mercoledì 19 settembre 2018

"Pista nera", Antonio Manzini - L'eroe antieroe e la distopia del noir.... #MarcoGiallini

Isabella Ragonese e Marco Giallini

"Al terzo episodio, sapevo che l'attore era Marco Giallini, al quarto che la serie è tratta dai gialli di Antonio Manzini, al quinto mi hanno detto che i gialli in questione dovevano essere sei, al sesto ho scoperto da Wikipedia che sono in effetti 18 tra romanzi e racconti (Manzini ma quanto scrivi? Perdindirindina!) e che volevo leggerli. In particolare, Manzini mi scuserà, vorrei capire se e quanto la trasposizione televisiva e il libro scritto corrispondano perché nel primo caso esce decisamente tanto l'attore principale e se fossero così costruiti mi piacerebbe capire quanto il Rocco Schiavone di Giallini corrisponda all'idea di Manzini e quanto invece ci sia di suo."

Iniziava da qui l'idea di un percorso di lettura accennato a Maggio, che poi amor di precisione più che di lettura si tratta di un percorso multimediale visto che #MarcoGiallini è un attore, anche se in passato ha scritto anche qualche articolo per Riders. E così ripartiamo da qui e proprio da quell'episodio che mi aveva convinto a leggere Manzini. I compiti a casa io li ho fatti seguendo la scaletta degli episodi della serie TV, sceneggiati dall'autore stesso coadiuvato da Maurizio Careddu. 
"Pista nera" (Sellerio, 2013) è il primo romanzo in assoluto della serie che in linea temporale è stato anticipato da un racconto ("L'accattone" raccolta "Capodanno in giallo", Sellerio, 2012), per vedere la presa sul pubblico - come ammette Manzini in un'intervista- ma scritto successivamente al romanzo citato.

Quello che ho scoperto leggendo Manzini è che è uno scrittore fuori dai soliti schemi, con il suo amore per la parola e per la sonorità del testo, che è precisissimo riguardo la terminologia medica - in alcuni casi sfiora la pedanteria, tanto da farmelo immaginare un po' ipocondriaco - che ha un talento per intessere le trame del giallo classico talmente spiccato da non dover nascondere nulla ai propri lettori riguardo le indagini. I casi narrati nel ciclo non hanno bisogno di abbellimenti: sono e nascono complessi come lo sono in generale quelli reali da cui, Manzini, in una serata al MAXXI con De Giovanni e Robecchi, dice di attingere per ispirazione; se una costante c'è nel "Manzini-style" è che colui che commette il male ("il reato" è sempre un limite verbale nella cosmologia manziniana che non permette di guardare alla realtà dell'atto nel suo complesso) è sempre l'insospettabile, anche se losco. Per costruire quel singolo atto, il colpevole deve crearsi una rete di normalità, rivestirsi di abitudine e finanche calarsi o vivere nella normalità più brutale e anonima ai più. Un omicidio, un furto, la rapina e via dicendo, si ammantano di tutti quegli aspetti del male che noi riconosciamo nella normalità come altro, come fato (povertà, malattia, solitudine etc) oppure la necessità che giustifica il gesto (l'ingiustizia sociale, la vendetta per un torto subito). Solo in un caso l'autore fa ricorso ad un reato che ricade nel classico di genere, anche se, nella combinazione dei due racconti che costituiscono l'architettura della puntata, non rinuncia ad affiancargliene un altro di contrappeso e di denuncia verso una sostanziale "dimenticanza" sociale della società civile e delle istituzioni.  

Dopo tutto questo, anche con l'aiuto di interviste e convegni che sono disponibili in rete, ho scoperto che Rocco Schiavone è un po' da considerarsi come un grande puzzle, che racchiude le caratteristiche abitudinarie di molti e che proprio per questo starebbe antipatico a tanti; ma all'autore tutta questa architettura non basta per avere un personaggio verosimile, così gli crea attorno un'atmosfera distopica che mina tutte le sue possibili certezze: la moglie, le donne, gli amici, i collaboratori, la città. Tutti questi pilastri, in cui un uomo normale alle strette cercherebbe un rifugio certo, crollano uno ad uno, costringendo un uomo che viveva sospeso fra legalità, senso della giustizia e illegalità a doversi mettere in discussione e alla prova ancora una volta. 
"Pista nera" non è un lavoro distopico intendiamoci, è un giallo in piena regola con una marcata vena noir. La distopia sta solo nella creazione del personaggio e della situazione in cui lasciarlo muovere come una cavia.

