venerdì 19 gennaio 2018

"Pyongyang", Guy Delisle - A volte il buio parla...

Fotografia di Raphael Olivier
Fonte: Idealista.it
La prima volta, che ho visto i disegni di Delisle, era Luglio ed è stato un incontro casuale, avendo scoperto per caso che c'è un ramo delle graphic novel che si occupa di temi sociali, economici o politici. In più avevo trovato "Rizzoli Lizard", a me totalmente nuova, che credo si occupi prettamente di questo genere di produzione editoriale. Essendo nuova dell'ecosistema della narrazione grafica, questo libro in particolare, risponde ad una delle domande che mi sono sempre fatta: "Perché scrivere un romanzo o un saggio per poi togliere tutte le descrizioni e lasciarle alle immagini?". Domanda semplice ma al contempo complessa che, quando viene posta agli editori che vi si dedicano con tanta passione, ha una sequela di risposte verbali, che io ho sempre trovato non totalmente convincenti, e che contrastano con l'espressione della loro faccia che dice solo "Scusa, e perché no?". La risposta più semplice che viene da questo libro -e anche dall'intervista rilasciata dall'autore che ho scoperto oggi (3)- è che non ci sono parole che da sole renderebbero alcune situazioni o stati di essere che necessariamente devono avere un supporto visivo. Basterebbe una foto? No, il disegno ha ancora un potere che l'immagine fotografica non ha: il tratto, il marcare un contorno o l'aggiunta di chiaroscuro o anche la scelta del colore o del bianco e nero con diverse tecniche pittoriche sono espressioni non solo di ciò che si sta copiando dalla realtà ma anche di chi, disegnandola, la racconta. Quindi il disegno diventa il resoconto, di uno stato di fatto o di una situazione, comprendendo anche la posizione dell'autore rispetto a quello che sta rappresentando.

La storia di Pyongyang è tristemente nota, non a tutti, ma a molti. Lo è in particolare da quando la Corea e in particolare il dittatore ha tenuto a ricordare al mondo che non vuole intromissioni di sorta nel suo contado e che ha un piccolo potenziale nucleare. La Corea del Nord, come "Repubblica Popolare Democratica del Nord", nasce all'indomani della capitolazione del Giappone nell'ultimo conflitto mondiale quando Kim II-Sung si impose come segretario generale del Partito dei lavoratori. Dopo la guerra di Corea, la crisi seguita alla rivoluzione culturale in Cina e gli altalenanti rapporti con la Russia, negli anni settanta Kim II-Sung si autonomina presidente della Corea del Nord, mettendo in campo una serie di azioni e decreti che garantiscano la successione al figlio, attuale presidente, e che diano vita ad un culto della sua persona. Inizialmente chiude tutte le frontiere, ma dopo la svolta cultural politica della Russia, la Corea risente del mancato foraggiamento della vecchia URSS, e quindi si trova costretto ad aprire le frontiere ad organizzazioni umanitarie e successivamente ad attività straniere che portino nel suo paese "valuta pesante" come viene chiamata la valuta estera. E' inutile, credo, aggiungere che, a detta di molte delle organizzazioni umanitarie, la Corea è il paese con il più basso rispetto dei diritti umani, e per questo e per i casi di corruzione che incisero sugli aiuti umanitari, enti come per esempio Amnesty International hanno abbandonato in periodi alterni la Corea come atto di protesta. Questo è sommariamente, decisamente troppo sinteticamente lo ammetto, quello che bisogna sapere per capire di che cosa sta parlando Guy Delisle. 

"Pyongyang", Guy Delisle - Rizzoli Lizard
L'arrivo in aeroporto
Percepire che cosa comporta vivere a Pyonyang non è affatto semplice ma sicuramente diventa, parzialmente, più facile seguendo la visita di lavoro, durata due mesi, nel 2001 di Delisle. Un paese di circa 24 milioni di persone che sono blindate dentro i confini al 38° parallelo e rischiano ogni giorno la vita. Una spilla dimenticata, una parola fuori posto, uno starnuto partito non volendo, possono decretare la loro fucilazione. Ma c'è un altro fattore da considerare: la dittatura e la precedente reggenza come "segretario di partito" hanno fatto sì che intere generazioni di nordcoreani crescessero già inquadrate sin dalla nascita, in un sistema che prevede la distorsione della storia reale e il culto dell'odio verso l'America. Avete presente quei cristiani ortodossi che si vedono nei film o i testimoni di Geova quando vi devono convincere che il loro credo vi salverà l'anima? Ecco, ogni coreano che entri in contatto con uno straniero si sentirà in dovere di raccontarti la sua verità e leggere "Pyongyang" è un po' come provare a farsela raccontare nella speranza che sembri abbastanza verosimile da giustificare tutto questo. 

"Pyongyang", Guy Delisle - Rizzoli Lizard
La mancanza di luce al calar del sole
Da un certo punto di vista è più facile seguire Guy invece dei resoconti decisamente raccapriccianti dei fuggitivi che mi è capitato di ascoltare o leggere. Lui guarda con gli stessi nostri occhi stupiti ciò che gli si svolge di fronte, fa battute mentali, rimane basito e incuriosito. Ma i disegni raccontano anche di più di quello che scrive: un potere che tutto vede e che tutto sa, che tiene alla celebrazione dei sui leader già da quando metti piede in Corea del Nord, che si nutre di fantasmagoriche costruzioni di palazzi e di monumenti e che, per mancanza di materie prime, letteralmente scompare al calar del sole quando l'energia elettrica viene tolta a tutti, tranne che agli alberghi che ospitano gli stranieri e al compound delle associazioni umanitarie. È l'immagine che mi ha colpito di più perché rende l'idea di quanto questo potere possa essere debole e ottuso. L'immagine di Kim II-Sung, che viene riportata con quella del figlio ovunque (sulle spillette che tutti devono avere, in ogni stanza, in ogni via, agli angoli delle strade) svanisce come inesistente a testimonianza che decenni di embargo possono oscurare anche lui.

