sabato 7 luglio 2018

"Un pomeriggio di un piastrellista", Lars Gustafsson - La straordinaria bellezza dell'imperfetta vita di un piastrellista...


Fonte: Depositphotos

È dallo scorso anno che vado dietro a questo libro che è uscito, credo, in contemporanea con un altro di cui mi ero appassionata e che poi ho comprato che è Miraggio 1938 - di cui peraltro ero convinta di aver già scritto la recensione e invece devo farlo ancora (è la grande dannazione di leggere ebook non li hai fisicamente ingombranti nello scaffale dei libri da recensire!). Il fattore comune fra i due è che, dalle premesse della sinossi, sono entrambi titoli "mainagioia" e invece alla fine, si rivelano più solari di quanto uno si aspetterebbe. Nel caso di Gustafsson c'è anche una particolarità in più: questo lavoro si può accostare per svolgimento a "La città degli angeli" della Wolf, a "Il sale" di Del Amo e anche a "The White family", ma supera quell'ostacolo che blocca tanti lettori della pesantezza e del ristagno delle situazioni, che ne permette l'assimilazione dell'esperienza, sedimentandosi nel suo lettore con un altro espediente decisamente riuscito ma che ovviamente non vi dirò perché situato alla fine del libro.

Il nostro protagonista è un anziano piastrellista che, come nella migliore tradizione dei libri di questo genere, è vedovo, ha perso il figlio, vive ai margini della società in una villetta trasandata, è solo e arrotonda con lavoretti in nero. L'azione inizia con una telefonata in cui un conoscente lo informa che c'è l'opportunità di un lavoretto in un villino in ristrutturazione: c'è da piastrellare inizialmente un bagno e una cucina, poi, quando l'affittuario del piano di sopra se ne andrà, ci sarà altro lavoro. Torsten accetta subito e segna l'indirizzo. Dopo la fatica di alzarsi, di cercare del materiale per ottimizzare il ricavo del lavoro, il nostro piastrellista si incammina. La casa è grande e bella, è vuota e ancora in costruzione, è in alcune parti con le finestre libere e quindi illuminata e in altre buia a causa dei cartoni a protezione dei vetri.
La storia narra di un pomeriggio qualunque in un giorno qualunque nella periferia bene di Uppsala in Svezia e di come un lavoro semplice e monotono possa essere interrotto da personaggi anche inesistenti, segnalati da un bigliettino, e da situazioni surreali, un po' come la vita di ognuno di noi, che a volte procede spedita e a volte rallenta per i casi della vita.

Non sono stata completamente esaustiva all'inizio, perché c'è un'altra caratteristica che differenzia questo lavoro dai precedenti ed è la scrittura. Gustafsson sembra scrivere, tra il divertito e l'incuriosito, seguendo il suo protagonista da vicino con lo stesso stupore di chi legge. Ne esce fuori un racconto lungo scorrevole, godibile e per alcuni tratti anche divertente. Dall'altro lato la metafora di una vita che nasce, cresce e si sviluppa, rappresentata dalla casa in costruzione è decisamente chiara. All'alba dei nostri giorni siamo come quella casa, quel che vediamo è quel che viviamo e quel che è in buio sono ambiti a noi inaccessibili finché non finiremo di costruire il nostro futuro che poi diventerà il nostro passato. Quindi in questa storia c'è un inizio che si confronta con una fine, quella di Torsten, uomo che si avvia alla fine di una vita vissuta, non sta a noi dire bene o male, e che la ripercorre saltellano di qui e lì nelle stanze della sua esistenza senza un nesso logico o soluzione di continuità. Il confronto nasce e cresce mentre la parete, inizialmente costruita male e parzialmente buttata giù dal piastrellista, piano piano viene ritirata sù. Un lavoro ripetitivo, che viene naturalmente fuori dalle mani di un esperto piastrellista diventa un lavoro automatico e l'automatismo da che mondo e mondo, permette alla mente di spaziare.