Prendi un uomo che di suo è poco "sociale" ma che ha una moglie che ama alla follia e degli amici che conosce fin da ragazzino. Come ammette anche il vicequestore nei suoi pensieri, nello scorrere del libro, nella sua Trastevere degli anni '60 si giocava a guardie e ladri e da grandi si potevano scegliere solo due strade. Se i suoi amici hanno scelto quelle illegali, Rocco ha  intrapreso la professione più comoda: quella della guardia che conosce da vicino il mondo dei ladri. E questa è una delle caratteristiche che Manzini riuscirà, nel corso dei romanzi e dei racconti che ho letto, a sfruttare con una certa nonchalance dando l'opportunità a Rocco Schiavone di far vedere ai suoi lettori entrambi i lati della barricata anche nel corso delle sue investigazioni.
Dicevamo, prendi un uomo e allontana o fai sparire i suoi punti cardinali, quelli che danno peso e certezza alla sua vita, portalo al punto più basso della rovina personale e lavorativa con una serie di situazioni create da lui e altre che sono completamente indipendenti o forse derivate. Un uomo che improvvisamente si trova solo che per giunta viene mandato a mille e più km da ciò che conosce, uno che ha già stabilito che la sua vita è finita il 7 luglio del 2007 e che si trova a dover ricominciare un qualcosa che non dovrebbe esserci più. Rocco è in quel punto che, nel genere distopico, è l'inizio dopo la rovina e da dove i personaggi sopravvissuti devono ripartire per ricreare una qualsivoglia normalità che deve essere diversa da quella che ha portato alla distruzione che stanno subendo. Ma Schiavone è recalcitrante proprio perché, come detto, parte da sconfitto. Non si tira indietro a quel che gli capita, ma è deciso a dimostrare tutto il suo risentito dissenso in parte materialmente (le Clark e il Loden in mezzo alla neve), in parte in azioni (il rifiuto di arredare la casa in affitto, di farci entrare gli estranei e anche gli amici e di dare al barman di Aosta qualsiasi possibilità di ricordargli che oramai è di casa chiedendo "Il solito dottore?") e infine con un sarcasmo, in alcuni punti diventa cinismo, per nulla nascosto verso le figure a cui si deve affiancare (il giudice, il questore, D'Intino).

L'indagine. Su una pista di servizio per i gatti delle nevi, uno di questi mostri meccanici passa su quello che a tutti gli effetti è il cadavere di un uomo. L'uomo è irriconoscibile e senza documenti, il gattista è sconvolto ed è uno alle prime armi e giura di non aver visto passare nessuno davanti a lui mentre scendeva. Manca un guanto e il vicequestore, sotto gli occhi dei suoi nuovi collaboratori perplessi, osserva cose che loro non vedono e non capiscono. Si presenta il giudice Baldi che nemmeno si è arrivato e già minaccia il suo nuovo collaboratore dicendo che "sa di lui abbastanza" e gli intima di chiudere il caso al più presto, dentro i limiti previsti dalla legge. Già questo, in termini di tempo e di spazio, regala al lettore e al telespettatore il quadro generale di quello che si troverà davanti: un giudice umorale, un vicequestore un po' cretino che gira con le clarck e il Loden sulla neve e cui piace vendicarsi, nei toni delle risposte, di coloro che si presentano come gradassi. 
Ma la domanda rimane una: un uomo nel buio, su una pista di servizio innevata a 1.500 metri di altezza che ci faceva? E perché manca un guanto? Gli indizi nel libro vengono tutti seguiti e presentati con dovizia di particolari, vengono commentate azioni e i tempi, su cui Rocco invita, di volta in volta, a riflettere i collaboratori, il giudice e anche il questore, nonché i suoi lettori. Indagine che si concluderà in perfetta coerenza con il percorso fatto per risolverla: ogni tassello avrà il suo posto e la sua spiegazione senza doverne dare una completa alla Poirot o alla Sherloc Holmes alla fine. Questo perché Rocco è umano, è un uomo di mezz'età che non ha bisogno e non vuole le luci della ribalta; a lui non interessa vincere sul "male" ma fare giustizia, anche se questa rivela spesso la bassezza delle ragioni che si usano come giustificazione per gli atti più biechi.

