mercoledì 2 agosto 2017

[Dal libro che sto leggendo] Lizzie

Fonte: http://m.imdb.com/title/tt0050650/mediaviewer/rm205141760

E pure le cose belle ad un certo punto devono finire! Dopo avermi ammaliata con "La lotteria" di cui presto parleremo, con "Lizzie", Shirley non è andata altrettanto bene. La prima parte è anche decisamente ben strutturata. La storia c'è, ci sono quattro Elisabeth -e non tre come dice la sinossi-, c'è una zia saccente, e anche egocentrica, che si è incaricata di gestire la nipote fino alla maggiore età dopo la morte dei genitori e in particolare della sorella e madre di Lizzie, c'è un medico Wright che l'ha in cura per capire l'origine degli strani mal di testa della giovane e per capire cosa si nasconde dietro quelli che all'apparenza sembrano cambiamenti d'umore e invece sono personalità ben distinte. Ci sono proprio tutti gli elementi per creare una certa tensione. Peccato, e lo dico con il cuore che mi sanguina - è il primo Adelphi che proprio non va-, che ad un certo punto non si capisce poi molto di quello che succede e la tensione va a farsi benedire. 

Le personalità si sovrappongono e bisticciano fra loro e, sebbene forse nel film è più facile far capire le sequenze dei piani di sovrapposizione delle varie Elisabeth che litigano fra loro, Shirley non è altrettanto brava a descriverla e l'insieme perde di qualità. La zia vaneggia, il medico diventa un padre noioso, non si sa mai con e di che donna si parli, perché tutte le Elisabeth sanno imitare le altre. Persino il "particolare scatenante" occupa lo spazio di due righe, non sto scherzando ho girato le pagine tre o quattro volte alla ricerca di altre notizie, e non basta. La differenza fra le donne non è così marcata, delle quattro alla fine il punto centrale è occupato solo da due. Il resto è annacquato, sbiadito e l'insieme perde di tensione e di mistero, tanto che, per leggere le ultime cinquanta pagine ci ho messo tre giorni. Davvero un peccato.

Ma sarei curiosa di capire a chi è piaciuto cosa in particolare è piaciuto, perchè non ho trovato grandissime ragioni per promuoverlo. Diciamo che ci penserò su... ma non credo che andrà più in alto di una sufficienza scarsa. Davvero un peccato. Però vi lascio uno stralcio del primo capitolo.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


1 


ELIZABETH  

Anche se il museo godeva di notevole fama in quanto sede di un sapere immenso, le sue fondamenta avevano cominciato a cedere. Così si era prodotta nell’edificio un’inclinazione verso ovest, bizzarra e fastidiosamente vistosa, e nelle giovani donne della città, le cui energiche questue avevano sostentato il museo, una sconfinata vergogna e la tendenza a incolparsi a vicenda. Al tempo stesso il cedimento aveva divertito non poco il personale, le cui diverse attività erano state alterate dalla decisa pendenza assunta dai pavimenti. Il responsabile del dinosauro, in effetti, aveva descritto con molto spirito la disposizione quasi fetale assunta dalle auguste ossa a lui affidate; e il numismatico, i cui esemplari mostravano la tendenza a scivolare battendo gli uni contro gli altri, fu sentito proferire commenti –fino alla noia –sugli armoniosi accostamenti venutisi così a creare. Il naturalista che si occupava degli uccelli impagliati e l’astronomo, le cui vite potevano quasi prescindere dall’equilibrio terreno, non risentirono in alcun modo del cedimento, se si eccettua la necessità di procedere come imboccando una curva inclinata per bilanciare il pavimento sghembo; camminare era, in ogni caso, un’attività poco familiare a entrambi, giacché l’uno s’interessava solo al volo, e l’altro al ruotare pago di sé delle sfere. Il dottissimo professore di archeologia, percorrendo distratto i corridoi obliqui, era stato visto mentre contemplava speranzoso le disgregate fondamenta. L’ingegnere e l’architetto, insieme alle stizzite cittadine, tentarono di dare la colpa in primo luogo alla scarsa qualità dei materiali utilizzati per la costruzione, in secondo luogo al peso eccezionale di alcune delle antichità ospitate all’interno; sul quotidiano locale un editoriale criticò la direzione del museo, la quale aveva consentito che le raccolte di meteoriti e minerali e un intero arsenale della Guerra Civile, disseppellito appena fuori città e comprendente due cannoni, venissero collocati nella parte occidentale dell’edificio; l’articolo sottolineava in tono asciutto che, se quell’ala avesse accolto invece l’esposizione di firme celebri e quella di abiti storici, forse le fondamenta non avrebbero ceduto o, quanto meno, non mentre i benefattori del museo erano ancora in vita. Poiché il quotidiano –contingente e non durevole –non era ammesso al di sotto del terzo piano, ovvero quello degli uffici, i cannoni e il resto poterono conservare la loro maldestra collocazione in barba agli editoriali, benché gli impiegati del terzo piano continuassero a leggere tutti i giorni le vignette e scorressero la prima pagina sperando di scoprirci le modalità della propria morte. La gente del terzo piano era portata alla riflessione, e credeva quasi a tutto quello che leggeva. In ciò, naturalmente, differiva poco o punto dagli eruditi residenti del primo e del secondo piano, i quali vivevano fra le vestigia imperiture del passato e facevano argute battutine sulla disintegrazione. 

