cosa fare, senza che nessun pro e nessun contro avesse un peso specifico sufficiente a farvi propendere da una parte o dall'altra della questione. Ci avevate così tanto rimuginato sopra che eravate ormai convinti che non ne sareste usciti vivi (si fa per dire, ovviamente).

Come mai, la semplice esternazione di quel 'contenuto' nascosto della vostra mente è bastata a farvi vedere il sentiero che fino a quel momento c'era ma vi era celato?

Perché la nostra mente è uno strumento complesso e, lasciatemelo dire, un poco crudele. Ci nasconde proprio ciò di cui abbiamo più paura, nella falsa convinzione che questo ci difenda, mentre proprio il fatto di non riuscire a focalizzare quello che ci spaventa è motivo di disperazione.

Ecco perché parlare con un'altra persona, magari qualcuno che ci conosce poco, che ci 'obbliga' a spiegarci meglio di quanto non faremmo con un amico intimo, spesso ci fa uscire dalla testa proprio quello che non vorremmo. Il parlare e l'ascoltare ci aiutano a elaborare tutta quell'accozzaglia contorta di sentimenti che ci 'perseguitano' ogni giorno.

Il parlare e l'ascoltare, certo. A cui possiamo (dobbiamo?) aggiungere il leggere. Perché leggere è, esattamente, ascoltare centinaia di migliaia di punti di vista diversi dal nostro e raccontare a noi stessi qualcosa che solo la lettura, molto spesso, riesce a far affiorare e a far vedere da un'altra angolazione.

Per questo, quando cerchiamo il benessere, non è detto che ci si debba sentire obbligati a cercare un libro che parli esattamente di quel che ci turba o ci fa soffrire; esattamente come non è detto che troveremo la 'soluzione' in un manuale (ma magari sì, eh, ché le vie della lettura sono infinite!): però è quasi sicuro che, aprendo un libro, un libro qualsiasi (vabbeh, proprio proprio qualsiasi magari no, ma ci siamo capiti) e poi un altro e poi un altro, troveremo gli spunti di riflessione che ci aiuteranno a scalare la montagna di emozioni confuse che ci si para davanti.

Perché leggere è come avere sempre a disposizioni 5 o 6 amici che si raccontano e ti consigliano e, diciamocelo, senza nessun tipo di giudizio magari no, ma il loro giudizio non è mai personale. Non ce l'hanno con noi, non stanno parlando di noi: siamo noi a decidere cosa, di quello che stanno dicendo, ci serve, e cosa no, cosa vogliamo tenere e cosa no; cosa ha un senso e quale senso quella cosa può avere.

Pochi anni fa (2013) è uscito per Sellerio un libro di cui avrete sicuramente sentito parlare: si intitola 'Curarsi con i libri' ed è la traduzione, ma non solo, di un interessante progetto che raccomanda, per i più diversi malanni, un tipo di medicina alternativa che non ha a che fare con santoni e magie, ma con i libri. Per ogni disturbo (psicologico ma anche fisico) vengono consigliati titoli diversi tra cui scegliere. Titoli di romanzi che, leggendoli, dovrebbero avere un'influenza positiva nell'affrontare il disturbo relativo. Per la versione italiana il progetto è integrato con titoli di libri italiani. Purtroppo ho avuto qualche perplessità quando ho trovato elencati diversi titoli che risultavano fuori catalogo o non disponibili in italiano. Titoli che potevano essere molto interessanti ma risultavano 'inservibili' (per esempio, per 'Abbandono' il libro consiglia 'Canto delle Pianure' di Kent Haruf, che, per quanto ne so, in italia è arrivato nel 2015, grazie a NN edizioni; nel 2013 l'italiano medio a malapena sapeva chi fosse Kent Haruf). Per il resto, ho trovato l'idea davvero stimolante e io stessa mi sono messa di impegno a integrare il lavoro (scrivendo - oh cielo, non lapidatemi, giuro che ho usato la matita - proprio sul libro) con titoli che, man mano che la mia esperienza nel mondo dei libri cresceva, mi parevano adatti allo stesso problema, o ad altri, maggiormente quotidiani.

Come dicevo, un libro che parli, anche solo en passant, di un argomento per noi spinoso è sempre un buon complemento al nostro benessere. Non importa che il libro sia un manuale su quello o che l'argomento principale sia quello. Anzi, molto spesso, in un libro che compriamo apparentemente solo perché la trama sembra intrigante, o la copertina ci ha colpito o l'autore ci piace, troviamo proprio quello di cui abbiamo bisogno.Per lo meno, a me, è successo parecchie volte.