A margine di questa storia  c'è anche un'altra vicenda che vede coinvolto l'amico più caro di Roma, Seba. È l'ago della bilancia che permette al protagonista di farsi percepire come uno di noi, anche agendo ai limiti della legalità: un carico dalla Germania, materiale da requisire per poi dire "abbiamo avuto una soffiata". Poi una scoperta e la decisione da giudice armato non di "Giustizia" ma solo di "senso della giustizia personale". Ma questa storia ve la dovete svolgere da soli. Come dice Manzini, si è fatto un gran parlare della personale preghiera laica di Schiavone in TV, mettendosi a contestare un vicequestore che si fa le canne appena arrivato in ufficio, ma nessuno si è preoccupato di dire nulla della sua carriera parallela. Ecco in questo ha ragione, perché quell'aspetto, che divide la vita e il pensiero di un uomo normale da quella di un rappresentante delle forze dell'ordine che la legge non la deve solo applicare ma conoscere a memoria grazie ai suoi studi, è quello che regala al personaggio la verosimiglianza rendendolo davvero reale. L'uomo, quello comune contesta molto spesso i limiti della Giustizia, non sul piano filosofico o quello qualunquista di Baldi, e in questo contesto non è l'uomo ma il vice questore che deroga alla Giustizia, uguale per tutti ma proprio per questo mai giusta per nessuno, in favore di un "senso di giustizia" che, come dice Baldi in un'altra occasione, lo fa calare nelle vesti di colui che decide solo in base a convinzioni personali, condivisibili ma non per questo eticamente giuste. E, strano a dirsi, queste vicende sono un'ulteriore finestra nella distopia personale di Schiavone e quella ancora più grande della sfera sociale. Sono quegli scorci che ce lo rendono più vicino, proprio perché soddisfano il nostro senso di giustizia ma che dimostrano anche il nostro naturale limite nel guardare alle cose: il malaffare non è mai uguale per tutti per noi come non lo è la nostra percezione della giustizia fatta. Siamo naturalmente portati a fare una selezione del reato e di chi lo commette, non in base alla gravità dello stesso ma  al nostro "senso di giustizia" limitato al nostro personale sentire e questo rappresenta, in tutto e per tutto, la sconfitta sociale che viviamo ogni giorno quando giudichiamo come azione giusta anche un illecito. È un po' come pensare al povero che non ha nulla da mangiare che ruba una mela da dare ai figli e confrontarlo con il ricco che sottrae soldi allo stato: entrambi sono crimini equipollenti perché sono furti. Ma la natura umana rifugge dalla logica inoppugnabile della Giustizia e ci porta a guardare alla necessità del povero e alla futilità del ricco. Lo sguardo di Manzini è quello dell'intellettuale classico, quello di una volta, che sa che non è nel suo ruolo giudicare ma sta a lui alzare l'asticella della riflessione e della discussione. È un discorso scomodo, concediamolo, ma ci permette di misurarci su un terreno complesso e capire a quanta della libertà e della civiltà di cui ci vantiamo siamo disposti a rinunciare per il nostro senso di giustizia che non necessariamente è equanime.

Nè Manzini e né Giallini  sono Rocco Schiavone. Di Giallini, Manzini, in un'intervista dice che, prima di averlo segnalato fra i possibili protagonisti, ne sapeva poco. Giallini in un'altra ammette che i libri li ha letti dopo che gli hanno parlato del personaggio e che ha deciso di accettare il ruolo e, in un'altra occasione, dice di aver sentito quel personaggio molto suo.
A Schiavone, Manzini, ha regalato di suo solo la scala delle "Rotture di coglioni" che è una sua graduatoria che si continua a riempire di nuove voci. Giallini, invece, a Schiavone regala la rotondità di una interpretazione che lo rappresenta in tutte le sue sfumature e che diventa più ricca nei suoi momenti bui. Sono quelli che Rocco condivide con la sua Marina, la donna che ama e con la quale vuole ritrovare quel calore e quella serenità perduti al netto del mondo che lo circonda. Sono momenti fatti di gesti, di movimenti, di sguardi nella quotidianità che però non cedono il passo a stucchevolezze di sorta (grazie Antonio!), la divisione fra i due c'è, e c'è un motivo che in questo libro è accennata e nella serie invece si svela nel secondo episodio, ma non è questo che li limita. Il rapporto tra Marina e Rocco è quello di una coppia consolidata e complice, in cui il bacio o la parolina dolce non sono qualificanti come dimostrazioni d'amore. La vera dimostrazione di amore è quella di non voler rompere l'idillio di quei rari momenti insieme, contaminandoli con il male esterno che logora e insudicia la vita fuori, come nel gesto della scena finale di "Pista nera" in cui un insofferente Rocco non vuole dire a sua moglie cosa non va nell'aver risolto un caso: si alza dalla posizione in cui stava dormendo sul divano accanto a lei, si sistema seduto e quando lei insiste, lui si sporge senza un fiato verso il tavolino davanti, la macchina da presa lo inquadra mentre allunga un braccio per prendere una sigaretta e nel contempo incassa la testa nelle spalle e arrotola come un gatto la schiena, mentre la accende. Un modo fisico per dire "non mi costringere a dirlo, parliamo d'altro!". Una sequenza più da teatro che da cinema, perché non prevede parlato e non è l'espressione del volto dell'attore che comanda, quanto l'utilizzo che lui fa della sua fisicità, in quello spazio ristretto, per esprimere una malessere e il derivante peso di portarlo come un fardello dietro ogni giorno che passa. 
A teatro tu non sempre sei davanti, non vedi distintamente la faccia dell'attore, ne scorgi i lineamenti grazie al trucco teatrale che contrasta l'appiattimento delle luci forti di scena: a farla da padrone sono il tono della voce e la fisicità che sottolinea le parole, i gesti, la situazione. Ecco, la scena appena descritta, costruita a dovere con una inquadratura grande come un divano a due posti, la posizione degli attori che quasi si incrociano ma non si toccano, Giallini si sistema ma Isabella Ragonese (Marina) non deve spostare il ginocchio a testimonianza che non sono in contatto, si nutre di movenze appena accennate ma che sono tutta eredità del mondo teatrale. Lei domanda ma non si propende, a sottolineare la distanza, rimane ferma persino quando insiste, quasi non possa superare la linea del cuscino nero ricamato su cui lui poco prima poggiava la testa e che è rimasto lì, in una posizione quasi innaturale ma non casca.