Elizabeth Richmond occupava un cantuccio in uno degli uffici; quella era la sezione del museo più vicina, per così dire, alla superficie, dove la corrispondenza col vasto mondo esterno veniva condotta liberamente, e dove meno trovavano protezione i tipi studiosi e tremebondi. Seduta alla sua scrivania lì all’ultimo piano, nell’angolo più occidentale, giorno dopo giorno Elizabeth rispondeva alle lettere che offrivano al museo raccolte di fiori pressati o vetusti bauli da marinaio riportati dal Catai. Non è dimostrato che il suo equilibrio personale venisse alterato dalla pendenza del pavimento, né si poté dimostrare che fosse stata lei a svellere il palazzo dalle fondamenta; è innegabile tuttavia che l’uno e l’altro cominciarono a smottare all’incirca nello stesso periodo. Il pensiero automatico di ogni persona collegata al museo, fino al paleontologo, era stato quello di riparare, rabberciare
raccolte di meteoriti e minerali e un intero arsenale della Guerra Civile, disseppellito appena fuori città e comprendente due cannoni, venissero collocati nella parte occidentale dell’edificio; l’articolo sottolineava in tono asciutto che, se quell’ala avesse accolto invece l’esposizione di firme celebri e quella di abiti storici, forse le fondamenta non avrebbero ceduto o, quanto meno, non mentre i benefattori del museo erano ancora in vita. Poiché il quotidiano –contingente e non durevole –non era ammesso al di sotto del terzo piano, ovvero quello degli uffici, i cannoni e il resto poterono conservare la loro maldestra collocazione in barba agli editoriali, benché gli impiegati del terzo piano continuassero a leggere tutti i giorni le vignette e scorressero la prima pagina sperando di scoprirci le modalità della propria morte. La gente del terzo piano era portata alla riflessione, e credeva quasi a tutto quello che leggeva. In ciò, naturalmente, differiva poco o punto dagli eruditi residenti del primo e del secondo piano, i quali vivevano fra le vestigia imperiture del passato e facevano argute battutine sulla disintegrazione. Elizabeth Richmond occupava un cantuccio in uno degli uffici; quella era la sezione del museo più vicina, per così dire, alla superficie, dove la corrispondenza col vasto mondo esterno veniva condotta liberamente, e dove meno trovavano protezione i tipi studiosi e tremebondi. Seduta alla sua scrivania lì all’ultimo piano, nell’angolo più occidentale, giorno dopo giorno Elizabeth rispondeva alle lettere che offrivano al museo raccolte di fiori pressati o vetusti bauli da marinaio riportati dal Catai. Non è dimostrato che il suo equilibrio personale venisse alterato dalla pendenza del pavimento, né si poté dimostrare che fosse stata lei a svellere il palazzo dalle fondamenta; è innegabile tuttavia che l’uno e l’altro cominciarono a smottare all’incirca nello stesso periodo. Il pensiero automatico di ogni persona collegata al museo, fino al paleontologo, era stato quello di riparare, rabberciare e ricostruire, anziché erigere un nuovo edificio in un sito diverso, e i carpentieri prima di mettere mano al restauro avevano ritenuto necessario aprire una sorta di pozzo che corresse per tutta l’altezza dell’edificio, dal tetto alle cantine, scegliendo come punto per entrarvi l’angoletto di Elizabeth al terzo piano. Al secondo il buco finì per passare al di là di un sarcofago, e al primo, non senza una certa logica, dietro una porticina con la targa «Vietato l’ingresso»; l’ufficio di Elizabeth non offriva alcuna possibilità di occultamento, così un lunedì mattina, quando arrivò al lavoro, scoprì che giusto alla sinistra della sua scrivania, e alla portata del gomito quando batteva a macchina, il muro era stato rimosso mettendo a nudo lo scheletro del palazzo. Il mattino in questione fu lei la prima persona a entrare nella stanza; appese in bell’ordine il cappotto e il cappello all’appendiabiti accanto alla porta, e poi attraversò l’ufficio e guardò giù dal buco, avvertendo una repentina vertigine e la tentazione quasi irresistibile di buttarsi giù, nelle sabbie primordiali su cui presumibilmente sorgeva il museo. Dal fondo le giunse una debole eco: erano le voci delle guide al primo piano; era giorno di apertura e le guide a quanto pareva si stavano pulendo le unghie. Invece la voce querula e ben più nitida che sembrava venire dal secondo piano doveva essere quella dell’archeologo il quale, fuori dal sarcofago, si lamentava della corrente d’aria. Elizabeth, scrutando nel pozzo, sospirò perché aveva mal di testa, e perché da un po’ di tempo ce l’aveva quasi sempre; poi si girò verso la scrivania contemplando la lettera in cui si offriva al museo un grattacielo in miniatura realizzato con i fiammiferi. Il tempo di arrivare alla terza lettera in giacenza, e la leggera sensazione festiva suscitata dalla mancanza della quarta parete era svanita quasi completamente. Appena l’ebbe letta, si alzò e tornò a guardare nella cavità, poi si rimise seduta pensando: ho mal di testa. «cara lizzie» diceva la lettera «adesso il tuo scemo paradiso degli allocchi è finito per sempre occhio che arrivo lizzie occhio che arrivo e non fare niente di brutto perché ti acchiappo e te la faccio vedere io e non pensare che non so quello che fai lizzie perché io vedo tutto –sporchi pensieri lizzie sporca lizzie». 
Questo pezzo è tratto da:

Lizzie
Shirley Jackson
Edizioni Adelphi, ed. 2014
Traduzione di Laura Noulian
Collana "Fabula"
Prezzo 20,00€


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giovedì 27 luglio 2017

"La vita immortale di Hernietta Lacks", Rebecca Skloot - La decisione impossibile...