Seguendo Delisle non solo scopriremo che all'epoca, per le immagini secondarie dei cartoni animati, molte ditte come quella francese per cui lavorava lui, subappaltano in Corea questa produzione massiva inviando i loro rappresentanti a rivedere in loco tutto il lavorato prima che venga consegnato in sede, ma vedremo anche come difficilmente chi viene da fuori vedrà i disegnatori, che verranno invece informati dal traduttore o da un direttore presente ai controlli e che riporterà le modifiche da fare. Quindi di passaggio in passaggio, traduttore-direttore-disegnatore, le informazioni si perderanno costringendo il responsabile della società appaltatrice a rivedere più e più volte le stesse scene. Questo senso di assenza di umanità varia sul lavoro, è una costante che si ripete ovunque vada in questi due mesi: assenza di persone sulle strade, l'eversivo fumettista che impone ogni volta di camminare per ritornare in albergo al suo traduttore/guida e all'autista che li seguirà in macchina a passo d'uomo vedrà pochi coreani, assenza di visitatori nei musei, nelle metropolitane, in altri edifici pubblici  che sembrano allestiti solo per essere essi stessi messi in mostra. E come fanno 24 milioni di persone, circa 200 per km quadrato, a sparire totalmente a non palesarsi? Non ci sono cinema, nemmeno palestre che vengano utilizzati in autonomia ma solo per eventi propagandistici ma ci sono un sacco di volontari. Le poche volte che Delisle riesce a notare qualcuno è perché impiegato a fare, di sua "spontanea" volontà. "Volontariato", lo ripete in continuazione ogni volta che vede una persona per strada intenta ad armeggiare, che taglia l'erba nei prati, ripara le strade e i palazzi oppure ripulisce qualche piazza o sito pubblico. 
24 milioni di persone che vivono sempre in attività: se sei impegnato non pensi e se non pensi non diventi sovversivo, semplice no?

"Pyongyang", Guy Delisle
Fonte: Douglas Ernst Blog
Non pensavo che questo libro mi avrebbe così coinvolto; dall'anteprima avevo voglia di vedere come andava a finire, questo sì, ma non avrei mai immaginato di essere affascinata da un resoconto di viaggio per giunta in Nord Corea. Delisle è riuscito laddove molti altri testi che mi sono passati sotto le mani hanno fallito. Il suo cipiglio sovversivo, ma non aggressivo, quello di uno che se la cerca presentandosi in dogana con 1984 e che gioca con i suoi lettori, di quando in quando, con "cerca il sovversivo" riuscendo così a farti percepire le piccolezze sulle quali Kim II-sung e il figlio basano il loro potere è al contempo disarmante e istruttivo. Raccontano, insieme ai particolari buttati lì a mo di appunto la dualità di un potere che si divide fra modernità e vecchie forme di governo dittatoriale. Da un lato la profonda attenzione alla comunicazione verbale e rituale che tende a mettere chiunque nella condizione di tutti gli altri, l'attenzione all'allestimenti di scene di vita come chi viene da fuori si aspetta o altro. In questo mi ricorda il Mussolini raccontato da Bonsaver, quello che guardava al particolare ma era incapace a guardare al disegno generale per essere un leader non da medaglia ma per davvero. Dall'altro l'esercizio indiscriminato del potere sulla vita e la morte di chi lo circonda, a seconda dell'umore e dell'opportunità, o anche per futili motivi ricorda molto Stalin con la sua paura di perdere il potere acquisito. In questo è profetico l'ingresso della storia con 1984, che aiuta a capire il livello di inquadramento, che l'ora dell'odio non è più un'ora e non serve ricordarlo quando te lo inculcano da ragazzino, che le immagini di disperazione per la morte di Kim II-sung sono reali perché gran parte della popolazione da quasi un secolo non ha visto nemmeno una briciola della realtà del mondo che circonda la Corea del Nord.

Il grandioso e stupefacente tributo a Delisle
di Andy Deemer e Michelle Woo
riportato su Asia Obscura
Camminare fra le strade di Pyongyang è quindi un evento eccezionale e anche interessante se visto attraverso gli occhi e le immagini di Delisle. Carpire quanto le persone ci mettano a rispondere ad una domanda quasi ingenua è sorprendente come lo è altrettanto percepire l'ansia per un possibile cambio di programma non previsto. Seguirlo nei suoi atti "sovversivi", di girare di notte quando c'è il coprifuoco, per intravvedere nel buio i coreani che cercano di arrivare in luoghi sicuri, oppure essere nella sua camera d'albergo quando prova ad accendere la radio, ci fa sentire quel brividino del fare una cosa vietata in barba ad un potere che, si spera, non possa andare oltre la porta della tua camera d'albergo. Sapere che si mangerà male, nonostante si sia in un albergo per stranieri, perché in Corea il cibo scarseggia e per mangiare qualcosa di decente ti devi servire in spacci speciali, vietati ai normali coreani, che accettano "la moneta pesante" ti da la percezione di quale livello di limitazione insista nella vita di un'intera nazione tranne per chi, per vicinanza al potere costituito, può avere molto più degli altri. In questo, l'autore, riesce egregiamente e non ti scolli più dal libro finché non finisce. Non ci sono uccisioni o situazioni cruente, ma ci sono molte verità e pochi giri di parole sullo stato in cui versava la Corea nel 2001. I disegni sono in bianco e nero, sono essenziali, diretti. Le tavole più grandi hanno raramente una descrizione ma ti lasciano subire il fascino dell'allestimento e lo sbigottimento verso invece la reale verità. Dopotutto, nonostante il potere costituito ci tenga a mostrare i colori, come simbolo emblematico di gioia, il colore si perde, nel mare di cemento che è destinato più alla rappresentanza che all'utilità ed emblematico di una facciata che potrebbe nascondere molto meno di quello che millanta. Dopo il 2001, sono seguiti alcuni documentari, che come per gli spostamenti di Delisle, risentono degli accordi e delle limitazioni imposte per la realizzazione dei filmati. 