Perché, in definitiva, un buon libro, con la giusta prospettiva, che ci aiuti a oltrepassare un momento difficile della nostra vita, rimarrà un libro indelebile. Un libro che ci ricorderà, sempre, che ci siamo passati, che ci sentivamo veramente sull'orlo del precipizio, ma siamo andati avanti. E ce la possiamo fare ancora. E ancora.


Natascia Mameli
CORSO DE STEFANIS 55 R
16139
GENOVA
tel 010815182

Il calendario di questa settimana:

giovedì 11 maggio 2017

[Dal libro che sto leggendo] Giulia Tofana. Gli amori, i veleni

Fonte: LettureSconclusionate

Siamo in una Palermo di inizio 1600 dove la ricchezza sfrenata campa ancora alle spalle della povera gente e dove chi non ha nulla vive di espedienti per sbarcare il lunario. Due donne ci accolgono in una casa sono Giulia e Girolama. La prima bella, capace di tenere ogni uomo in pugno e ottenere quello che vuole. La seconda non ha la stessa fortuna e dipende quasi completamente dall'altra che la ritiene al pari della sorella. Poi c'è il barone, un prete, la peste, una donna poco avveduta che uccide il marito e compra vestiti e il sospetto... Giulia deve cambiare vita e ci prova davvero, ma lui? Il barone? Dove sarà finito?

Sto cominciando a pensare che potrei scrivere le sinossi :D. Comunque a parte gli scherzi il libro è davvero molto bello. Ha un buon ritmo, non è lunghissimo, ma alla fine vorresti andare avanti per vedere come prosegue la storia. E in tutto questo la trama è pertinente con quel che sappiamo del periodo storico, anche perché Giulia è davvero esistita, solo che con la penna della Assini riprende vita diventando più affascinate di una qualunque raffigurazione contemporanea.  

Ma sulla pagina fan avevo annunciato qualche novità. Non ve le posso anticipare tutte, ma lo farò quando sarà possibile. Ma la prima ve la posso dire ed è l'annuncio di uno spostamento di sito. Tranquilli non ora ma a Gennaio 2018 LettureSconclusionate si sposterà su WordPress per permettere alla sottoscritta di avere vita più semplice (l'indirizzo che ospita il backup di questo è: https://letturesconclusionate.wordpress.com/e allo stato attuale va ottimizzato quindi mi ci vorrà un po' di tempo!).

Per oggi vi ho detto tutto, vi sfido a leggere e a non pensare "Acc.. mannaggia a lei poteva arrivare un po' più giù nel trascrivere questo pezzo!"
Buone letture,
Simona scravaglieri

Un frastuono di trombe, tamburi e campane annunciava la festa. Per tutta la notte i cavalieri dei quattro mandamenti di Palermo avevano tirato a lucido gli elmi e le spade; adesso confluivano senz’ordine al Piano della Marina, luogo di giochi e di supplizi, dove centinaia di popolani li attendevano da ore, impazienti di assistere al torneo.


Giulia, meretrice dalla bellezza prorompente, e Girolama Spinola, sua sorella di latte, s’erano già agghindate con gli abiti delle grandi occasioni, pronte per andare anche loro a godersi lo spettacolo. Stavano per uscire quando qualcuno bussò con insistenza alla loro porta.