Lo Schiavone di Manzini e quello di Giallini si assomigliano? Diciamo che si completano. Nel passaggio da libro a serie Tv, Rocco perde qualche pensiero espresso in maniera forse un po' brutale (sono pochi però) e qualche sberla di troppo. Giallini lo completa svolgendolo in tutta la sua "romanità" e accentua la dicotomia fra quello che poteva diventare e quello che è. Quello che è il Rocco della serie TV, complice sicuramente la mano di Manzini, è un uomo più verosimigliante perché mantiene le sue caratteristiche di borgata di quartiere povero, ma dimostra la contaminazione subita dalla cultura acquisita nel corso degli studi (l'ennesima dicotomia fra quello che sente di essere e quello che invece è), per cui laddove necessario e solo in estrema ratio e per motivi d'indagine, per esempio, scende a "livello sberla" ma non eccede, come invece nel libro fa. Il confronto con Seba, che nel libro è solo fisico (quest'ultimo viene descritto come un omaccione, quasi un orso, il suo corrispettivo filmico non è così corpulento ma conserva questo spirito rude ma molto più umanizzato e accattivante), sullo schermo diventa il metro con il quale misurare la strada fatta per separarli che però non è bastata a scalzare l'amore amicale. E Rocco vive una profonda dicotomia fra un passato cui appartiene ma che, al contempo, non gli appartiene più.
Meglio la puntata o il libro? Entrambi. Libro e film, o chiamatelo come vi pare, si integrano coprendo alcune sfumature che singolarmente le penalizzano. La profondità dell'indagine viene fuori se la puntata la vedi con attenzione più volte, perché alcuni particolari, nell'incrociarsi degli eventi, non sono così evidenti, per cui in alcuni punti sei distratto e la spiegazione finale un po' galleggia. Il libro ti permette di apprezzare la finezza dell'intuito dell'autore che incastra una situazione perfetta in una trama che, su una ragnatela di indizi che collegati con la giusta sequenza, ha una solidità difficilmente attaccabile e che non richiede ulteriori spiegazioni.

Della carriera di Manzini, di quella di Giallini, che da il nome al percorso, delle altre "notiziole" di contorno alla serie e al rapporto dei citati con Schiavone ne riparleremo di volta in volta. Strano a dirsi per me che sapevo praticamente nulla su tutti e tre, ma tra interviste, conferenze, articoli ci sono mille sfumature che ridefiniscono l'immagine generale e che è difficile sintetizzare se non con il rischio di sembrare pedanti o peggio dei "fan sfegatati" ovvero il corrispettivo, se esiste, del nerd nel mondo della fantascienza. Il percorso non nasce per ingigantire un mito, che in parte già c'è ed è composto di un seguito corposo per entrambi, ma per capire quali siano i meccanismi che lo rendono caro ad un pubblico trasversale, tra lettori e non lettori, anziani e giovani e di estrazione sociale e culturale differente.  La forchetta del gradimento è talmente ampia che io davvero ho glissato Manzini scientemente pensando il solito "caso letterario", cosa che invece a conti fatti non è, o se lo sembra, utilizza questo suo potere per continuare a fare la differenza non soltanto con l'impegno verso il sociale, inserendone i temi scottanti nelle sue trame, ma anche non scendendo a patti con una forma narrativa semplice, ricercando una formula invece più ricercata che si nutre anche della parola sconosciuta o desueta proposta in maniera da non essere di fastidio anche a chi non vuole sentirsi in difficoltà.
Però un paio di note di folklore possiamo aggiungerle anche qui:
- riguardo il libro: Manzini, in una presentazione dice che "Pista nera" nasce proprio a Champoluc, in una gita fatta con la sorella e il marito. Avevano perso la funivia per risalire al rifugio che li avrebbe ospitati e quindi hanno dovuto risalire con il gatto delle nevi e in quella occasione Manzini si domandò " e se passiamo sopra una persona?". In un'altra presentazione integra la storia dicendo che dopo questo pensiero, l'ispirazione è stata così forte da aver passato l'intera settimana di vacanza a scrivere invece che a sciare.
- riguardo la serie: Ogni volta che si chiede a Manzini dell'insana cocciutaggine di Schiavone nel continuare ad indossare Clark e Loden se lo si osserva bene a lui viene da ridere sotto i baffi che non ha. In una delle tante presentazioni di libri si capisce il perché quando spiega che, all'inizio delle riprese televisive, alle due di notte il telefono squillava e quando rispondeva una voce (di Giallini) esclamava solo "Manzini! Mortacci tua!" e buttava giù. Riguardo il Loden in particolare invece ha una risposta più articolata: è un accessorio che in montagna è un cappotto primaverile ma per uno che è sempre vissuto a Roma e il massimo dell'altitudine frequentata è Monte Mario (300 mt) è naturale considerarlo un cappotto invernale. Questo la dice molto sui pezzi che hanno composto il grande puzzle che è Schiavone.