"Scene dal confine", un fotogramma estrapolato dal documentario
"The propaganda game". E' qui che suona più falso.Questo è quello che
dovreste vedere al confine della zona demilitarizzata oltre la
quale c'è la Corea del Sud. Difficile crederlo.
Fonte: K-Magazines
Una lista abbastanza corposa della top dieci dei migliori documentari la troverete su Escapist (5) e di questi, "The Lovers and the Despot", lo troverete su Netflix dove è presente un documentario che nella lista non compare: "The propaganda game". E' un documentario controverso perché il permesso di filmare è stato ottenuto attraverso l'intercessione dell'unico straniero, di origine spagnola, che lavora per il dittatore coreano. L'accordo fa si che, come si dice all'inizio ci sono delle limitazioni nel filmare luoghi e persone e nelle interviste. Quindi in una serie di articoli, tra cui uno del Guardian (2) viene definito quasi vago e lascivo delle questioni più rilevanti e invece più esaustivo, per non dire assertivo, riguardo propaganda e dittatura. Eppure, "The propaganda game", un merito ce l'ha: se lo si guarda dopo aver letto il libro di Delisle saltano all'occhio un sacco di cose. La differenza fra guide inquadrate e convinte, che hanno una risposta per tutto e quelle meno esperte che gestiscono anche i più piccoli cambi di programma come una catastrofe nucleare. È evidente quel secondo di paura che hanno i coreani quando uno sconosciuto domanda anche una cosa banale, perché la risposta potrebbe costar loro la vita, lo spazio vuoto nelle inquadrature impreviste e quel senso di comparse messe apposta per riempire un luogo che anche Delisle ipotizza. Stessa cosa Avviene in "The big brother" (4) in cui si può vedere dal vivo il rituale imposto a chiunque in Corea, stranieri inclusi, di omaggiare le statue di Kim II-sung e del figlio di un mazzo di fiori, che si trova anche nel libro di "Pongyang". Infine c'è anche un libro, che ho letto lo scorso anno, e che mi chiedevo come raccontarvi di Codice Edizioni che si chiama "Come siamo diventati nordcoreani" di Krys Lee, di cui a questo punto vi parlerò prossimamente. Il libro in questione tratta solo marginalmente la questione politica coreana ed è più specifico riguardo la situazione dei fuggitivi che passano per il confine cinese, ma è sicuramente un libro da leggere.

Infine come già anticipato sulla pagina facebook di questo blog, che non sponsorizzo mai, se tutto ciò non vi ha convinto, andate a vedere l'anteprima digitale e non vorrete più smettere di leggerlo fino all'ultima pagina. Questa magia, il libro di Delisle, ce l'ha.

Buone letture,
Simona Scravaglieri 

Documentazione per approfondimenti:
(1)Dear Pyongyang (2005) Fandor
(2)The propaganda game (2015) wikipedia, Netflix, Guardian
(3)Intervista a Guy Delisle (Internazionale a Ferrara, 2017) Internazionale
(4)The big Brother (2015) Youtube
(5)La top 10 dei documentari Sulla Nord Corea Cinema Escapist 

Pyongyang
Guy Delisle
Rizzoli Lizard, ed. 2013
Traduzione a cura di Francesca Martucci
Collana "Varia"
Prezzo 16,00€

Fonte: LettureSconclusionate


venerdì 12 gennaio 2018

"Dimmi come va a finire", Valeria Luiselli - Quando la legge è troppo uguale per tutti...



Anche io vorrei sapere come va a finire, vorrei anche che avesse un finale bello questa serie di storie ma non sempre è possibile, anzi come diceva a dicembre a Roma la Luiselli, quasi mai si riesce a capire per tirare un sospiro di sollievo. Da un lato perché i protagonisti a cui vengono poste questa serie di domande scritte da adulti, in un linguaggio di adulti, per esigenze da adulti, vengono poste a ragazzini, che molto spesso non hanno nemmeno l’età del liceo. E invece, grazie ad una tranquilla ma ferrea serie di considerazioni o approfondimenti della scrittrice, a valle delle domande e delle risposte, non si può non empatizzare con gli intervistati, non in quanto ragazzini, ma esseri umani. Ed è anche disarmante il fatto che, pur vivendo in un mondo globalizzato in cui l’informazione è diffusa e a volte ci travolge, non siamo ancora oggi in grado di conoscere cosa succede poco al di fuori delle nostre frontiere ed è un fenomeno diffuso ovunque, anche in America. Il lavoro di oggi si inserisce in un vuoto nel dibattito sulla questione riguardante i flussi migratori; un vuoto che diventa un baratro se si guarda attraverso questo libro. Se ipoteticamente razionalizzassimo la questione potremmo dire che il libro di Valeria è "il tramite per alcune risposte che non vengono mai prese in considerazione": tra la necessità di migrare e come farlo (cause, tratte, “traghettatori”, traffici umani, tratte utilizzate per incrementare altri tipi di traffici) e l’accoglienza (riconoscimento di status, sistemazione, integrazione e creazione di opportunità) in mezzo manca una voce, quella del protagonista. Per quanto riguarda gli adulti, spesso non si risponde o si tende a rispondere quello che si pensa possa aiutarci, ma nel caso di un bambino la questione diventa diversa. La voce di un bambino che capisce a malapena le domande di un questionario, che ha una naturale predisposizione a fidarsi di chi gli sta di fronte in mancanza di altri segnali, che non ha filtri e che ha vissuto l’orrore da quando è nato, quindi non sa che la normalità è un’altra cosa e la difficoltà di dare una voce diventa una cosa decisamente più complessa.