Henrietta Lacks (1920-1951)
È da questa foto che ha ispirato il libro
Fonte: Pinterest

Ci sono milioni di modi per raccontare questa storia, eppure quello scelto da Rebecca è forse l'unico in cui tutti i protagonisti di questi eventi, dal 1951 a oggi, possono veramente far sentire il dolore e l'annientamento che, la scoperta del secolo che ha salvato tante vite, ha dato a un piccolo gruppo di individui ignari. Se oggi a prevenzione di determinate malattie e la cura di molte altre, dalla semplice influenza fino al tumore, possono essere prodotte è grazie solamente al più grande "imbroglio" della storia, perpetrato a danno degli ultimi e che ha fatto arricchire chi già aveva le opportunità per esserlo. Il problema di questa storia è l'etica: quanto sia giusto fare qualcosa in nome della ricerca e quanto sia sbagliato negare a qualcuno la cura per l'ignoranza del donatore che, senza capire ciò che gli si sta chiedendo, potrebbe opporsi. Sembra semplice la risposta e invece no: pensate per esempio se ad un bambino venisse negato un intervento al cuore perché le cellule, che potrebbero favorire la ricerca sulla cura di quella specifica malattia, non vengono messe a disposizione da qualcuno che nemmeno sa cos'è una cellula e, per paura, dice quello che, a lui, pare essere un semplice "no". Pensate anche se a vostra insaputa qualcuno usasse la vostra appendicite appena rimossa per fare degli studi e dall'analisi genetica venisse fuori che avete un deficit immunologico e questa informazione, privatissima, non fosse gestita in maniera così "discreta" da garantirvi l'anonimato. 
Ma oltre all'etica, qui, c'è una serie di fattori esterni che complicano ancora di più la questione: soldi, potere, riviste di settore, conoscenza, ignoranza. Tutti questi fattori, che hanno influito in qualche modo nella storia raccontata in questo libro, hanno trasformato qualcosa di "grande", denominato HeLa, in qualcosa di orribile da cui però possiamo affrancarci solo facendo ammenda e ricordando chi ha subito il torto iniziale. Proprio come voleva Deborah. 

1951 John Hopkin Hospital. In una stanza del reparto nero femminile, una donna è in fin di vita. Un medico le si avvicina e le sussurra in un orecchio che, grazie a lei, l'umanità avrà una possibilità e la ricerca farà passi da gigante per salvare milioni di vite. Non è detto che sia proprio andata così, ma il ricercatore, che fu contestato come molti altri in questa storia, disse che questo era quello che lui aveva fatto. Ma torniamo a quel letto. In quel letto giace per i suoi ultimi istanti di vita Henrietta Lacks sottoposta ad una terapia sbagliata con il radio, che allora si credeva capace di risolvere tutti i tumori, che le era stato più e più volte inserito nell'utero per sconfiggere il cancro alla cervice che lei stessa si era accorta di avere. Sarebbe bastato un intervento di rimozione dell'utero ma, all'epoca, la ricerca sul cancro si basava su prove che -in teoria- non sarebbero potute esser fatte sugli umani e quindi non era molto facile ne riconoscerli e tanto meno curarli. Henrietta morì. Qualche tempo prima quando si era accorta di questa massa che, come un nodo diceva lei, le dava un fastidio costante e continuo il medico aveva marcato quel tumore come curabile con le barrette di radio. Il giorno dell'operazione, mentre la paziente era addormentata, prima dell'inserimento della prima barretta il medico prelevò due campioni: uno di tessuto tumorale e l'altro di tessuto sano. I campioni era destinati al laboratorio dell'ospedale dove, come in qualsiasi altro ospedale e centro ricerca del mondo, gli scienziati erano alla ricerca del modo per far sopravvivere le cellule umane per studi specifici applicabili ad una componente di origine umana.
Ci sono due retroscena in questa storia: in America, nell'epoca del segregazionismo tra bianchi e neri questi ultimi erano oggetto di ricerca a loro insaputa o con la donazione di piccole somme di denaro e dall'altra che, come spesso avveniva nella comunità nera, Henrietta era sposata con un cugino e aveva generato 5 figli tutti affetti da malattie differenti. Una di questi, Deborah, dopo aver scoperto quasi trent'anni dopo quello che era stato fatto alla madre e che cosa avevano fatto, le uniche cellule al mondo allora in grado di riprodursi, si è battuta strenuamente per più di dieci anni perché HeLa fosse riconosciuta al mondo come Henrietta Lacks, madre trentenne nera che con la sua morte aveva salvato molte vite. L'unica cosa che era riuscita di sapere di una madre morta quando aveva solamente due anni. La famiglia Lacks non ha mai ricevuto sovvenzioni o aiuti per curare le malattie dei figli o del marito di Henrietta.

Sembra che io vi abbia raccontato tutto e, invece c'è molto altro in questa storia. Il libro di Rebecca non vi sembrerà mai organico, nel mentre lo leggete, proprio perché non solo parla della storia di Henrietta, ma perché abbraccia anche la storia della sua famiglia prima e dopo quel punto di rottura, in cui la protagonista ha lasciato questo mondo. Se l'etica di una scelta di continua ricerca su cellule che mai erano state così rapide e decise a sopravvivere avesse coinvolto la famiglia, oggi, saremmo in grado di avere le stesse cure e medicine? Probabilmente la risposta è no. Ma non perché Hernietta fosse egoista, la si descrive come una donna generosa e attenta ai bisogni degli altri, ma solo perché non avrebbe capito che cosa le si stava chiedendo. Ma se l'etica si trincera dietro questa scusa, qualsiasi ricercatore avrà mano la scusa per poter far ricerca su persone ignare di quello che si sta facendo con loro. Contestualmente la storia narrata de Rebecca rivela un grandissimo cuore. La voglia di conoscere questa donna, di cui tutti sapevano poco, per poter capire come il tutto fosse nato. E ci è riuscita egregiamente. Se aprirete questo libro leggendo le prime righe, difficilmente riuscirete a staccarvene proprio perché la parte più pregevole, di tutta questa biografia molto particolare, sta nella ricerca e nella scoperta di una vita come tante che era già straordinaria prima di diventarlo per sempre.