Nonostante Torsten non abbia avuto una vita facile e nonostante il fatto che non gli sia stato proprio risparmiato nulla del lato oscuro delle relazioni o delle mancanze, non si guarda indietro con dolore. Torsten guarda a ciò che ha vissuto con la stessa nostalgia che avrebbe una madre a guardare la stanza del figlio oramai cresciuto che è andato a vivere da un'altra parte. I ricordi si ammassano, brutto o belli non importa, ma fanno parte di un vissuto solido, umano e del tutto personale e non ripetibile in altre vite. Il suo tornare ai primi amori, al primo lavoro, sorvolare con un accenno al figlio e alla moglie, alle difficoltà incontrate formano un quadro che per nulla assomiglia ad una dolorosa elaborazione del lutto e, invece, restituiscono un quadro di uno uomo che prende atto di aver fatto e vissuto cercando di essere l'uomo che voleva essere anche se non sempre ci è riuscito. È un uomo di bassa estrazione, che non ha potuto o voluto studiare ma che nella vita ha imparato ad andare oltre di dictat di chi dice di sapere; Torsten ha imparato che per sapere devi conoscere.

È un libro talmente bello da avermi convinto a cercare altri lavori di questo scrittore perché, come detto, nonostante le premesse da mainagioia è un libro solare e che ti lascia una speranza: se non tradisci te stesso, la tua storia, anche se non va per il verso giusto, sarà sempre la tua storia e tu non potrai che guardarla che con nostalgia e non con dolore, apprezzando ciò che hai avuto e non rimpiangendo ciò che non c'è. Il punto non è vivere per essere qui anche se non ci siamo più, il punto è vivere per non sprecare la possibilità di aver vissuto e questa è l'eredità più bella che uno scrittore può lasciare al suo lettore indipendentemente alla fine del suo libro. La metafora della casa che si costruisce piano piano e di tutti gli accidenti che possono incorrere in una giornata che  è come una vita è geniale e la scrittura di ampio respiro, scorrevole e mai ristagnante con un connubio talmente micidiale che alla fine, quando le pagine stanno per finire, già lo starete rimpiangendo.

A questo devo aggiungere una nota del tutto personale: c'è una postfazione di Trevi alla fine che fa una riflessione che guarda a questo lavoro, probabilmente lui conosce Gustafsson molto meglio di me, in modo completamente diverso dal mio. La mia ricostruzione di questa storia è data dal fatto che leggendo il libro prima se fosse stato come la descrive lui, probabilmente io non guarderei a Torsten con la nostalgia di quelle con il sapore buono. Il suo pensiero di questo lavoro si fonda su presupposti diversi che inquadrano il personaggio in una sorta di rimpianto per una vita che non è andata come avrebbe dovuto e, a mio favore c'è, che appunto in questo genere di lavori, come quelli citati, la pesantezza che ferma tanti lettori, è data appunto da questa sorta di rimorso o senso di tradimento da parte della vita stessa dei suoi protagonisti che qui è totalmente mancante. In quel caso i ricorsi riaffiorano sparsi ma con una logica, che qui manca: Torsten guarda alla sua vita in maniera disordinata, aprendo le stanze della sua casa in maniera del tutto casuale seguendo l'estro del momento non è alla ricerca di qualcosa, è solo dettato dalla semplice curiosità di un uomo semplice, che guarda altrettanto con semplicità attorno a sé. Torsten ci tiene a ribadire più volte che il suo lavoro è ben fatto perchè lui sa farlo, perché sa come fare fughe perfette e questa affermazione continua non è rimpianto ma una vera affermazione di uno che sa che ha fatto tutto a regola d'arte, come da lui ci si sarebbe aspettati.
Ci sono anche parti di questa postfazione in cui concordiamo come: il finale che è una vera genialata, passatemi il termine che non mi viene altro in mente, e la critica, decisamente poco velata, ad una società, come quella Svedese, inquadrata, organizzata che viene spesso presentata come il modo per raggiungere il successo individuale che invece nasconde un grande lato oscuro. Per chi è impossibilitato, dalla vita o dalle situazioni, ad attenersi ai rigidi dettami e alle regole rimane una vita al margine non solo della società ma anche della vita stessa. E questa osservazione latente in buona parte di questa storia è un vero macigno più che una semplice riflessione, che rivela in maniera netta e chiara i limiti di un mondo che da sempre viene descritto come una macchina perfetta. 

Io questo libro l'ho proprio amato e rimarrà con me come tutti gli altri citati in calce a questa riflessione e sono contenta di non aver desistito dalla convinzione che avrebbe comunque dovuto essere mio, perché è stato un viaggio davvero imperdibile. Un libro davvero consigliato a chi vuole leggere una storia davvero straordinaria nella sua straordinaria semplicità.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Un pomeriggio di un piastrellista
Lars Gustafsson
Iperborea, ed. 2017
Traduzione a cura di Carmen Giorgetti Cima
Postfazione di Emanuele Trevi
Collana "Luci"
Prezzo 15,00€


Fonte: LettureSconclusionate

giovedì 5 luglio 2018

"Un nastro color lavanda", Heather Burch - Da leggere ad occhi chiusi...