Sperando che non sia morti di inedia, vi do appuntamento al prossimo libro per questo percorso. I libri che compongono la prima stagione sono quattro romanzi e due racconti. Per chi non lo sapesse, la prima stagione di Rocco Schiavone che sta andando in replica in questa settimane da fine agosto è visibile su RaiPlay e su Prime Video di Amazon (disponibile per i clienti Prime).
Buone letture e buona visione,
Simona Scravaglieri 


Pista nera
Antonio Manzini
Sellerio editore Palermo, ed. 2013
Collana "La memoria"
Prezzo 13,00€
Ebook 8,99€




venerdì 14 settembre 2018

"Il segreto di Bruto", Raffaele Alliegro - Mai stata nella Roma antica così bene...

Lucio Giuno Bruto
Fonte: BBTivoli


Non è che io non mi sia mai innamorata di un personaggio di un libro in vita mia, Darcy è nel mio cuore da sempre con la sua sconclusionata dichiarazione d'amore ad una Bennet, ma difficilmente, davvero tanto difficilmente, ho provato una certa ammirazione per un uomo, realmente esistito disegnato con i tratti di una narrativa da romanzo e non da saggio, che in maniera così evidente spicca per il suo acume e la sua leadership. Un uomo cui guardare con rispetto, anche se non sempre è facile, e attraverso la cui storia Alliegro ricostruisce la forza, il coraggio, l'etica e la vita di un'intera civiltà ai tempi che precludono ad una nuova alba per la civiltà romana. La storia di oggi è storia vera, passata attraverso il ricordo collettivo, arricchita di miti e leggende e raccontata in una maniera particolarmente scorrevole e che però, nonostante questo, mantiene tutto il suo fascino e la sua attrazione anche quando ti spiega perché l'anello di matrimonio andava sull'anulare di una mano rispetto all'altra. Ecco, se non siete mai stati dei fan della storia di Roma, troppa gente con nomi strani, date che si rincorrono che 'sti romani non sapevano mai star fermi e chi più ne ha più ne metta, sappiate che non lo sono mai stata anche io, anzi, io manco mi ricordo i sette re di Roma (ecco mo' l'ho detto, che liberazione!). Però Traquinio il Superbo, dopo questo libro, credo che lo ricorderò finché campo perché è un lavoro talmente coinvolgente da valere la pena di consigliarlo a tutti quelli come me, non perché gli altri non apprezzerebbero, ma non darebbero altrettanta soddisfazione di quella che può regalare chi parte un po' prevenuto.
Alliegro, sappilo, se vuoi scrivermi le vite degli altri sei re di Roma, io ti leggerò molto volentieri! 

Bruto, il protagonista di questa storia non ha solo un segreto nella sua vita qui descritta ma ne colleziona parecchi, sebbene uno di questi sia decisamente pesante. È il nipote di Tarquinio il Superbo, cui lo zio ha ucciso praticamente tutta la famiglia salvando solo lui perché ritenuto un po' tardo. Bruto, quindi verrà allevato da una fidata serva della madre che lo crescerà con tutti quei principi che uno del suo rango deve avere e conoscere ma sarà anche colei che gli insegnerà a salvarsi ogni giorno la vita, fingendosi sempre quello che gli altri hanno sempre pensato di lui. Andrà quindi a vivere con lo zio al sedicesimo anno d'età e partirà poi per le guerre che lui deciderà di fare con i popoli confinanti con Roma.
Il limite di Tarquinio è la forza di Bruto, il primo è un etrusco, troppo pieno di sé per allevare una stirpe al comando, troppo attaccato al divino da lasciarsi guidare da profezie vacue e mai precise e non tempestivo nel cogliere e comprendere quel che il destino gli ha riservato. Bruto per contro è un romano pratico, semplice e diretto; segue un percorso già scritto, anche se lui non lo sa, un cammino che lo porterà al disvelamento delle sue doti di condottiero e leader, ad innamorarsi di Vitellia e a cercare il favore dello zio in battaglia per raggiungere lo scopo finale: liberare Roma dal dominio etrusco.

Se fosse un film, probabilmente questo libro verrebbe presentato come un giallo atipico in cui il punto di vista della giustizia non sta nell'indagine, ma nella mano dell'assassino. In effetti, come ci si aspetterebbe da ogni resoconto della vita dell'epoca, vivere una vita tranquilla e arrivare alla fine naturale era uno sport davvero estremo per i romani. Questa storia non fa eccezione, il vero mistero sta nelle rivelazioni della sibilla di cui si accenna, ma non abbastanza, e che ti fanno immaginare la donna descrivere anni molto più lontani di quelli di cui si parla una sera in un abbassamento di difese di Bruto poco prima dell'ultima battaglia. Quello che è in suo potere di fare, per il bene superiore della città di Roma, seppur brutale, verrà portato a compimento senza indugio, a testa alta. Bruto è il degno rappresentante di ideali e di quella lealtà che noi non potremo mai più vedere, perché seppure confusa fra mito e realtà, non corrisponde al nostro modo di guardare alla cosa pubblica. Eppure, la narrazione di Alliegro è talmente avvincente che non ti rimane indifferente nessuna delle scelte fatte dai protagonisti di questi fatti, anche se lontane dal nostro modo contemporaneo di affrontare le questioni.