Nel [Dal libro che sto leggendo] riguardante questo libro avevo una vena un po’ polemica dovuta al fatto che ero un po’ arrabbiata, non perché il libro dica cose astruse o non sia chiaro. Il libro è chiarissimo e arriva perfettamente sia il senso di impotenza di chi si trova a tradurre domande e risposte, non potendo intervenire in alcun modo né sul questionario e né sull’intervistato per aiutarlo a capire e a spiegarsi nel migliore dei modi. Arriva in maniera inequivocabile il messaggio che nessun questionario potrà rendere l’orrore che hanno visto e che non creare questionari per capire chi sono e da dove vengono, quindi una mancanza di dati, li rispedirebbe al mittente: se "la legge è uguale per tutti", e noi facciamo di questa frase la base fondante per la maggior parte delle democrazie, quello di cui ci racconta Valeria è l’altra faccia della medaglia che ospita quella frase. In questo caso la legge che è uguale per tutti diventa l'alibi per non esserlo quando si parla di un minore.
Seguendo sequenza originale del questionario, Valeria riesce a ricostruire quello che avviene prima che partano e parte di quello che avviene dopo il punto in cui si trova ad incontrare i ragazzi e a tradurre le loro risposte: è un punto chiave di questo gioco al massacro, ovvero quello che decide se riusciranno a rimanere oppure dovranno ricominciare daccapo.

E’ un libro magnifico, per quel che si può, perché in maniera sintetica, decisa e puntuale racchiude un mondo che altri scrittori non riuscirebbero a inquadrare in maniera così cristallina. La voce di Valeria è scorrevole e colloquiale e non si sofferma su inutili informazioni; si comporta come richiederebbe la regola della somministrazione del questionario: risposte chiare, semplici e coincise. Così, anche chi volesse approfondire maggiormente la questione delle migrazioni verso gli USA dal Sud e Centro-America, in un pomeriggio di lettura (sono circa 80 pagine!) ha il quadro della situazione attuale ben chiaro e può scegliere da dove partire ad approfondire. E’ una cosa in cui riescono in pochi, soprattutto se la questione riguarda anche te in prima persona.

Sin qui ho cercato di rimanere distaccata rispetto questo libro perché non è possibile non farsi coinvolgere dalla questione quando si svolge, in altri termini spero, a nemmeno 6 km da casa, come nel mio caso. In questo spazio non ho riportato tutte le letture che riguardano le questioni migratorie, ma solo una parte e c’è una serie di motivi tra cui il fatto che io non mi capacito di certe atrocità di cui ho letto e che spesso tutta l’architettura del dibattito culturale e politico è ostativo a quella amata e odiata parola “integrazione”, non sempre volutamente, e genera incomprensioni e azioni ulteriormente atroci dai due lati della barricata, ovvero fra chi scappa e chi si sente invaso. Il principio di fondo è che io concordo e sottoscriverei gran parte di questo lavoro, perché anche io sono cresciuta nella convinzione che se ti si porge una mano in richiesta d’aiuto è automatico che si tenda una mano in aiuto. Perché una mano è e rimane una mano di qualsiasi colore abbia la pelle e di qualsiasi grandezza sia. 

Il problema è che sembra sempre che sia difficile mettersi nei panni degli altri. Se accogli sei uno bravo, se trovano subito una casa e un lavoro sai gestire le emergenze per i migranti, ma se non sai comunicare con chi è del luogo e che si ritrova il suo mondo stravolto sei un incosciente o un incapace. In questo processo si inseriscono gli interessi politici di far risultare o no il "problema migratorio" come tale oppure no, dei media che campano sempre più sullo scoop che sul vero lavoro di informazione o sulla colpevolizzazione del pensiero divergente di alcuni che vorrebbero affrontare la questione da punti di vista diversi da quelli accettati come "giusti di default", c’è tutto un sistema di traffici distorti e corrotti che nascono sulla gestione delle prigioni, delle case di accoglienza e, infine ma non meno importante, la gestione della ricostruzione dell’identità di chi ti si presenta davanti senza un documento e che ti dice che scappa da un qualsiasi punto del globo magari usufruendo di posti che, invece, chi realmente ha bisogno non avrà mai. E se tutto questo non bastasse da entrambi i lati della barricata si innalzano i muri del dubbio e della paura e nasce il razzismo, dei vecchietti visti da Valeria o delle risposte che si danno a qualcuno che si riconosce avere un potere a cui si fornisce quello che si pensa che lui voglia sentirsi dire, solo perché pensiamo non capirebbe.

Poi, e questo è uno dei punti con cui non concordo totalmente con Valeria, si ricorre ai giovani per riportare l’ago della bilancia a “Ti chiedo aiuto porgendoti la mano, tendi la tua per aiutarmi”. Il concetto espresso dalla Luiselli si poggia su questioni politiche di una nazione che ha capo un presidente che ha fatto di un muro il suo cavallo di battaglia, ma ridotto ai minimi termini, sfrondato dal fatto che lei abbia insegnato in un college e che per questo sia trovata a coinvolgere giovani ragazzi sulla questione che si svolge poco lontano da casa loro, è un po’ come dire “per gli adulti il tutto è perduto, rivolgiamoci ai giovani!”. Ecco, se non cambia qualcosa di cui sopra alcuna azione di un gruppo di giovani potrà portare la luce in questo mondo oscuro e oscurato giornalmente. Il mondo non lo cambiano i giovani da soli, il mondo lo cambiano le persone di qualsiasi età siano. Il mondo cambia quando tutti hanno chiaro che cosa sta succedendo e non vengono messi da parte, perché non capirebbero. È questa la sua conclusione di donna che è emigrata in un paese che non accetta totalmente, vuoi per la politica o per la vita personale. Eppure Valeria non sa che spesso, chi la guarda da fuori ha la stessa sua impressione.