Fonte: Deejay.it


Tutti libri belli in questo blog eh? Invece no, anche la sottoscritta prende ogni tanto qualche sòla (definizione romana che individua la "fregatura") a volte lo faccio inconsapevolmente, come avvenne per Maestra, a volte consapevolmente come per il libro di oggi: Un nastro color lavanda. Per me comprarlo era un modo per avere una lettura leggera, leggerissima anzi, mentre ero a letto con un mal di testa da guiness dei primati. Significa che non ho una grande attenzione e che devo interrompere la lettura in continuazione ed è per questo motivo che, forse, sarò infinitamente più gentile, di quanto sarei potuta essere, se lo avessi letto nel pieno delle mie possibilità. Ok è un auto-pubblicato di AmazonCrossing, va bene, qualcuno di buona volontà lo ha anche tradotto. Va bene tutto. Ma questo libro, anche per la categoria in cui nasce, è una vera porcheria.

La storia si può sintetizzare con una lei e un lui. Lei è bella (come sbagliarsi?), è triste, è di recente divorziata perché lui l'ha tradita e lasciata e si è appena trasferita sulla costa perché sogna di fare colazione davanti alla magnificenza dell'Oceano. Lui (quello del posto), è bello, è alto e abbronzato, è un po' un mutante visto che un minuto prima è longilineo e poi basta che lo bagni l'acqua e gli spuntano muscoli che lo rendono ancora più bello, ha una passione per le gambe delle donne, lavora in una banca di provincia e vive con suo nonno. Il nonno è uno con gli occhi azzurri, che fa amicizia pure con le maniglie delle porte, è un giardiniere eccezionale (che non ha un giardino, ma un orto e un'oasi tropicale insieme).
Lei è appena arrivata nel paesino di provincia, ha comprato una vecchia casa malandata e, seppur non abbia mai piantato un chiodo, decide di ristrutturarla. Intravede lui in banca, ma non si incrociano. Ma un giorno lei trova delle lettere in soffitta e le legge e si innamora di colui che scrive e decide di indagare per sapere chi fossero lui e lei. Colui che scriveva era in Europa all'epoca della seconda guerra mondiale. Nemmeno ve lo dico come continua perché confido nel vostro intuito!

Posso anche capire che il mio modo di vedere al mondo femminile, che forse non è definibile femminismo, sia una concezione completamente personale e che quindi, accingendomi a scrivere quello che sto per dire, posso essere tacciata di essere oltranzista, ma, e ci tengo a sottolinearlo, io ho letto i veri romanzi rosa della tradizione italiana, di colei che riuscì a farsi apprezzare per certi versi anche da D'Annunzio che l'aiutò a trovare lo pseudonimo. E' vero, qui la scrittrice credo sia americana, è anche da considerare che magari ha letto una valanga di libri simili e ha pensato di aver avuto l'ideona. Ma si è dilungata parecchio, perché la sua, chiamiamola, eroina è una donna da denuncia, che non guarda in faccia a niente e nessuno, si impiccia e prende decisioni sulla vita altrui e che per i continui errori e figuracce che fa viene in continuazione scusata. Chiunque le satelliti intorno, dal futuro "eletto" al nonno, l'amica, il vicino di casa e via dicendo è solo una comparsa per dire: "Va tutto bene, anche se mi hai asfaltato in giardino che mi era costato milioni di dollari, non c'è problema è colpa mia e non tua!".
E' sbagliata di base l'idea della donna che lasciata a sé stessa, deve rompere le scatole al mondo ed essere scusata perché, poverina, è divorziata!

E la cosa che notavo, anche qualche tempo fa quando incappai ne "La signora dei funerali", gli uomini non esistono più. Sono solo un tramite per mettere un'altra tacca sulla lista delle priorità. Non hanno spina dorsale, o scusano tutti all'infinito. Bastano un seno e due gambe e fanno tutto. Ma dov'è che l'uomo è stato declassato ad essere non pensante? Qual è il momento in cui, siccome si tratta di romanticherie, gli uomini hanno la stessa consistenza bidimensionale di un poster? 
In questo, al netto degli errori e delle metafore che manco vi cito, che questo "libro" si rivela una vera porcheria. In una coppia si è in due, indipendentemente da caratteri dominanti o no, e invece nella concezione moderna, dei romance ma anche degli young adult, esiste la donna, il resto è contesto.