In un mondo che negava ai neri la contaminazione, anche di vicinanza e non solo di cura, con i bianchi, riuscire a mantenere un sorriso o la gioia di vivere era cosa ben complessa. Invece con tutte le limitazioni, con la povertà incalzante, con un mondo sempre contro, Henrietta era una donna felice, che amava i suoi figli e che curava il suo aspetto. Amava le persone, la musica e la ruota panoramica, non disdegnava un aiuto e nemmeno un consiglio. E quando si ammalò tutto il bene che aveva fatto, nonostante la povertà e l'ignoranza, si risolse con file di neri in coda per donare il sangue, con la disponibilità degli amici di tenere a bada i figli. Finché lei è stata in vita è stata il fulcro e l'elemento di unione di una comunità nata ai margini di Baltimora per fare i lavori più umili e pericolosi nella fiorente industria nascente dell'acciaio. È uno spaccato di vita che non si nutre solo di storie personali ma che ricostruisce un'intera storia nazionale, nel bene e nel male, di cui comunque dovremmo essere consapevoli. Molte delle contaminazioni culturali, che vengono anche dalle storie degli ultimi, hanno contagiato anche la letteratura di genere, la musica, l'arte in generale e quindi anche questo spaccato di mondo dovremmo conoscerlo. È quello che si cela dietro le grandi storie di narrativa che spesso ci gloriamo di aver letto e  di cui, ancor più spesso, sappiamo solo quello che la critica accademica considera importante conoscere. 

Se volete un consiglio, che ho dato per un altro libro Adelphi di recente, se queste mie considerazioni vi hanno incuriosito andate a cercare il libro, non leggete la sinossi, ma solo le prime righe del testo. Uno dei difetti delle sinossi, e Adelphi non sempre fa eccezione, è che, nell'ansia di dare un quadro completo dell'opera che vi apprestate a leggere, fa sembrare il tutto molto complesso. Ecco, questo libro è stato scritto per noi, ma non in prima battuta. È stato scritto principalmente per Deborah che non è mai stata all'università e ha smesso di studiare prima delle superiori. Prima dell'arrivo di questa strana divulgatrice scientifica dal nome Rebecca Skloot, Deborah, non sapeva nemmeno cosa fosse una cellula perché nessuno si era disturbato a spiegarle in termini semplici di cosa si stava parlando. Quindi non troverete altisonanti commenti sulle pratiche di laboratorio o testi scientifici; troverete la storia di una famiglia raccontata a puntate come fosse un album di fotografie, un po' scompaginato, dove le foto non sono propriamente tutte in sequenza. L'unico cenno tecnico, se proprio così lo si vuole chiamare, è nella postfazione in cui si parla di etica e di quali siano i grandi dilemmi della scelta informata da parte del paziente e della gestione dell'ignoranza in un campo di ricerca dove difficilmente le persone comuni capiscono appieno il senso. L'aggiunta era necessaria, perché la questione etica viene citata nel libro, ma non ne è il centro. Quindi, qualora vogliate accostarvi a questo lavoro, non è necessario leggerla per forza per capire qualcosa in più, quanto solo per riflettere sulle implicazioni delle due posizioni che rendono ancora oggi complicata una scelta definitiva. 

Inutile dire che questo libro mi sia piaciuto da morire: mi ha aperto il cuore la passione di Deborah che, contro tutti i pareri familiari, ha deciso di intraprendere questo viaggio intimo e condividerlo con Rebecca. Ho trovato appassionata anche la versione cinematografica uscita a Maggio in America. La differenza dei due stili di racconto è data dal fatto che nella versione cartacea, Henrietta e Deborah sono presenti contemporaneamente ed è più comprensibile l'escalation degli eventi. Nella trasposizione cinematografica, forse anche per la presenza della Winfrey che interpreta proprio Deborah, nonostante la storia di Henrietta sia raccontata è marginale alla figura della figlia. Forse a Deborah non sarebbe piaciuto il film, ma è il giusto tributo alla seconda donna più coraggiosa di queste vicende. E, in fondo, è giusto così.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

La vita immortale di Henrietta Lacks
Rebecca Skloot
Adelphi, ed. 2010
Traduzione a cura di Luigi Civalleri
Collana "La collana dei casi"
Prezzo 26,00€

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martedì 18 luglio 2017

Diario di un mese di libri... Giugno (e qualcosa che avevo dimenticato a Maggio!)

Fonte: Democrat and Chronicle



Libri comprati:
"Non disturbare", Claudio Marinaccio - Miraggi Edizioni
"Quello che dice la cameriera", Nicola Manuppelli - Miraggi Edizioni
"Atlante leggendario delle strade d'Irlanda", J.R. Hjalmarsson - Iperborea
"Il racconto dell'ancella", Margaret Atwood - Ponte Alle Grazie


Libri regalati
"Le sorelle Misericordia", Marco Ciriello - Spartaco Edizioni
"Al buio", Carlotta Borasio, Andrea Malabaila - Intermezzi Edizioni
"Zia Favola. Una storia siculish", Cono Cinquemani- Aut Aut Edizioni
"FreakShow", Pee Gee Daniel - Avatar Edizioni
"L'interpretazione dei sogni di Freud Astaire", Angelo Zabaglio AKA Andrea Coffami - Gorilla Sapiens Edizioni
"La passione secondo Matteo", Paolo Zardi - NEO Edizioni
"Grande Nudo", Gianni Tetti - NEO Edizioni
"Scritti", Roberto Bazlen - Adelphi
"Lizzie", Shirley Jackson - Adelphi
"I Piccini di Gashlycrumb", Edward Gorey - Adelphi
"Sylvia", Leonard Michaels - Adelphi
"La casa dei Krull", Georges Simenon - Adelphi
"Propizio è avere ove recarsi", Emanuel Carrère - Adelphi
"A futura memoria", Leonardo Sciascia - Adelphi
"Vite minuscole", Pierre Michon - Adelphi
"Questo è Kafka?", Reiner Stach - Adelphi
"Sotto una stella crudele. Una vita a Praga – 1941-1968", Heda Margolius Kovály - Adelphi




Libri letti
"Le cento vite di Nemesio", Marco Rossari - E/O Edizioni
"Come siamo diventati nordcoreani", Krys Lee - Codice Edizioni
"Overlove", Alessandra Minervini - Liberaria
"Le sorelle Misericordia", Marco Ciriello - Spartaco Edizioni
"Vaffanguru. Come diventare Zen in 90 minuti", Ka Bizarro - Edizioni Tlon
"Special Exits", Joyce Farmer - Eris Edizioni
"Non disturbare", Claudio Marinaccio - Miraggi Edizioni