E’ invece necessario instaurare un metodo nuovo di comunicazione che non si rivolga solo al mondo ospitante ma che coinvolga anche chi arriva. Questo perché, seppur spaventati e costretti ad andare lontano da casa propria, il principio dell’accoglienza, da entrambi i lati, deve basarsi sulla "comprensione" non sulla “tolleranza”. Tollerare significa mettersi su piani diversi rimanendo nella convinzione di rimanere nel giusto. Comprendere significa parlarsi e individuare quei soggetti o quei punti di debolezza dove la malavita trova terreno fertile per insinuarsi e lucrare creando l’idea diffusa, grazie anche a certi articoli, che la migrazione sia solo un alibi. E se questo esercizio di comprensione non è fatto da chi accoglie ma anche da chi arriva, non c'è un giovane e nemmeno un adulto che potrà invertire la situazione attuale.

È per questo che il libro di Valeria mi è tanto piaciuto, perché è chiaro, semplice. È sempre per questo che io posso dire di condividere la visione della Luiselli anche se sono su un fronte contrapposto al suo. Entrambe abbiamo un medesimo obiettivo e visione di quello che dovrebbe essere, quello che ci divide sono metodi e mezzi. Condividiamo lo stesso orrore per quello che questi bambini sono costretti a passare per arrivare in un posto che, loro non sanno, potrà dar loro una vita diversa e migliore; condividiamo la necessità di mettere a fattore comune queste esperienze perché è il primo e unico passo per costruire una comprensione del fenomeno e la sensazione di assurda antitesi della frase “la legge è uguale per tutti” per la quale questa uguaglianza è il fattore, al tempo stesso, giusto ma anche ingiusto a seconda dell’essere umano che deve essere giudicato.

Scrivere questa recensione mi è costato molto in termini personali perché buona parte delle mie considerazioni, non sembra ma qui sono state sintetizzate al massimo, potrebbero essere malamente interpretate di questo periodo, ma oramai siete abituati al fatto che, appellandomi al mio essere "blogger" e non un giornalista o un critico, una parte di me c’è in ogni recensione. Mi piacerebbe che questo libello, che peraltro ha anche un ottimo prezzo per un enorme cumulo di riflessioni che si porterà dietro, fosse nelle case e sotto gli occhi di molti, che fosse oggetto di discussione perché forse solo così potremmo evolvere in una società migliore.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Dimmi come va a finire
Un libro in quaranta domande
Valeria Luiselli
La Nuova Frontiera, 2017
Traduzione a cura di Monica Pareschi
Collana "Liberamente"
Prezzo 13,00€



Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 20 dicembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Dimmi come va a finire. Un libro in quaranta domande

Fonte: LettureSconclusionate

Dall'aria insolitamente tranquilla e innocente, il libro di oggi, nonostante sia leggerissimo fisicamente, parla di un tema pesante. Quando si parla di messicani il pensiero va subito all'America che Trump ha prospettato agli americani con alti muri di confine, tra quello che lui pensa sia la civiltà e gli altri. Alt! In questo libro non si parla di politica, o meglio, si tange la politica ma non ne è lo scopo principale. E' un libro costruito veramente, come dice il sottotitolo, "in quaranta domande" e sono quelle del questionario che viene proposto ai bambini che scappano dal sud e centro America, attraversando il Messico per consegnarsi ai poliziotti Americani appena passata la frontiera.

Non ci sono i numeri di quelli che partono per confrontarli con quelli che arrivano, ma un dato certo c'è: è meglio rischiare la vita e affrontare questo viaggio per loro che rimanere dove sono, anche se, per la tratta che devono percorrere e per l'età, potrebbero non arrivare mai a destinazione. Il compito di Valeria è quello di tradurre le domande ai bimbi e ragazzi e trascrivere, anche qui traducendole, le loro risposte sperando che, quello che dicono, possa serve a fargli ottenere al più presto la status di rifugiato o qualsiasi altro pezzo di carta che permetta loro di rimanere in America. Per contro a questa situazione c'è un mondo, che non è diverso dal nostro in questo, che non sempre capisce quello che comporta lasciare il proprio paese per scappare.

C'è un sottile difetto in libri come questo e che qui hanno trovato sempre spazio perché trattano di temi che non bisognerebbe ignorare. Questo perché nonostante io sia fermamente convinta che il flusso migratorio dalle parti più disagiate del mondo sia e debba essere facilitato per permettere a tutti di avere l'opportunità di vita dignitosa, dall'altro vivo in una città come Roma e vedo e mi rendo conto che la mancanza di politiche di integrazione rendono impossibile l'accettazione degli uni con gli altri. in questo fallisce sia chi accoglie e sia chi scappa e solo una volta, in un caso specifico, ho letto qualcosa che parlasse di questo disagio. E' un disagio che non giustifica nessuna delle due parti e che spesso viene aggirato con il rivolgersi ai giovani e ancor più spesso viene preso ostaggio da politiche estremiste, snaturato nel suo reale e genuino sconcerto per trasformarlo in messaggi razziali. Io credo che ancora oggi, dopo secoli di flussi migratori, nessuno sia pronto a capire e gestire con coscienza i flussi migratori, e tanto meno a farne parte... ma di questo parleremo in recensione. E' un discorso complesso e questa rubrica ha uno spazio troppo piccolo per occuparlo.

E' un bel libro, nonostante questo mio pensiero discordante, perché la Luiselli è quella voce che si potrebbe assimilare  a quelle delle donne scelte per raccontare il mondo dei desaparesidos. E' quella voce calda e sicura che piano piano ti accompagna nella casa degli orrori non perché ti voglia spaventare ma solo per farti sapere. Sono pochissime le scrittrici che lo sappiano fare e Valeria è una di loro.