A questo si può accostare solo lo svarione in cui da una barca si arriva a terra ferma davanti ad uno specchio. Non si sa come siano tornati a terra o che sia successo nel frattempo; sembra solo che l'autrice dopo averla tirata per le lunghe per più di metà libro, avendo avuto l'occasione di far a lui chiedere a lei di uscire non vedesse l'ora, più dei diretti interessati, e abbia deciso di parlare di quello fregandosene della storia che fin lì si svolgeva. Tutto quello che voi vi aspettate da un libro del genere succederà... lei con i tacchi a spillo sul pontile sgangherato, lei che cade su lui e lui la salva... lui che lava più sé stesso che la barca, lui figherrimo in completo da ufficio e lui ancora più figherrimo con i jeans sempre molto stretti (che detta fra noi: ma perché devono sempre avere questi jeans aderentissimi? a me più che star lì a guardare cose verrebbe da dire "mangiato troppo eh???" oppure "hai sbagliato candeggio!!").  La perdita di un co-primario, la perdita di un contesto reale che non debba sempre facilitare le cose, la totale mancanza di un criterio nel gestire le quantità dei casi da presentare e non strafare, nel non limitarsi a farli sembrare "Vorrei fare un porno con te, ma devo andare avanti ancora 100 pagine!" penalizza qualsiasi romanzo rosa o altro rendendolo di bassa qualità. Non è solo perché sia un autopubblicato, perché se lo è e lo è così, e come tale viene letto, è perché l'evidenza di quello che si trova in giro e che va per la maggiore, di editoria tradizionale, è questo! Possibile che non si possa fare la differenza magari guardando indietro?

A quanto pare no, non è possibile. Che non era un libro dove buttare 0,99€ come ho fatto io perché era in offerta s'era capito già, vero? Diciamo che per questi lavori, autopubblicati o no non importa, è meglio aver adottato il termine americano e non "romanzo rosa" giusto per non accostarli con ben altri esempi. Volete sognare? Volete andare in un mondo in cui uomini e donne riescono a raccontarvi una storia? Volete davvero sapere l'essenza del rosa quale è? L'ha descritta Aldo Busi, in un bellissimo libro pubblicato qualche anno fa: L'amore è una budella gentile. Nessuno si innamorerà se non voi, magari con una lacrimuccia e con una bella risata... Un libro, vero, scritto da un bravo autore che vi stupirà, come lo ha fatto con me. 
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Un nastro color lavanda
Heather Burch
AmazonCrossing, ed. 2016
Traduzione a cura di Gloria Fassi
Prezzo 9,99€

Fonte: Amazon.it

domenica 1 luglio 2018

"Guasti", Giorgia Tribuiani - Sottomissione volontaria...


Fonte: pxhere.com


E' la decima volta che riscrivo questa recensione. È la dannazione dei libri che ti sono piaciuti talmente tanto che nessuno dei resoconti che scrivo e riscrivo sembra adeguato. Anche questo è un guasto, perché io è una settimana che tento di spiegare al mondo delle mie amicizie perché dovrebbero leggerlo e," è bello", non sembra una definizione che lo racchiuda perfettamente, anzi, gli sta stretta come quelle magliette che dopo il lavaggio si sono ristrette al punto tale da farti venire il dubbio che non siano mai state della tua taglia. Ecco, "Guasti" è un libro piccino che però avrebbe una  taglia extralarge, perché in un piccolo spazio tocca temi di un certo peso, in una ambientazione a dir poco drammatica, ma che viene narrato in una maniera così accattivante che tu non gli puoi rimanere indifferente. È come vedere una pièce teatrale da un punto di vista inconsueto: invece di essere uno spettatore fermo in poltrona, tu, sei al contempo dentro la testa della protagonista e fuori. Non ti è permesso sederti, perché nelle mostre non è mai permesso sedersi è previsto solo che tu guardi e scorri. Ed è proprio quello che Giada non riesce a fare: i suoi guasti non le permettono di scorrere, la fermano in una sala.