Libri in lettura

"The Dome", Stephen King - Sperling&Kupfer
"La bambola di Kokoachka", Alfonso Cruz - La Nuova frontiera  (finito Luglio)
"La vita immortale di Henrietta Lacks", Rebecca Skloot - Adelphi (finito Luglio)
"Da principio venne il diavolo", Agatha B. - Walkabout Literary Agency (finito Luglio)
"Vangelo di malavita", Claudio Metallo - Casa Sirio
"Challenger", Guillem López - Eris Edizioni
"Una più del Diavolo", Lorenzo Vargas - Las Vegas Edizioni
"Fame Plastica", Nicola Brizio - Funambolo Edizioni
"Oggetto d'amore", Edna O'Brien - Einaudi
"Il sangue non si lava", Fabrizio Capecelatro - AB Editore




Ed eccoci di nuovo qui. Mese di Giugno e qualche arrivo che avevo dimenticato, volutamente, il mese scorso per non morire e non farvi morire di inedia. È stato un mese rovente per il caldo e si è chiuso in maniera altrettanto rovente con una polemica fra colui che gestisce il profilo di Einaudi e gli utenti, blogger e qualche polemico di default. Il punto della questione verte intorno al social che sta sempre più prendendo piede, Instangram, che, per sua natura, è fatto e vive di immagini. Negli ultimi mesi si sono aumentati a dismisura gli utenti che postano le immagini di libri e, in particolare, le fotografie di quelli che si leggono a colazione. Cominciamo con il dire che, la qui presente lettrice, non posta tali immagini nel suo profilo ma gatti e libri a qualsiasi ora del giorno necessiti di fare una foto. E no non è perché sia d'accordo con il profilo einaudiano, ma solo perché è notorio che alla mattina io sia uno zombie e difficilmente capirei che cosa sto leggendo, quindi mi crederebbero in pochi se dichiarassi che sto leggendo! Se poi aggiungiamo che: 
- meglio di cinque minuti in più di sonno che svegliarsi un'ora prima per avere la necessaria autoconsapevolezza; 
- il terrore del traffico;
- la necessità di non arrivare tardi per non uscire dal lavoro ancora più tardi.
avete il quadro completo. 
Però concordo con le blogger che hanno lanciato varie iniziative contro questo stile di pensiero e hanno fatto le loro rimostranze a Einaudi. Già è complesso essere lettori in un mondo in cui leggere è poco "cool", "fashion" e via dicendo, se poi ci si arroga dietro posizioni inutilmente snob è ancora peggio, tenendo conto che poi uno dei propri spazi ne fa ciò che vuole. O no? Polemica di cui mi sono resa conto una settimana dopo, ma visto che c'ero ve ne ho parlato. Poi non dite che non faccio informazione eh!
Tra le altre novità c'è che "La nave di Teseo", la casa editrice nata dalla volontà di Elisabetta Sgarbi di fare un'editoria di qualità diversa da quella che si trova in circolazione e che ha riunito sotto la propria egida quei grandi e piccoli scrittori -alcuni provenienti da Bompiani- per costruire un catalogo decisamente già corposo, ha acquistato il 95% di Baldini&Castoldi oltre ad una casa editrice di Graphich Novel -decisamente impegnate quindi lasciate perdere entusiaste dei manga!- che si chiama Oblomov Edizioni che, vi dirò, mi piace davvero tanto.
Finito lo sconclusionato TG, andiamo oltre eh?

Io comunque questo mese ce l'avevo messa tutta. In lista, tra i comprati, ci sono praticamente solo quattro libri. Quattro eh?? Quattro!!! 
Ma è destino che noi si debba star dietro alle liste lunghe: quindi siete pronti? Prendiamo un bel respiro e via!
Tra i libri comprati spiccano l'accoppiata Marinaccio - Manuppelli. Non hanno scritto lo stesso libro ma, non si capisce perché -prima o poi mi toccherà chiederglielo-, escono sempre in libreria in contemporanea. Nel mio immaginario, visto che Manuppelli sembra molto posato, c'è Claudio che, come ha finito di scrivere, corre a casa  Nicola e che lo sollecita ossessivamente finché non ha messo la parola fine al suo libro. Sembrano una coppia di amici affiatata ed è un piacere leggerli. Scrivono sicuramente in maniera totalmente differente, Claudio, che si dichiara "stronzo", in effetti è la classica faccia da schiaffi. Il suo libro è irriverente e allegro e riunisce immagini della vita di provincia affiancate a ciò che più temiamo quando siamo a casa. È inutile che fai il vago, lo so che pensi... di che potranno avere paura in provincia? Delle stesse cose che temi tu in città... Il citofono o le chiamate pubblicitarie. Con i suoi post con, cinici e  divertentissimi, dialoghi con operatori telefonici o testimoni di Geova ha conquistato praticamente tutti sul web intercettando un ambito di cui pochi hanno percorso la strada. "Non disturbarequindi è una raccolta che mescola serio e faceto lasciandoti con il sorrisetto sghembo di soddisfazione. Altro tono quello di Nicola che con "Quello che dice la cameriera" invece presenta una raccolta di poesie. Poesie?!? Tu leggi poesie? Fermo lì poeta, le leggo in via eccezionale e solo per curiosità. La raccolta di Manuppelli, sì ne ho già letto circa la metà, è più una lunga sonata che una raccolta vera e propria. Ha quel gusto stranamente americano che va dal vuoto alla ricerca di una persona che lo riempia. È come quelle inquadrature nei film che con crudo realismo inquadrano una persona in una stanza piena di vecchi oggetti. È affascinante, detta da una come me che come dici amore ti risponde "chi?!?", e se anche non vi farò altolocati commenti in merito sarà comunque un libro, ripeto poeta, di cui vi parlerò in via eccezionale e a modo mio. Tanto Manuppelli non sa dove abito quindi non mi può venire a cercare!