«Passate domani, ché oggi non si riceve!» strillò una delle due, ma senza aprire.
«Reco con me una lettera di don Antonio Navarro destinata a donna Giulia» precisò il messaggero, al servizio del segretario di Emanuele Filiberto di Savoia, nuovo viceré ed ennesimo forestiero a salire sul trono siciliano.
A quel nome, Girolama si precipitò sull’uscio. Dopo essersi profusa in un inchino dichiarò, mentendo, che la sua compagna era partita giusto la vigilia, per una visita ai parenti, in un contado alle falde del monte Pellegrino.
Schietta per natura, ruffiana per necessità, pur di entrare nelle grazie del messo gli regalò un paio di pomi appena colti nell’orto e intanto, con quattro moine, lo convinse a rivelarle il contenuto del biglietto, dato che né lei né l’altra avevano mai imparato l’alfabeto.
«Sua Eccellenza invita madama Tofana alla mascherata di Carnevale» annunciò lui, ammiccando. «Seguono onesti complimenti e rispettosissimi saluti.»
«Rassicuratelo, nessuna creatura di buon senso mancherebbe a un tale appuntamento» rispose la giovane congedandolo con un rincaro di salamelecchi.
Rientrata in casa, smise di sorridere e cominciò a strillare: non ne poteva più di raccontare menzogne a questo e a quello, solo perché d’un tratto la titolare del postribolo s’era messa a fare la preziosa, negando i suoi favori anche ai clienti d’alto rango.
«E se Navarro dovesse mangiare la foglia sui tuoi trucchi?» domandò all’amica con la voce stizzita e le mani sui fianchi. «Saperti un’impostora gli farà prudere le mani.»
Per nulla scossa, Giulia le rispose per le rime: certe sollecitazioni alla prudenza non le voleva più ascoltare e della tracotanza dei potenti ne aveva fin sopra i capelli.
«Non fare la sbruffona ché non ti conviene! Avrai pure ridotto quel bellimbusto a un suddito della tua alcova, ma nemmeno il Padreterno potrebbe salvarti dai suoi fulmini se mai dovesse scoprire che lo inganni.»
«Gli ho detto chiaro e tondo che pretendo di più, e lui che ha
fatto? S’è illuso di azzittirmi buttandomi un po’ di fumo negli occhi con la buffonata del Carnevale» protestò Giulia, avvampando di collera.
Stanca di restarsene nascosta, oggetto di desiderio e di vergogna, considerava un’offesa lo stratagemma di Navarro che, nel fingere di accontentarla, aveva accettato di mostrarsi con lei in pubblico nell’unica festa dell’anno in cui, col volto coperto, nessuno avrebbe potuto riconoscerla.
Di spirito pratico, Girolama si limitò all’evidenza: «Non basta un abito per cambiare la propria storia, né le essenze di rosa per soffocare il fetore delle fogne da cui si proviene. Al contrario di te, quello è uno che conta e se non la pianti di imbrogliarlo, ti caccerai in guai seri.»
«Non temo le catastrofi: so come venirne fuori. E poi l’istinto, che non m’ha mai tradito, mi suggerisce che andrà tutto liscio come l’olio» borbottò l’amica, rivendicando con orgoglio l’abilità con cui finora aveva gestito le situazioni più incresciose. Ma siccome l’altra perseverava nelle critiche e nelle raccomandazioni, andò all’attacco:
«Sei una testa di legno e non intendi ragioni! Capirai mai che per trarre profitto dalle circostanze occorre volgere la vela a seconda del vento? E che le mie bugie sono come le selle, che vanno bene per tutti i cavalli?».
Venere plebea scolpita in marmo pario, si diresse altera verso la specchiera grande per completare la toletta con polvere di Cipro e acqua al profumo di zagara.
«Invece di brontolare, aiutami a vestirmi o finirò per fare tardi» ordinò con quei suoi modi da padrona, agitando il laccio di seta azzurro che serviva a stringerle il corpetto.
«Che novità è questa? Non andiamo assieme alla giostra?». Giulia scosse il capo e lei, in fiamme, l’accusò d’essere avventata e folle. Di fronte all’impotenza dei suoi stessi argomenti, si rivolse in alto:
«Gesù, aiutatemi voi a farla rinsavire o da questa storia non ne usciremo vive!».
«Quante storie! Se t’avessi detto subito che sarei andata a svagarmi per mio conto, m’avresti messa in croce per sapere dove e con quale compagnia.»
Il tono dell’amica si fece di colpo più conciliante: «Sei o non sei un pezzo del mio cuore? E allora, perché mi neghi il diritto di impicciarmi degli affari tuoi?». Non aspettò risposta e riprese a lagnarsi:
«Da settimane, ogni mattina, ti vedo uscire alla stessa ora, ma senza avere la minima idea di quale sia la tua meta.»
Di fronte alla bocca cucita della meretrice, lei mise il broncio, però finì di imbrigliarle con cura la treccia dentro una rete argentata, quindi l’accompagnò fin sull’uscio con immutata premura. Restò a guardarla mentre s’allontanava con passo incerto, per via delle vesti ingombranti, e con il capo coperto dal velo, per paura d’essere riconosciuta dalle spie della corte vicariale.
Sotto un cielo giallo senza nuvole, Giulia s’avventurò nelle strade gremite di carretti, mercanti, animali da soma e da cortile, fannulloni e traffichini, oltre a un’ammucchiata di buffettieri che vendevano interiora arrostite sulla brace, verdure bollite, pane con la meusa e altri peccati di gola. Preferì allungare il cammino piuttosto che rischiare incontri non graditi e quando, con notevole ritardo, arrivò alla chiesetta di San Cataldo, il giovanotto col quale aveva convegno l’accolse con un sospiro di sollievo.