Contestualizziamo: Roma, mostra di plastilinazione artistica, ovvero una mostra di corpi umani, o di loro parti, che sono stati trattati con una tecnica che li rende rigidi, inodori e anche eterni. I corpi perdono la pelle, ma si sceglie, a volte, di metterli in posa come stessero ancora facendo il lavoro che facevano in vita.  C'è ad esempio una ballerina, chissà in che posizione l'hanno messa? Ma questo non è per noi interessante, quanto una "rappresentazione" viva di una delle sale al piano di sopra. L'autrice non lo dice, ma da come si svolgono i fatti sembra che la sala in questione sia una di quelle a fine giro. Quelle in cui arrivi all'ultimo e il tuo occhio oramai si è abituato a quello che all'inizio lo stupiva. In questa sala ci sono una teca con quattro polmoni che testimoniano gli stadi dell'inquinamento da fumo, un'entrata da un'altra sala, un'uscita da cui si intravedono le scale e magari un simbolo dei bagni. C'è anche uno di questi corpi, colto nell'attimo in cui sta per fotografare qualcosa, e una donna. È lì dall'apertura e rimarrà tutti i giorni della mostra. È Giada e sta ampliando il concetto di arte portandolo ad un livello superiore. Lei e l'uomo congelato nell'atto di fotografare hanno un rapporto, anzi lo avevano. Una storia seria, lei ne sembra convinta, anche se non si sono mai sposati. Ed è forse qui quello che sembra il guasto principale: lei, quando lui è morto, non ha avuto nessuna delle eredità che l'avrebbero lasciata andare, perché lui se n'è andato ma c'è. E lei è ancora una sua proprietà, come la foto sull'altalena. Non ha avuto una lapide su cui piangere e che segnasse, con la sua chiusura, la fine di qualcosa da rimpiangere e a cui pensare con nostalgia. Lui non c'è, ma c'è è lì e lei è ancora sua.

Ma allora perché "Guasti" e non "Guasto"? Semplice, perché come spesso succede il guasto che ci ferma, è quello finale che deriva da altri precedenti. I guasti, nella cosmologia tutta particolare di questa storia, non ti fermano ma deviano la natura delle persone e la via che si percorre, ti adatti e diventi una persona diversa a seconda dei percorsi che ti trovi a fare e alle persone che incontri e con le quali hai un rapporto. L'elevazione a potenza di questa storia sta appunto qui. Una coppia di due persone una congelata e l'altra viva e vegeta, che non si possono dire addio ma che non possono stare insieme. Sono anche due persone che vivono un rapporto in buona parte malato, lei preferisce lo stato di gregario sotto la luce di lui e lui, in un atto di leggerezza, toglie a lei l'unica eredità vera. È nello scorrere delle giornate di mostra che si svolge questa storia che potenzialmente è ferma lì e se uno va a guardare nelle sfumature, Giada, non è mai dal lato dello spettatore bensì del mostrato. È come se entrambi fossero in mostra e la gente che passa è solo una scusa per interrompere i momenti di introspezione troppo violenti. In questo inferno in cui Giada si è ritrovata non c'è pace perché nel confronto non c'è risposta e così questa Analisi che scava sempre più in profondità, di guasto in guasto, risalendo alle origini è un percorso lento ma inesorabile.

Ma non significa solo questo, lo stare entrambi in vetrina. Va oltre, è la definizione di una volontà; due innamorati si guarderebbero negli occhi, un gregario e il suo riferimento no. È il gregario che guarda il leader e non il contrario. In questa storia che Giada fatica a lasciar andare l'idea dell'amore ha colorato la sopraffazione emotiva e l'ammirazione trasformando un rapporto già nato "rotto" in una convivenza di facciata. Ma è solo quando il leader smette di rispondere che Giada si trova di fronte una libertà che stenta a riconoscere e seguire. Questo perché i gradi di sottomissione hanno costituito gli strati che sono serviti a modellarsi in funzione di quello che Giada pensava ci si aspettasse da lei. E l'ideale a cui si spingeva era proprio quello che odiava di più: una foto.
È una sottomissione volontaria, mai richiesta ma che ha sentito di dovere, e'  l'ennesimo dramma ma anche comodo. Perché in questa sottomissione la nostra protagonista ha potuto trovare un porto sicuro, un'accettazione facile da raggiungere perchè è un'accettazione che si ottiene con atteggiamenti e comportamenti chiari, definibili.