Buone letture e buone feste,
Simona Scravaglieri

I
frontiera

“Per quale motivo sei venuto negli Stati Uniti?”. È questa la prima domanda del questionario d’ingresso per i minori non accompagnati che entrano nel paese. Il questionario è utilizzato dal Tribunale Federale dell’Immigrazione di NewYork, dove ho cominciato a lavorare come interprete volontaria nel 2015. Il mio compito in tribunale è semplice: faccio i colloqui con i minori, seguendo le domande del formulario, e poi traduco le loro storie dallo spagnolo in inglese. 
In realtà, di semplice non c’è proprio niente. Sento le parole, formulate dalle loro bocche, inanellarsi in narrazioni complesse. I ragazzi le pronunciano in tono esitante, talvolta diffidente, sempre impaurito. Io devo trasformarle in parole scritte, frasi succinte e termini aridi. Le storie sono sempre pasticciate, balbettate, invariabilmente frammentate oltre ogni possibilità riparatoria di un ordine narrativo. Il problema, quando si prova a raccontarle, è che non hanno principio, né centro, né fine.
Quando il colloquio preliminare con  il minore è finito, incontro gli avvocati per consegnare e spiegare quello che ho trascritto e le mie eventuali osservazioni. Dopo di che gli avvocati analizzano le risposte, cercando di individuare gli elementi utili a costruire una difesa sostenibile che ne impedisca l’espulsione, e la “potenziale dispensa” che il bambino o la bambina sono in grado di ottenere. Il passo successivo è trovare un difensore. Una volta che un avvocato ha accettato l’incarico, comincia la vera battaglia giudiziaria. Se vince, il bambino otterrà qualche forma di sospensione del provvedimento. Se perde, un giudice emetterà un ordine di espulsione. Guardo i nostri figli addormentati sul sedile posteriore della macchina mentre attraversiamo il George Washington Bridge, il ponte che ci porterà in New Jersey. Di tanto in tanto dal mio posto accanto al guidatore mi giro e osservo il mio figliastro di dieci anni, che è venuto a trovarci dal Messico, e mia figlia, che di anni ne ha cinque. Al volante, mio marito è concentrato sulla strada davanti a sé.
È l’estate del 2014. Siamo in attesa che ci venga concessa o negata la Green Card e, nel frattempo, decidiamo di fare un viaggio tutti insieme. Partendo da Harlem, New York, raggiungeremo una città nella Cochise County, in Arizona, vicino al confine col Messico.
Secondo il gergo leggermente offensivo della legge sull’immigrazione degli Stati Uniti, da tre anni circa, cioè da quando siamo arrivati a New York, siamo dei “nonresident aliens”. È questo il termine usato per descrivere chiunque venga da paesi diversi dagli Stati Uniti – “alieno” – che sia residente o meno. A quanto ne so, ci sono i “nonresident aliens”, i “resident aliens”, e persino i “removable aliens”, ossia stranieri che possono essere “rimossi”. Noi aspiravamo a diventare “resident aliens”, pur sapendo cosa significava fare domanda per una Green Card: gli avvocati, le spese, gli innumerevoli esami medici e vaccinazioni, i mesi di incertezza prolungata, i passi abbastanza umilianti da fare nel frattempo, come dover aspettare un documento di “libertà sulla parola anticipata” per poter lasciare il paese e rientrare, sempre sulla parola, come un delinquente, oltre al divieto legale di andare all’estero prima di aver ottenuto la libertà sulla parola anticipata, pena la perdita dello status di immigrato. A dispetto di tutto questo, avevamo deciso di andare avanti.
Quando finalmente inviammo le richieste, poche settimane prima di partire per il nostro viaggio “on the road”, cominciammo a sentirci a disagio, in qualche modo fuori posto, un po’ sul chi vive, come se aver infilato quella busta nella cassetta azzurra della posta all’angolo della nostra via avesse cambiato qualcosa dentro di noi. Con una certa leggerezza, scherzavamo sulle possibili definizioni della nostra nuova condizione di migranti, attualmente provvisoria. Eravamo “alieni provvisori”, o “scrittori in cerca di status”, o “scrittori alieni” o magari “messicani provvisori”? Forse, dentro di noi, ci stavamo semplicemente ponendo, credo per la prima volta, la stessa domanda che adesso faccio ai ragazzi all’inizio di ogni questionario d’ingresso: “Per quale motivo sei venuto negli Stati Uniti?”.

Questo pezzo è tratto da:

Dimmi come va a finire
Un libro in quaranta domande
Valeria Luiselli 
La nuova Frontiera, Ed. 2017
Traduzione a cura di Monica Pareschi
Collana "liberamente"
Prezzo 13,00€

mercoledì 29 novembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Gli illuminati


Antoine Bello
Fonte: Wikipedia

Come già successo in passato per altri libri facenti parte di duologie o trilogie etc, mi corre l'obbligo informare il lettore passa di qui che quello di oggi è il secondo libro di una duologia. Potrebbe anche essere letto singolarmente ma, nella descrizione sommaria che segue o nello stralcio del primo capitolo del libro, anche se a me non sembra, potrebbero essere presenti degli spoiler. Del precedente libro, "I Falsificatori" ho parlato in una recensione e  l'anteprima è stata inserita nel post del [Dal libro che sto leggendo] relativo al libro stesso.

Se "l'amico di Murakami", alias appioppato ad un amico che non vuole essere citato, non fosse a fare una visita e quindi avesse tempo di guardare quel che pubblico oggi, scuoterebbe la testa sconsolato. Non ama che io legge e nemmeno che parli di libri del genere. Questo perché, quello che penalizza questa duologia è un po' la descrizione che viene fatta in sinossi e un po' la percezione che si ha di certe storie similari che girano in libreria. Quindi chiariamo subito: non è un romanzo da "complottisti". Bisogna leggerlo con la leggerezza dell'ipotesi, e, no, quelle di Dan Brown non erano ipotesi ma leggende mal riferite, e che è ben inserita in una architettura complessa di due romazi che scorrono la vita di Sliv sempre di pari passo con la storia reale, dalla fine degli anni '90 del novecento fino al 2000 inoltrato.