Quel giorno Manfredi era più bello del solito. Forse per via dell’armatura nuova. Forse perché la luce del mattino gli metteva in risalto l’azzurro intenso dello sguardo.
«Avrai un posto d’onore in tribuna» le annunciò indicandole una carrozza poco distante, dove due schiavi mori e un cocchiere in livrea vermiglia aspettavano di condurla al torneo. Quanto a lui, avrebbe raggiunto a cavallo il luogo della sfida. A scortarlo, quattro valenti cavalieri che sotto le vesti sgargianti nascondevano le armi, una precauzione d’obbligo lì a Palermo, dove spesso, per un nonnulla, le feste volgevano in tragedia. «Mi batterò con onore e dedicherò a te la vittoria.»
A quel punto, la meretrice corse sotto la statua di San Cataldo, il santo che proteggeva dalle guerre e dalla morte improvvisa. Accese due ceri, temendo che uno solo non fosse sufficiente per preservare l’amato dai colpi avversari.
«Non stare in pena per me: se anche dovessi battermi contro un’armata intera, mi basterà il pensiero del tuo amore per darmi la forza di un leone.»
Dopo aver pregato l’uno a fianco dell’altra, incominciarono a scambiarsi un mucchio di promesse e qualche rimprovero.
«Non so ancora niente di te e questo mi indigna e mi addolora» si lamentò Manfredi, incredulo davanti all’ostinata segretezza con cui Giulia proteggeva la sua vita.
«Non è forse il mistero ad alimentare le passioni?» replicò lei sbrigativa, mentre sprofondava in un mare d’imbarazzo. Fatto sta che non aveva alcuna voglia e nessuna fretta di scoprire le sue carte. Incalzata da domande alle quali non intendeva rispondere, si diede
un contegno facendosi aria con il ventaglio. Eppure, con quel suo atteggiamento a tratti strafottente, poteva forse confondere Manfredi, ma non se stessa. Smarrita, si sorprese a fare i conti con una realtà di cui non aveva più il governo: ormai i suoi sentimenti per il giovane avevano preso il sopravvento su tutto, comprese l’impudenza e la superbia per cui andava nota.
Nata per caso, la sua storia col barone non era mai stata un gioco, e adesso stava diventando un peso, proprio perché non ne poteva più fare a meno.
S’erano conosciuti in circostanze ambigue, al termine della corsa delle prostitute che si svolgeva lungo il Cassaro una volta l’anno, per la festa di sant’Agata. Complice un violento temporale, entrambi avevano cercato riparo nella vecchia bottega d’un sarto. In quello spazio angusto, tra rotoli di stoffa e rocchetti di filo, s’erano scrutati con reciproco interesse, essendo tutt’e due pieni di grazia e allegri, d’una bellezza fuori del comune.
Al principio, Giulia aveva mantenuto le distanze, ma solo per astuzia. Come per dire, senza dirlo, di non avere nulla a che spartire con le protagoniste della triviale manifestazione.
Quella fiera di donne perdute, nata anni prima da un’idea del viceré del tempo, uno dei Colonna, aveva l’unico scopo di dilettare i potenti di turno in cerca di emozioni basse. A onore del vero, Giulia non aveva mai fatto parte di tale malfamata congrega, ma solo perché, godendo di alcune protezioni nelle alte sfere, non era stata costretta a frequentare quel gran bordello che si estendeva dalla Boccerai della Foglia fino giù alla Cala. Né s’era mai venduta a mozzi e contadini.
Di tutto questo, in una diversa occasione se ne sarebbe fatta un vanto, ma in quel contesto s’era ben guardata dal farne la minima menzione. Anzi, s’era divertita a interpretare la parte della fanciulla di sani principi e costumi.
Senza ombre né macchie era, invece, la vita del barone. In molti lo chiamavano il “Normanno”, perché era alto e soprattutto biondo. Coi suoi vent’anni e il piglio d’un antico cavaliere, il volto ben rasato e gli occhi chiari, gli stemmi di famiglia e i forzieri pieni, il giovanotto abitava i sogni di un’infinità di dame ed era la spina nel fianco di moltissimi rivali. Eppure lui, che agli eccessi preferiva la misura, sfoggiava poco o niente delle sue fortune, mostrandosi spesso riluttante verso i fastosi ritrovi cari a quelli del suo rango.
Nel corso del provvidenziale acquazzone s’era comportato da perfetto gentiluomo, anche se, prima che potesse spiovere, aveva fatto di Giulia una città sotto assedio. Quando infine, come un segno di buon augurio, l’arcobaleno aveva rischiarato il cielo, le aveva già strappato la promessa di un appuntamento per l’indomani, in un luogo più discreto.
S’erano avviati insieme in direzione della Porta Felice, che conduceva al mare, parlando di dazi e di pirati, uniti dal medesimo odio verso gli oppressori spagnoli. Al momento del congedo, Manfredi non aveva avuto dubbi nel confessarle un profondo turbamento in cui Giulia aveva riconosciuto il suo. Sorpresi da eguali desideri e pari intenti, s’erano ripromessi di non perdersi.

Questo pezzo è tratto da:

Giulia Tofana
Gli amori, i veleni
Adriana Assini
Scrittura&Scritture, ed. 2017
Collana "Voci"
Prezzo 14,00€

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