Nel momento in cui cessa l'intercalare di un dialogo, la sicurezza di una presenza, il porto sicuro scompare e ci si ritrova a doversi confrontare con il mondo in cerca di un nuovo porto, di una nuova sicurezza. È a questo punto che i gradi della separazione dalla libertà diventano infidi e perversi: nelle persone che hanno una reale difficoltà di rapportarsi con gli altri e di riconoscere i comportamenti codificati che ci garantiscano l'accettazione il mondo è davvero un posto difficile e per chi si ritrova a doverci rifare i conti è un po' come tornare bambini e imparare a camminare. Sapere di chi fidarsi, imparare a contare sulle persone non aspettandosi che queste si comportino esattamente come vogliamo noi e via dicendo sono questioni con le quali facciamo i conti tutti i giorni. L'umana necessità di aggregazione cozza sempre contro l'individualità sfacciata nel singolo. 

Dopo tutta questa riflessione, a me viene una domanda che verrebbe a chiunque: perché pubblicare un libro così d'impatto, e in un certo senso, di peso in una stagione da ombrellone. Ecco, questo non è propriamente un libro da ombrellone, perché dopo che lo hai letto, fatichi a regalarlo al vicino, anche se non puoi resistere dal consigliarglielo. Perché questo lavoro, nonostante ci trasformi in quello che racconta - il libro è la statua e il lettore che se ne innamora la protagonista, e con lo stesso cipiglio della statua anche il libro ci tiene un po' a distanza- è scritto nella stessa tensione e ritmo degli umori della protagonista. In questa narrazione che passa dal pensiero alla parola detta senza soluzione di continuità, avviluppa il lettore in una spirale perversa da cui quando si riemerge si rimane con il fiato in gola. Ti verrebbe da dire che magari avrebbe potuto allungarsi un po' sul finale o narrare che succede dopo ma, poi, fermandoti, ti renderai che è perfetto così, perché come è nato narrando di un fotografo congelato nell'attimo di fotografare, il finale così pensato e scritto è una foto, è quell'attimo che il fotografo stesso, se fosse stato in vita, avrebbe voluto fermare.
E una foto, da che mondo e mondo, e come dice anche Giada non racconta il prima e il dopo di chi sei, ma solo quel secondo, perfetto e irripetibile e lo ferma a memoria futura.
È sicuramente per questo che il libro non lo cederete.
Un libro davvero consigliatissimo.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Guasti
Giorgia Tribuiani
Voland Edizioni, ed. 2018
Collana "Amazzoni"
Prezzo 14,00€

Fonte: LettureSconclusionate


venerdì 22 giugno 2018

"Paesaggi contaminati", Martin Pollack - Per non dimenticare...

Fonte: Sechaber

Questo saggio, potenzialmente rovinerà la vostra voglia di guardare fuori dalla finestra, ma per noi non dovrebbe comunque essere una novità. È un tema che abbiamo affrontato più volte nella storia contemporanea passata quella dei paesaggi contaminati sia dalla mafia che quelli che hanno visto la morte di partigiani e di fascisti. Oggi parliamo di ricordi cancellati, fa il paio con il libro di Taibo di mercoledì e giuro che non è un accoppiamento voluto, e del valore reale dell'identità che stiamo perdendo. Quando ad inizio anno avevamo parlato della cancellazione totale dalla cartina geografica e culturale dei popoli artici, credo di aver scritto che non ce ne siamo accorti perché queste storie appartengono a luoghi remoti di cui noi non sappiamo pressoché nulla. Succede la stessa cosa qui, ma in un'evoluzione di quello che è il saggio di Meschiari. Nel mondo di Artico Nero il punto è la scoperta di nuovi territori e la necessità di cancellare o spostare gli indigeni del luogo senza premurarsi degli impatti. Nel saggio di Pollack, ambientato nel periodo dell'ultima guerra invece non c'è la necessità di popolare o sfruttare la natura incontaminata, ma la contaminazione derivante dalla cancellazione antisemita o partigiana.

Il punto è che, al netto dell'ideologia, l'ultima guerra ha decretato un cambiamento radicale. Siamo passati dai mondi in cui grandi quantità di uomini dovevano esserci per tenere a bada grandi numeri di prigionieri a prigioni dove pochi uomini guardano una moltitudine di prigionieri. È una realtà che non si verifica solo in Europa, ma anche nei Gulag o in Sud America con i desaparecidos. E se questa è una, passatemi il termine, "innovazione", pessima, delle strategie di guerra, l'uomo è rimasto ancestralmente legato al bisogno di prevaricazione fisica. Con uno che è già arreso questo non può avvenire e quindi si comincia con l'eliminazione diretta dei prigionieri fino al nascondere il frutto di questo insensato omicidio. E' l'ennesima prevaricazione quella di seppellire i corpi in luoghi nascosti e non documentati, quasi per essere certi che quei corpi non li potrà reclamare nessuno. Spirale omicida e di odio che contagia anche i liberatori o i contestatori.