È un lavoro imponente reso in maniera leggera,se così si può dire, una moderna epopea che seguendo il mito che Tito Livio e poi Ovidio spargono attorno alla vita di Lucio Giuno Bruto, riporta in auge un eroe lontano nel tempo, e anche nella memoria, e lo investe delle medesime responsabilità che aveva nel passato, cogliendo l'opportunità di raccontarla alla maniera contemporanea e di usarla come spunto per raccontare di una civiltà che a noi è sempre stata resocontata per compartimenti stagni: letteratura, storia, architettura, storia dell'arte, filosofia, grammatica, matematica. La fusione di tutti questi comparti ci regala uno spaccato della vita, del pensiero, delle abitudini e delle profonde differenze di grandi civiltà come i romani, gli etruschi e, a latere, anche dei greci. Le rovine diventano di nuovo edifici, acquedotti, la sala del senato, le case in cui vediamo muoversi uomini affaccendati nella loro quotidianità, così tanto lontana dalla nostra e curiosa ai nostri occhi. Sentiamo il vociare dei servi, le urla dei venditori del mercato o il fruscio delle tende che nascondono all'occhio e all'orecchio indiscreto le preveggenze, le insurrezioni, le vendette, la liberazione. A volte ci si riesce e a volte no, ma a noi non importa, perché come invisibili fantasmi seguiamo il percorso che ci indica l'autore passando per le strade, correndo per i campi, anche quelli di battaglia; noi vediamo e sentiamo tutto.

Io non so se sono riuscita a regalarvi, anche una minima parte, della bellezza di questo lavoro, che ho cominciato a leggere con la curiosità di una che si domanda che cosa mi si possa dire di più sulla storia romana, a cui io di solito guardo solo per l'architettura e l'arte, e che invece mi sono ritrovata a seguire con passione. Un lavoro singolare e particolare, tratteggiato con maestria e corredato di tutte quelle informazioni atte a capire in che mondo ci si muove, sentito fino all'ultima parola nelle descrizioni dell'ultimo sguardo di Lucrezia, l'invidia dei tre cugini, il dolore di Collatino e l'onore talmente sentito per la "res publica" da mettere a morte perfino i propri figli. Ogni momento è carico di quel patos tanto caro agli antichi, ma reso in una maniera elegante e scorrevole con una scrittura che non cede alla retorica ma che mantiene un ritmo vivace e costante dall'inizio alla fine.
Un lavoro davvero imperdibile.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il segreto di Bruto
Raffaele Alliegro
Edizioni Spartaco, ed. 2018
Collana "Dissensi"
Prezzo 14,00€

Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 5 settembre 2018

"La pattinatrice sul mare", Paolo Foschi - Lo sportivo che scrive e quello che indaga...

Paolo Foschi
Fonte: Radio Corsa Web

Quest'anno mi trovo a dovermi cospargere il capo di cenere con molti autori, come Manzini o come Foschi. Nel primo caso pensavo fosse tutt'altro modo e genere di scrittura e farò ammenda in seguito, nel caso di Paolo invece ero informatissima sulle uscite e la tipologia di libri che scriveva e sebbene li abbia in parte acquistati per me li ho anche, altrettanto spesso, regalati ad altri, con il risultato che uno dei miei fratelli è un suo accanito fan e io ancora non sapevo effettivamente moltissimo di Igor se non delle sue indagini. In sostanza quindi non l'ho aggirato come ho fatto per altri, ma in quel periodo ero attirata da altri generi e quindi l'ho accantonato. Quest'estate, complice l'uscita dalla mia lunga crisi del lettore, quella del nuovo libro della serie di Igor Attila e la voglia di sanare le "pendenze" con tanti autori che ho conosciuto nel tempo, ho cominciato proprio da lui. Paolo Foschi, per chi non lo conoscesse è uno scrittore e anche un giornalista sportivo, nonché egli stesso un grande sportivo. Quello di cui parliamo oggi, non è un libro che rimane prettamente nel genere del "giallo", ha i piedi in due scarpe, perché occhieggia al romanzo, complice il fatto che Igor Attila è una serie, e non un lavoro singolo, e che con il tempo le vicende dell'ispettore Attila sono diventate parte integrante anche di una vita di squadra, quella che coordina, e che si occupa di, nel senso più ampio della definizione, "crimini sportivi". 