Chiaramente, rintracciare i libri di questi due giovani e baldi scrittori è come sperare di trovare un diamante al mercatino della bigiotteria. Scelgono sempre case editrici che si comprano da un'altra parte rispetto a quella che pratico io. Quindi questi due libri sono stati comprati su IBS e per non pagare le spese di spedizione, che mi sembra cosa cretina all'alba del 2017, mi sono presa anche "Atlante leggendario delle strade d'Irlanda", di questo scrittore: J.R. Hjalmarsson. Iperborea vuole mandarmi in rovina e in un mese ha pubblicato due libri che io sono curiosissima di leggere e uno dei due era proprio questo. L'ho già iniziato, anche se non compare nella lista dei libri in lettura, perché è una raccolta di favole e credenze su luoghi dell'Irlanda e ne costituisce sia una guida fisica a posti poco conosciuti e al contempo anche una sorta di viaggio "sentimentale" nei meandri del folklore irlandese. Quindi leggerlo tutto di seguito ha decisamente poco senso, mentre un capitolo al giorno invece sì. Per "Il racconto dell'ancella" di Margaret Atwood, invece la colpa è tutta di Libri in valigia e della sua bellissima recensione. Me ne avevano parlato di questo libro ma non ero affatto convinta, poi ho letto la recensione e ho deciso di prenderlo. È un romanzo distopico ambientato in un futuro di uomini e donne sterili. Le donne che sono ancora fertili vengono chiamate e trattate come ancelle. La maggior parte del lavoro l'ha fatto Barbara, scrivendo il pezzo che vi ho linkato e che vi consiglio caldamente di leggere.

Visto? Finiti i comperati! Non era difficile no? Mese interessante fra gli arrivi, quello di Giugno, si apre con una serie di arrivi inaspettati tra cui campeggia il famoso Marco Ciriello. Sì, hai ragione, è famoso per me perché tutte le mie conoscenze di una certa parte della "Campania che scrive" prima o poi mi citano Marco Ciriello. "Ma lo hai letto Ciriello? Ah ma lo devi fare!". Ecco io non l'avevo letto, non ci ero mai incappata di Ciriello... e sbagliavo, va bene Miryam? L'ho scritto! Per quello che ho potuto leggere in "Le sorelle Misericordia", Marco ha tre caratteristiche: scrive in maniera scorrevole ma non rinuncia alla bella scrittura, porta avanti uno sviluppo di trama che verta sul personaggio e non si perde in inutili e facili descrizioni sulla capocchia dello spillo. 
La storia in questione si legge in pochissimo, sono ottanta pagine, ma ha un grande cuore. È quello di due sorelle che sono una l'opposto dell'altra: una bella, brava e di successo e l'altra un po' meno bella, che si deve impegnare e che sta morendo. La bella crede, l'altra no, la prima vorrebbe aiutare e l'altra invece vorrebbe solo rinunciare. In mezzo c'è quel vuoto che si crea quando tu non vuoi lasciare andare qualcuno e quando quel "qualcuno" vorrebbe almeno riuscire ad ottenere quel che si può avere fin quando non sarà l'ora di andare. È un tira e molla etico ma anche decisamente amorale. Chi può decidere cosa sia meglio per l'altro? Dove il nostro amore giustifica lo sguardo che perdona la rabbia di chi sa che non c'è speranza? Due donne rappresentate alla perfezione, finanche nel loro parlarsi senza ascoltarsi e senza comprendersi. Da leggere assolutamente!

Tre titoli che mi sono arrivati in piena crisi del lettore:
"Zia Favola. Una storia siculish" una storia della fine dell'ottocento che narra un viaggio dalla Sicilia verso New York, di cui la protagonista è appunto Zia Favola. È una storia con una morale; vuole ricordare che cosa significa mettersi in viaggio verso una vita migliore.
"FreakShow". Lui chiama Pee Gee Daniel ed è molto apprezzato, ho trovato due persone che lo hanno letto. Si parla di un pianeta lontano in cui il FreakShow è quello show che mette in mostra le più strane creature. Poi un giorno i protagonisti dello show si convertono ad una religione e tutto cambia aspetto.
"L'interpretazione dei sogni di Freud Astaire", in questo caso ho delle difficoltà a capire se l'autore sia solo uno o due - sono ignorante e lo dichiaro con una certa mestizia-, ma quando mi è stato proposto di leggerlo, non sapevo che fosse un Gorilla Sapiens. L'ho scoperto dopo e mi sono anche accorta di non averlo comprato e quindi la mia collezione Gorilla difetta di un libro! Comunque, rimedierò a Dicembre per l'oggetto fisico, ma credo che leggerò molto prima il digitale soprattutto perché è complicato descriverla per ora ho capito che è una raccolta di racconti surreali e tragicomici.

Mi accorgo ora che questa sarà l'estate dei dialetti, in questo momento sto leggendo "Vangelo di malavita" che mi sta mettendo in non poca difficoltà con la parlata calabrese e ne ho altri due come quelli sin qui citati che presentano difficoltà a livello dialettale o linguistico. Bene così, Simona!