Pollack all'interno di questo saggio racconta di un sacco di paesaggi, in cui l'immagine idilliaca è sporcata dal dubbio o dalla certezza che sotto l'erba, gli alberi, i campi si nascondano milioni di corpi la cui decomposizione non ha ancora cancellato totalmente le tracce di chi erano. Sottolinea con una certa forza anche che la necessità di prevaricare e di non documentare potrebbe essere anche la certezza del non essere individuati come colpevoli, anche se la storia e le immagini rimaste dimostrano che la logica del trofeo, anche in una sola istantanea contagiò molti assassini. Ma sottolinea che questo è un mondo circolare, che per alcuni versi assomiglia a quello che Salamov descrive per i Gulag in "Visera", chi oggi è prevaricatore, l'indomani si ritrova esso stesso vittima, E sebbene sia un concetto primitivo da comprendere, come dire che chi offende, prima o poi, troverà qualcuno più forte di lui che lo prevaricherà, qui il concetto assume un significato più ampio. In un mondo che si nutre della cancellazione sistematica del ricordo, per bene o male non ci interessa, creiamo la condizione di nuovi modelli di prevaricazione e di dittatura, che verranno rimpiazzati a loro volta da modelli successivi a cancellazione avvenuta.

È un libello interessante di 140 pagine scarse che è suddiviso in tre capitoli. Sono approfondimenti similari e quindi ne sembrano capitoli ma, in alcuni punti, si ripetono lasciando pensare che siano stati costruiti autonomamente e in tempi diversi. La ripetizione non guasta ma riguarda l'esperienza personale dell'autore, figlio e nipote di nazionalisti antisemiti, che cerca, nella sua ansia di ricostruire un paesaggio di fosse e di sepolture nascoste, di dare un volto e una storia a quelle che sono state vittime di un conflitto devastante per l'Europa.
Un lavoro decisamente consigliato, non racconta dell'orrore dell'uccisione ma di quello della cancellazione. Lo fa in uno stile scorrevole e discorsivo che si lascia leggere con facilità.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Paesaggi contaminati
Per una nuova mappa della memoria in europa
Martin Pollack
Keller Editore, ed. 2017
Traduzione a cura di Melissa Maggioni
Collana "Razione K"
Prezzo 14,00€ 

Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 20 giugno 2018

"Redenzione", Paco Ignacio Taibo II - La Libertà senza Storia non vale nulla...

Fonte: Recreaction

Altro titolo che mi ha accompagnata a Maggio, oltre a quello di Tricoli che doveva uscire venerdì e invece è stato pubblicato sabato, è quello di Paco Ignacio Taibo II, che per comodità della qui semplice lettrice chiameremo solo Paco altrimenti ci metto mezz'ora a scriverlo. La "redenzione" di cui si parla oggi è cosa potenzialmente breve, sono 123 pagine,con dei capitoli altrettanto brevi, ma, come avviene per il precedente libro "L'ombra dell'ombra", è un libello denso e anche un tanto malinconico che nasconde fra le sue pagine delle descrizioni bellissime di Napoli e una serie di considerazioni che sembrano avulse dal personaggio che le pronuncia e più appartenenti a chi, per lui, le trascrive. Paco, alla presentazione a Roma dice che per scrivere questo libro ci ha messo 15 anni, e lo fa scrivere  anche in calce al testo, spiegando agli spettatori ammaliati di Casetta Rossa, che solo per lui ho visto avvolta nel silenzio più totale, che il motivo è legato al fatto che è stato difficile tirarla fuori al personaggio principale perché non era una storia che si poteva narrare partendo semplicemente dall'inizio.