In questa puntata della serie, che a supporto di chi come me non l'ha letto mai si può affrontare anche senza seguire la sequenza di uscita dei libri sin qui pubblicati, Igor Attila è in un momento della sua vita un po' particolare. La vita privata ha subito un cambiamento a cui non ha ancora capito se si sentiva pronto e questo influisce anche nel suo approccio nella quotidianità del lavoro. A questo si aggiunge la notizia che una pattinatrice italiana, candidata a rappresentare il nostro paese nelle olimpiadi della Corea ha ricevuto minacce di morte. Ora, stando al classico giallo, qui già ci sarebbe di che parlarne e per il diretto interessato, ovvero Igor, anche abbastanza da indagare. La pattinatrice è famosa e quindi è naturale che ci sia molta invidia. Ma l'autore ha deciso di complicargli ulteriormente la vita e la nostra pattinatrice, fa anche la modella e ha deciso di firmare un contratto con una società russa poco apprezzata, per allenarsi su una piattaforma petrolifera sita nel mare del sud Italia e ha dato il permesso per essere filmata 24 ore su 24, come forma di ulteriore promozione. Questo comporta che l'indagine dovrà spartirla con il gruppo giudicato più frivolo tra quelli in circolazione, lascio a voi indovinare quale, e che debba tenere conto anche di tutte quelle organizzazioni ambientaliste che abbiano da ridire sulle concessioni per l'estrazione e la lavorazione del petrolio, nonché evitare di mettere le indagini in pubblica piazza in TV.

Se io fossi stata Igor, probabilmente sarei uscita dalle pagine di testo e avrei mischiato tutti i tasti della tastiera dell'autore per ripicca a tanta complicazione, ma evidentemente il nostro eroe è abituato a situazioni del genere e quindi ne uscirà con stile. Com'è leggere Paolo Foschi allora? Rilassante. Era da tempo che non mi divertivo così, perché Foschi non cede alla serietà della situazione ed è ben cosciente di come e perché Igor abbia attecchito sui suoi affezionati lettori. Igor piace molto perché potrebbe essere quello che condivide con te il pianerottolo è brusco, sportivo, ha una vita molto riservata ma porta con se anche quelli che noi chiameremmo difetti. E' uno facile alle emozioni, uno che vorrebbe menare la prima della classe, ma che si scoccia sempre a dover tenere d'occhio gli ultimi, ha dei pregiudizi ma ammette l'errore quando viene smentito, vive anche nel ricordo di quello di cui è stato ingiustamente defraudato, a volte se lo ripete anche più volte. Tutto questo dona umanità e verosimiglianza in un'epoca dove l'ispettore che sa tutto lui ha un po' scocciato.
La storia fila anche se gli incastri sono tanti e si alternano a situazioni comiche una più divertente dell'altra ed è questa, secondo me, la parte che rende più  vividi i personaggi, proprio perché è composta di tanti botta e risposta che sembrano trascrivere un linguaggio parlato, tralasciando la bella scrittura ingessata, e lasciando lo spazio ad un umorismo che scorre naturalmente senza mai perdere il suo ritmo. Questo metodo rende la storia fluida e regala ai momenti di tensione o di indagine un naturale risalto rispetto al resto in cui si inserisce.

Per me ha i piedi in due scarpe, perché la storia personale del protagonista è equipollente all'indagine in corso. Avrebbe potuto essere una debacle, perché Foschi si muove sul filo di lana: anche un minimo sbilanciamento può rovinare l'effetto generale. Ma l'idea funziona, gli indizi sono tanti, alcuni sbagliati e altri no, proprio per mantenere quest'aura di verisimiglianza. Come non accade in molti gialli, l'indizio viene nascosto o anche messo in vista ma sempre quello giusto giusto, in questo caso invece si sceglie di mettere sul tavolo da gioco praticamente tutto e come, in un'indagine che si rispetti, bisogna man mano scartare quello che non ci interessa. 
Come dicevo non è necessario leggere la sequenza dei gialli originali, perché con altrettanta naturalezza, Foschi inserisce qui e lì le informazioni, in mancanza delle quali Igor sembrerebbe ben strano, ma, conoscendo il tipo - l'autore e non il protagonista-  ha fatto una selezione in maniera tale che Ogni libro porti comunque al lettore informazioni nuove. L'altra scelta che ho sempre apprezzato di Foschi è quella di non fossilizzarsi su un solo sport e quindi in ogni libro troverete una disciplina diversa.

Vi avrei potuto dire che è un ottimo libro da ombrellone e invece no, è un ottimo divertissement, che è come le ciliegie: ne mangi una, poi un'altra e alla fine hai finito la ciotola. Ecco le storie di Foschi sembrano fatte così, una tira l'altra, per rimanere in questo mondo divertente e divertito che si trova ad operare in un dietro le quinte fosco e dipinto di giallo. Libro piaciuto e consigliatissimo, anche a chi non è propriamente amante del genere investigativo. 