Di recente invece è arrivato "Al buio" di Carlotta Borasio e Andrea Malabaila, che è un libro che parte da un mistero su un morto ritrovato di cui non si conosce l'identità e nemmeno la causa della morte. No, ma facciamole un po' più stringate queste descrizioni eh!!! È considerabile come un racconto lungo o un romanzo breve e quindi a "breve" probabilmente sarò più specifica. 
Se dovessi mettere i nomi di coloro che hanno foraggiato questo blog posso tranquillamente dire che oltre alla Fatina della lettura, l'Amico di Murakami c'è anche Vincenzo Zonno che mi ha regalato altri due Neo Edizioni "La passione secondo Matteo"di Paolo Zardi e "Grande Nudo" di Gianni Tetti. Come avviene per gli altri foraggiatori spesso la cessione del libro è anche un "leggilo così poi ne discutiamo"! Loro ci provano ma le mie tempistiche non sono sempre così veloci. Sono stati entrambi libri molto chiacchierati. Il primo, quello di Zardi, esce dopo "XXI secolo" che è stato in lizza per lo Strega. In quel caso una distopia molto particolare,  in questo una storia che inizia in vacanza quando il nostro protagonista viene svegliato da una telefonata inaspettata. È il padre che non sente da anni e che lo invita a mettersi in contatto con la sorellastra e raggiungerlo in Ucraina. Mentre nel caso di Tetti, era stato decretato capolavoro già da chi lo aveva letto prima che uscisse. È un tomo che dovrebbe iniziare da un momento catastrofico per il mondo e la cui salvezza arriverà dalla Sardegna. 

Mondo Adelphi. A "La lotteria" di cui vi ho parlato il mese scorso nel Diario, possiamo aggiungere un altro Jackson, ovvero "Lizzie", la cui protagonista "pare" ambire ad una vita tranquilla anche se effettivamente non è così. Lizzie è sempre soggetta a numerose emicranie e altri problemi di cui nessuno sa effettivamente la natura finché, un bel giorno, un medico con il quale ha fatto delle sessioni di ipnosi scopre che dentro questa donna elegante e altolocata vivono effettivamente tre donne decisamente diverse: quella buona e amorevole, una cattiva e amorale e la donna che ogni giorno va a fare le sedute. "È solo l'inizio di un inabissamento che assomiglierà, più a che un percorso clinico coronato da un successo terapeutico, a una discesa amorale e spietata nelle battaglie angosciose di un Io diviso, apparentemente impossibile da ricomporre: tanto che il dottor Wright sentirà scosse le fondamenta non solo della sua dottrina, ma della sua stessa visione del rapporto tra l'identità e la realtà." conclude la sinossi e, conoscendo "La lotteria", diciamo che non stento a crederlo! Sempre fatto di tensione pura "La casa dei Krull" in cui viene raccontato il montare della rabbia dei residenti di un paesino, verso i tedeschi che vivono al margine del paese, per il ritrovamento del cadavere di una ragazza nei pressi di casa loro. Sono sempre stati emarginati, ed è per questo che vivono al confine con il centro abitato, ma questo non li salverà dall'ennesima condanna.
 "I Piccini di Gashlycrumb". Volevo regalarlo a mio nipote e invece è ancora troppo piccolo per questo incantevole lavoro un po' gotico. Disegni bellissimi e dettagliati, immagini ironiche, a tratti ciniche rendono bene l'idea delle intenzioni dell'autore. "L'alfabeto più nero di Edward Gorey" che pare essere pure il più apprezzato dai ragazzini. Purtroppo, in questo caso ,il fatto che sia per "bimbi da 7 anni in su" fa la differenza e quindi Lorenzo, che ora ne ha 5, dovrà aspettare un altro po'!

Da qui in poi sono prettamente memorie, biografie e scritti vari sulle vite dei più diversi personaggi conosciuti e sconosciuti. Tra i conosciuti c'è "Questo è Kafka?". Tenete a mente "99" che è il numero dei casi particolari che Stach ha trovato su Kafka mentre scriveva la sua biografia; per "casi" si intende particolarmente "aneddoti o ricordi" relativi all'autore che vanno dalle lettere ai genitori a quelle che riceveva dai lettori. Invece nel caso "Sylvia", Michaels, per la vicenda e la caratterizzazione del personaggio di questa storia violenta e intensa, si pensa abbia preso spunto dalla storia del suicidio ex moglie. Siamo negli anni sessanta in piena "Bit Generation", nel Village; una giovane coppia di studenti vive una tormentata e dannata storia d'amore con esiti disastrosi. 
Invece è difficile trovare qualcuno che non conosca Sciascia e "A futura memoria"è una raccolta di scritti, note e resoconti che riguardano l'azione di denuncia di questo scrittore che cercava di far capire al mondo cos'era la mafia e quanto era pericolosa. Altro scrittore conosciutissimo è Emanuel Carrère, salito alle cronache del passaparola del "ah lo devi leggere!" con il libro Limonov, che, con il suo "Propizio è avere ove recarsi", parte da una delle risposte che danno i Ching quando vengono interrogati. In questo volume sono raccolti scritti e memorie dei viaggi fatti per lavoro, quelli, chiamiamoli spirituali, fatti leggendo libri o immaginando luoghi, in attesa di andarli a visitare prima o poi. Ora, per me, la risposta sarebbe "torna presto a casa, che hai pile e pile di libri da finire", ma per lui è un po' quel che lo spinge a ricordare tutti i viaggi e che significato hanno avuto nella carriera e nella vita. Sono particolarmente curiosa di leggere questo titolo perché così, magari, è la volta buona che leggo tutti gli altri Carrère che ho sparsi per casa.


Per Bazlen invece credo che sia l'inizio di un altro percorso di lettura, che si perde nei meandri di quello che non c'è e che magari ci sarebbe potuto essere. Bazlen è stato scrittore, critico letterario e traduttore. C'era quando nacque Adelphi e, nelle lettere trovate qualche mese fa in un mercatino da un antiquario veneto, è un uomo di grande intuito. Sono quegli uomini che nascono una volta ogni tanto e che hanno già una visione interiore di come sarà il futuro di ciò che a loro interessa. Bobi aveva dalla sua una passione per la lettura, per la scrittura e una profonda affezione a quello che rappresenta la cultura. Insieme a Calasso, altro grande genio, ha ipotizzato un catalogo rivoluzionario per l'epoca che lo è ancora oggi. Nonostante questo, Bobi, non pubblicò nulla in vita ma, nel catalogo adelphiano, non poteva mancare comunque questa raccolta sotto il semplice titolo:  "Scritti".