E in effetti è così, il racconto che ci si para davanti comincia sia in Messico e sia a Napoli in due tempi distinti, l'inizio e la fine del '900. In mezzo c'è Lucio Doria, l'ennesimo nome cambiato; di certo c'è che ha 93 anni, che ama la musica classica e che ha visto la storia del novecento tra i paesaggi e sotto il sole messicano. È napoletano e lì sta ritornando per la prima e ultima redenzione. Lucio, con un altro nome e anche con altri occhi, era stato fra quelli che erano sbarcati in Messico sotto dittatura di inizio '900. In virtù di uno scambio culturale, viene data ai contadini emigrati dall'Europa terra, semi, animali e armi per poter coltivare delle terre che sono state sottratte agli indios. Peccato che chi li accoglie non sappia che quel gruppo di italiani appena sbarcato non abbia mai visto un campo da coltivazione e, nemmeno, che abbia una visione completamente diversa della vita. Tra loro ci sono artisti, filosofi, poeti, ragazzini e un prete fuori dal comune. La Storia a volte, anzi sempre, non va come uno si aspetta che vada e per quanto tu possa pianificare, c'è sempre quell'insignificante dettaglio che cambia la natura delle cose e degli eventi.

Non saprei dire il perché mi capitino sempre queste storie che sembrano leggere e che invece nascondono grandi massime. O, meglio, so perché ho comprato questo libro, ovvero il suo autore, ma non so perché guardando alle recensioni degli ultimi tempi pare che io legga solo di questo genere di lavori. 
In questo caso la Storia di cui si parla, fa da sfondo e da crocevia per i personaggi e le vicende qui narrate; l'autore che l'ha scritta è una sorta di romanziere aggiuntivo che si inserisce in un contesto già articolato piazzando qui e lì dei pensieri come una sorta di testamento diretto a coloro che leggeranno. Il "non permettere che ci dimentichino" raccomandato dai prigionieri dei Gulag degli stranieri ad Herling sembrano identici alle richieste che, i personaggi, fanno a Lucio Doria .
E il male che qui si narra è come il, passatemi il termine, "culo" del governatore che dichiara ai giocatori se in mano lui abbia una pessima serie di carte. È il male di una dittatura che, anche in questo caso, come nel precedente libro, pur di conservare il proprio diritto al sopruso, non è in grado di guardare a quello che decreterà la sua fine. Lo dice direttamente l'autore "Perché da buon porfirista, sapeva che i poveri erano necessari, soprattutto per guardare i ricchi da lontano". Ed è lo stesso male di cui tutte le dittature si nutrono nel perpetrare l'annientamento delle comunità e delle culture preesistenti.

E' una storia surreale quella di Redenzione dove, in un mondo blindato arriva l'utopia della libertà e dove, una volta ottenuta, questo valore, si svuota del suo significato perché non esiste più chi ha combattuto per ottenerla. E' un messaggio chiaro che ti appare quando il quadro è completo. Ed è proprio in quel momento che la redenzione cessa di appartenere solo a Doria e diventa di tutti dando un senso anche alla necessità della conservazione della Storia stessa in maniera organizzata e con uno sguardo serio, al netto delle proprie convinzioni. Perché la Storia, filtrata da una revisione non avulsa dal coinvolgimento personale di chi c'era o ne ha sentito parlare, cessa di essere tale e diventa chiacchiera, cambia di stato, di significato e anche di morale. Doria passeggia per Napoli e sopra la sua testa si rincorrono le chiacchiere fra una stesa di bucato e una sigaretta accesa sul terrazzo. Le donne che commentano e trainano la storia dove si potrebbe arenare, hanno bisogno del continuo confronto fra loro per non deviarla definitivamente dal vero svolgimento dei fatti e così le chiacchiere si sovrappongono una sull'altra, divergono colorendosi di piccole cattiverie come se l'autore del libro avesse il suo bel daffare a tenere a bada il suo coro.

Probabilmente è proprio questo che mi piace di Paco. Lo scorso anno diceva che è necessario rimanere distanti dai personaggi e che lui non si riflette mai in nessuno di loro. Ecco, mentre l'altra volta storcevo un po' il naso perché pensavo che almeno un personaggio gli somigliasse, in questo lavoro finalmente vedo quello che lui dice con tanta forza. Sembra proprio di vedere Lucio Doria che storce il naso le poche volte in cui si intravede l'autore e le sentenze-testamento di cui sopra; queste ultime sono dei castoni visibilissimi e sono così perfetti da rendere necessario persino a me, che non lo faccio da anni, di sottolinearli (a matita!) e di trascriverli in un punto dove io possa ritrovarli spesso.
Un altro bel libro che veramente si lascia leggere bene. Non costa tanto, ma solo per come è scritto è davvero un piccolo gioiello.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Fonte: LettureSconclusionate

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