E' la storia di Sliv giovane irlandese che un giorno, rispondendo ad un annuncio, entra in contatto con l'uomo che lo recluterà per un ente che si occupa di rivedere quelle che sono le notizie e la storia mondiale, integrandola, creandola o cancellandola per scopi non ben definiti. Nella carriera all'interno del CFR gli agenti operano di comune accordo e ognuno per le proprie competenze. Il problema per Sliv è capire lo scopo di certe falsificazioni e chi si nasconde dietro al CFR. 

Il bello di questa ipotesi è. innanzitutto, che è ben scritta, scorre bene e poi che è basata su uno dei mali della contemporaneità: la dimenticanza. Noi siamo portati a dimenticare l'esattezza o anche a ignorare l'esistenza dei fatti per due motivi principali: l'enorme cumulo di informazioni che ci travolgono ogni giorno e internet. Con l'avvento della globalizzazione quello che era già prima complicato da seguire, oggi, diventa ancor più complesso perché, ogni giorno, nel mondo avvengono e si scrivono un sacco di fatti diversi che si sovrappongono e che fanno sparire quelli già descritti un secondo prima del loro avvento. Il fatto che, ipoteticamente, si possa far perno su questo difetto comune è plausibile ma, di certo, molto più complesso di come lo descrive Bello anche se, nella sua storia, cerca di pensare a tutte le varie possibilità per renderlo il più verosimile possibile. All'inizio di questo secondo libro è presente un riassunto del precedente che non rende la lettura de "I Falsificatori" necessaria ma è così piacevole da leggere che sarebbe un peccato ignorarla.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

UNO 

Come ogni volta che spingevo la pesante porta vetrata dello studio Baldur, Furuset & Thorberg, meditai brevemente sulla piega che la mia vita aveva rischiato di prendere dieci anni prima, quando avevo risposto ad un annuncio per un posto di capo progetto nel settore degli studi ambientali. Se il direttore delle operazioni, Gunnar Eriksson, che mi aveva assunto, non avesse scorto in me la predisposizione a un altro tipo di attività, forse da quel giorno avrei dovuto occuparmi di quantificare i rischi di inquinamento fluviale derivanti dalla costruzione di un inceneritore nella periferia di Copenaghen.
La receptionist, intenta a dare informazioni a un fattorino, mi salutò con un sorriso. Credendomi un consulente freelance che collaborava occasionalmente con lo studio, non si stupiva né delle mie lunghe assenze e né dei miei orari strani. Quella copertura, che io e Gunnar avevamo ideato quando ero uscito dall'Accademia, era pienamente soddisfacente: placava la curiosità del fisco irlandese e spiegava i miei spostamenti ai quattro angoli della Terra.
«Sliv, finalmente!», esclamò Gunnar abbracciandomi calorosamente. «Temevo avessi perso il nostro indirizzo. Quanto tempo è passato dall'ultima visita?».
Il tono della sua domanda era troppo ironico per essere del tutto innocente. Kristin la moglie di Gunnar era morta un anno prima per un'embolia polmonare. Gunnare era assolutamente preparato alla sua improvvisa scomparsa e aveva accusato il colpo. I suoi figli erano i tredici agenti che aveva reclutato nel corso della sua carriera. Poiché io ero, al tempo stesso, quello più vicino e l'unico che vivesse ancora a Reykiavíc, andavo a trovarlo almeno una volta alla settimana, tranne ovviamente quando ero in missione all'estero.
«Troppo», sospirai. «Vengo da Sydney: sono atterrato stamattina. Prima sono stato a Londra, Torornto e Los Angeles».
«Pazzesco», borbottò Gunnar. «Bisogna che faccia un discorsetto a Yakoub. Se continui così, rischi di rovinarti la salute».
Sapevamo entrambi che non avrebbe fatto nulla del genere. Le Operazioni speciali contavano sì e no un centinaio di agenti e avevano bisogno del contributo di ciascuno. Del resto, le mie sporadiche rimostranze non ingannavano nessuno, tanto meno Gunnar: adoravo la mia vita di agente di classe 3 e non l'avrei cambiata per niente al mondo.

Questo pezzo è tratto da:

Gli illuminati
Antoine Bello
Fazi Editore, ed .2010
Traduzione a cura di Lisa Crea
Prezzo 19,50€

mercoledì 22 novembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Shakespeare and company


L'edizione del 1922 dell' Ulisse di James Joyce
Fonte: Non Solus blog


Comincia così questo libro, come una raccolta di piccole immagini di una vita di una famiglia normale. Aneddoti divertenti e divertiti di una figlia che ricorda "mamma e papà" con i loro pregi e difetti, che commenta le leggende di famiglia e ricorda la prima volta che ha visto Parigi. Un periodo decisamente importante per la nostra Sylvia che rimarrà contagiata dallo spirito parigino d'avventura e di curiosità verso qualsiasi novità. Spirito che rimarrà intatto per quasi mezzo secolo fino alla fine della seconda guerra mondiale. Eppure Sylvia, nono solo non dimenticherà quel brivido degli incontri domenicali con gli studenti americani a Montparnasse ma anzi, perpetrerà quella ansia di guardare oltre,  con la sua piccola libreria a ricordata storicamente per la sua seconda sede, e non quella della sua prima apertura, a Rue de l'Odèon.