Concludiamo la sezione Adelphi con altri due libri particolare "Sotto una stella crudele. Una vita a Praga – 1941-1968" di Heda Margolius Kovály che è l'autobiografia di una scampata ad Auschwitz che si è rifugia a Praga e racconta della sua vita dalla ancora viva minaccia nazista fino al 1968. E' un periodo di grandi cambiamenti che non vertono mai al meglio ma che generano profonde fratture sia nel sentimento nazionale che nella vita dei singoli che ne rimangono segnati. 
E poi "Vite minuscole"di Pierre Michon  che è un esperimento che, in parte, da queste parti si è già visto con un altro libro Adelphi "Vite immaginarie". Il libro di Michon è uscito nel 1984 e ha sortito un grandissimo successo per il suo proporre ai lettori una serie di biografie di illustri sconosciuti. Gente comune che, come dice la sinossi, era "votata all'oblio". Ma sarà riuscito davvero ad essere meglio di Schowb? Io non credo che ci sia qualcosa di migliore della descrizione del motivo per cui l'illustre pittore "Paolo Uccello" veniva chiamato così... ma leggerò questo libro senza pregiudizi e ne riparleremo in recensione.

E parliamo degli altri libri finiti. "Le cento vite di Nemesio" libro davvero adorato, di cui è complesso scrivere la recensione proprio perché mi è piaciuto tanto. Nemo, figlio di Nemesio grande artista celebrato al raggiungimento del 100 anno di età, si ritrova a fare strani sogni in cui ripercorre una ipotetica ma molto realistica vita del padre impersonandolo sul campo di guerra, nelle orgie di Berlino, nel ritiro forzato di un monastero tedesco e via dicendo. C'è un mistero in questo emergere di un mondo che pensava di aver cancellato per sempre dopo un particolare momento della sua vita. E' talmente divertente che le pagine scorrono volentieri, tranne in un punto in cui la storia sembra arenarsi e invece si sta preparando a cambiare direzione drasticamente... ma sta a voi capire se Nemo riuscirà a capire il mistero che si cela dietro questi sogni, saranno solo sogni o c'è qualcosa di vero? 
"Come siamo diventati nordcoreani" è stata invece una bella batosta. Libro che inizia quasi in maniera tranquillizzante, svela quello che c'è al di là della frontiera, in quella che dovrebbe essere la terra dove trovare finalmente la libertà che per tutti noi è un dato di fatto. E' una scrittura scorrevole, quindi davvero lo si legge velocemente, meno scorrevoli sono certe immagini o certi comportamenti.

E sono finalmente riuscita a finire anche "Overlove" di Alessandra Minervini. Finalmente significa solo che ho cancellato ogni pensiero riguardo le pile che attendono e mi sono seduta a finire, in questo caso ho dovuto re-iniziarlo daccapo, il libro con tranquillità e attenzione. Perché quello che mi era rimasto impresso di questo lavoro è che, nonostante il peso specifico della storia che porta, l'atmosfera in cui i protagonisti si muovono rispecchia la Puglia che ricordo e che amo io. Alessandra è anche un editor e per lavoro opera con le parole: ricordate il mese scorso quando, con Rosemary's Baby, vi raccontavo quanto il mestiere di sceneggiatore arricchisca lo scrittore? Ecco, se avete seguito il consiglio di sbirciare nel libro di Levin facendo caso ai particolari, leggendo questo libro vi ritroverete a notare quando il mestiere di editor arricchisca il vocabolario di Alessandra e al contempo non renda pesante la narrazione. 

E parlando di leggerezza ho letto anche "Vaffanguru. Come diventare Zen in 90 minuti" che è solo fintamente leggero. Tra una battuta e un'osservazione sardonica Zen un po' di ci fa divenire, ma partendo da due presupposti importanti: non siamo orientale e non viviamo in oriente e soprattutto, molti di noi -sarebbe più corretto dire di voi, visto che io vivo fuori Roma- vivono in città. Come puoi avere la giusta concentrazione di riportare la pace nel tuo cuore quando sei in coda sul raccordo, con quaranta gradi e senza un incidente segnalato, e i due della macchina che sta dieci metri da te hanno deciso di condividere con te allegra musica techno, mentre davanti hai uno che ascolta accorato Gigi D'Alessio e da qualche altra parte della fila si fa sentire anche un punk rock d'annata? Ecco, fidatevi, l'ho fatto ieri, non erano 40° ma 37° per la precisione: in quella situazione lo "Zen" ti interessa solo se è una spada gratis per fare una strage, soprattutto di autoradio! Ma il concetto è chiaro e soprattutto ha una spettacolare descrizione di cosa significa svuotare la mente... di solito si dice spegnere il cervello, ma dopo averlo letto direte solo "svuotare la mente". Per sapere dovete leggerlo!

"Special Exits", Joyce Farmer. Cuore, quello con le manine giunte che tutti odiano. Parliamo con una Graphic Novel che ha un unico ostacolo, il primo capitolo. In quel primo capitolo sembra che la Farmer abbia necessità di far capire, al suo lettore, come ci si arriva ad un certo punto. E un po' fa male. Il problema è che andando oltre quel capitolo c'è un mondo che io personalmente conosco da nipote e mai, davvero mai, ho trovato una descrizione più pertinente di questa sulla vecchiaia e su quanto sia bello riuscire a condividere anche questa parte di viaggio con le persone a cui vuoi bene. E' stato un viaggio fra i ricordi e anche un po' un modo per riflettere su cose sulle quali non mi ero mai soffermata. 

Beh dai questo mese in fondo è andata bene, no? Certo, riuscissi a farlo uscire di Lunedì non sarebbe male, lo so! Ma accontentatevi e ce la farò!
Avete un mese per approfondire le righe che io ci metterò un mese a correggere!
Buone letture e buone vacanze per chi ci va... io rimango al chiodo!
Simona Scravaglieri




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