La via che volge le spalle al quartiere latino, che sbircia dietro la sagoma dell'omonimo teatro le rive della Senna e che tanto ha dato agli artisti dei primi del novecento diventò il fulcro del laboratorio letterario del momento. Apollinaire sta a La maison des amis des livres come Joyce sta a Shakespeare and Company. Se adrienne riusciva a fomentare i movimenti francesi e spagnoli a Sylvia non rimaneva che sovvenzionare quelli americani e anglofoni. Fra gli esponenti, oltre a Joyce troviamo anche un giovane di belle speranze che usava sostare, leggendo il giornale, con il figlioletto in libreria. Era Ernest Hemingway. Lo stesso che, con la divisa da ufficiale alla riconquista di Parigi si precipita a verificare se Sylvia sta ancora bene.

Rue de l'Odèon e le sue due librerie formano non solo un rifugio e uno spazio per gli artisti che vi si vogliano provare ma sono anche un trampolino di lancio per le nuove tendenze che verranno. E alla base di questo formale impegno, non può non essere inserita la prima e unica, non per stampa ma per presenza in catalogo, opera pubblicata da Sylvia con la casa editrice da lei fondata con lo stesso nome della sua libreria: l'Ulisse di Joyce. All'interno di questo libro c'è un po' di tutto: alcune cose in maniera maggiore e altre appena accennate. Tutto sta a farsi coinvolgere e trascinare come dicevo nella recensione.

Buone letture,
Simona Scravaglieri



BALTIMORA, PARIGI, PRINCETON 

Mio padre, il reverendo Sylvester Woodbridge Beach, dottore in teologia, era un ministro del culto presbiteriano che per diciassette anni fu pastore della prima chiesa presbiteriana di Princeton, nel New Jersey.
A prestar fede a un articolo apparso nel "Munsey's" Magazine sui più curiosi alberi genealogici d'America, i Woodbridge, antenati di papà dal lato materno, si sarebbero tramandati di padre in figlio il ministero sacerdotale per dodici o tredici generazioni. Mia sorella Holly, che vuole la verità a qualsiasi costo, ha preteso di vederci chiaro e, ahimè, ha sfatato la leggenda  riducendo il numero a nove; e tanto dobbiamo accontentarci.
Come certi personaggi mitologici mia madre, una Orbison, scaturisce da una fonte. Cioè, un certo suo antenato, il capitano James Harris, zappettando nel cortile dietro casa, scoperse una magnifica sorgente e fondò in quel punto la città di Bellefonte negli Allengheny; fu la signoa Harris a pensare al nome. Io però preferisco un'altra storia, che la mamma mi raccontava spesso, secondo la quale Lafayette, fermatosi a chiedere un sorso d'acqua della nostra fonte, avrebbe esclamato: "Belle fontaine!". Benché sia improbabile che un francese si fermi a chiedere un bicchier d'acqua.
La mamma nacque non nella sua città fra i monti della Pennsylvania, ma a Rawalpindi, in India, dove suo padre era missionario medico. Poi nonno riportò la famiglia a Bellefonte, dove la vedova allevò i quattro figliuoli e trascorse tutto il resto della vita, finendo i suoi giorni venerata poco meno della storica sorgente.
La mamma frequentava l'accademia di Bellefonte, dove aveva per insegnante di latino un bel giovanotto alto, appena uscito dal college e dal seminario teologico di Princeton, Sylvetser Woodbridge Beach. Lei aveva solo sedici anni. Si fidanzarono, ma aspettarono due anni a sposarsi.
Papà fu chiamato a esercitare il ministero prima a Baltimora, dove nacqui io, poi a Bridgeton, nel New Jersey, dove f pastore della prima chiesa presbiteriana per dodici anni.
Avevo circa quattordici anni quando papà portò a Parigi tutta a famiglia: la mamma, le mie due sorelle minori, Holly e Cyprian e me. Gli avevano chiesto di occuparsi di quelle che venivano chiamate le Riunioni dell'Atelier degli Studenti: non esisteva ancora il bellissimo club degli studenti americani di Boulevard Raspail. La domenica sera gli studenti americani si ritrovavano fra compatrioti in un grande studio a Montparnasse, dove papà faceva un discorsetto e alcuni fra i cantanti più in vista del momento, come Mary Garden e Charles Clark, il grande violoncellista Pablo Casals e altri artisti intrattenevano brillantemente il pubblico.   Venne persino Löre Fuller: ma non a  danzare, bensì a parlare delle sue danze. La ricordo come una ragazza piuttosto tarchiata e non bella, con un paio d'occhiali che la facevano somigliare a una maestrina. Ci parlò degli esperimenti che stava facendo con il radium, per i suoi giochi di luce. In quel tempo danzava al Moulin Rouge e aveva molto successo. Vedendola laggiù, non avreste più riconosciuto la robusta ragazzotta di Chicago. Con due bastoncelli si faceva volteggiare intorno, cinquecento metri di stoffa turbinante, fiamme la avvolgevano e la consumavano, finché di lei non rimaneva che un mucchietto di ceneri.
Papà e mamma amavano la Francia e i francesi, benché di questi ultimi ne conoscessimo pochi a causa del lavoro di papà, che ci faceva vivere soprattutto a contato con i nostri compatrioti. Specialmente papà se la diceva bene con la gente del nostro paese d'adozione; in fondo al cuore, penso, doveva essere proprio un latino. Fece di tutto per imparare la lingua. Un suo amico deputato gli diede delle lezioni, mettendolo ben presto in grado di leggere e scrivere il francese alla perfezione; ma la pronuncia... ahimè, quella era un'altra faccenda. Dalla stanza accanto sentivamo papà e il suo amico alle prese con la "u" francese; prima si udiva quella strettissima "u" del deputato, e subito dopo quella inguaribilmente larghissima di papà, pronunciata con un volume di voce ogni volta maggiore, ma sempre altrettanto lontana del modello. Non migliorò mai.


Questo pezzo è tratto da:

Shakespeare and Company
Sylvia Beach
Edizioni Sylvestre Bonnard, ed. 2004
Traduzione a cura di Elena Spagnol Vaccari
Collana "Il piacere di leggere"
Prezzo 26,00€
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