Buone letture,
Simona Scravaglieri

La pattinatrice sul mare
Paolo Foschi
Giulio Perrone Editore, Ed. 2018
Collana "Hinc"
Prezzo 15,00€

Fonte: LettureSconclusionate


mercoledì 29 agosto 2018

"Catania non guarda il mare", Daniele Zito - Architettura e anima urbana in Sicilia...

Fonte: Erasmus


Ora, io ero convintissima di sì, dopo questo libro non posso che confermarlo: Catania non guarda il mare. Ma la spiegazione, del perché non lo faccia, non ve la darò non perché sia complessa ma solo ed esclusivamente perché è una cosa che si scopre man mano, passando di quartiere in quartiere. È un libro arrivato a sorpresa, che è stato una sorpresa e una rivelazione e che mi ha convinto che prima o poi, io, Catania, la devo per forza vedere. Quella di oggi è una via di mezzo fra una cronaca di un viaggio e una vera e propria spedizione alla ricerca di quella anima cittadina che, se sei un semplice turista, non vedresti mai senza una mano attenta, e del luogo, che ti indichi a cosa e come guardare. Daniele Zito è la guida d'eccezione, quella non convenzionale, che mischia quelli che sono i luoghi comuni sui siciliani, spesso oggetto di monologhi di molti comici, e li riporta ad una dimensione più reale e veritiera. 
Questo percorso che si fa, a cui fanno da introduzione un paio di capitoli anche divertenti per far acclimatare il lettore nel nuovo contesto, seguendo un filo conduttore che trasforma il viaggio da una semplice visita a una discesa nell'anima del contesto urbano che costituisce materialmente Catania.

La città, intesa come insieme materico architettonico, perde il suo senso fisico. L'architettura non è più rappresentativa di un insieme di edifici ma, bella o brutta o anche antica o moderna, trova la sua ragion d'esistere nelle componenti dell'anima urbana a cui essa stessa appartiene e in cui è stata concepita: storia, folklore, credenza religiosa o popolare, musica, usanze e persone e la cucina. Tutte queste diverse compagini affiancate ai luoghi creatisi fra un edificio e l'altro, mai chiusi definitivamente, parlano a chi sa ascoltare e costituiscono l'anima di un mondo che ha vissuto periodi di rinascita e di declino senza mai lasciare il passo alla dannazione ma che, con tutta quella saggezza tipica dei siciliani, guarda sempre al domani. Perché domani potrebbe essere diverso oppure uguale, ma è sempre un futuro possibile. Potrei finire il mio racconto qui senza aggiungere altro, perché già credo di aver detto molto, ma mi preme sottolineare altre due cose.
Sebbene infatti si tratti di un testo di pregio che mescola tutte le anime della città senza soluzione di continuità, in questo lavoro non si lascia mai il passo alla lagnanza o all'elegia, non è retorico e tanto meno noioso; Zito ti tira letteralmente per la giacchetta, ti fa segno da lontano quando ti stai perdendo nella folla che festeggia la santa, ti stringe il braccio nelle zone dove è meglio non girare con il naso all'insù , che non è raccomandabile, e ti indica dove ti sei macchiato quando ti fermi al baracchino dove ti ha portato a scoprire le delizie cittadine, magari ti schernisce anche un po'.

Una scelta di un modo di raccontare che avrebbe, in un momento come questo, potuto non aiutare, ma che ben modulata, invece, gli permette di dare ritmo alla narrazione che in un contesto del genere non ha picchi ma che necessita comunque di tenere viva l'attenzione del lettore.
A questo si aggiunge questa mescolanza di odori immagini e sensazioni, che ti sballottano fra passato e presente che rendono ogni visita che si sussegue un quadro a sé stante: da un lato questo gli permettere di mescolare storia personale con storia collettiva e dall'altro permette al lettore di diventare esso stesso partecipe di quella storia collettiva.
Quando chiudi il libro, alla fin fine, Catania, è anche un po' tua; ne riconosci i colori e anche tu non guardi più il mare certo che di quelle immagini, che sono in parte riportate fisicamente a commento del testo- a metà e alla fine del libro- e di quei racconti, sei stato anche tu veramente protagonista. Non puoi empaticamente non partecipare alla passione, mai eccessiva, di Zito per il suo mondo  che all'inizio quasi non comprendi; sembra solo un libro divertente e divertito all'inizio un po' come quelle guide che per guadagnarsi il favore dei turisti fanno battute simpatiche a raffica. Ma è proprio in quei capitoli divertenti che l'autore snocciola i numeri e in parte le sue intenzioni. Istruzioni che potrebbero essere noiose e che invece così messe ti predispongono a guardare oltre; ma te ne accorgi alla fine del viaggio e non all'inizio, quando sei di nuovo all'aeroporto e quasi vorresti tornare indietro a Catania.

Ripeto, questo libro è stata una sorpresa inaspettata, ma da conoscitrice della collana Contromano di Laterza è perfettamente pertinente alla collana stessa mixando narrazione e saggistica ed entrando a pieno diritto in un discorso innovativo che guarda al contesto fisico come parte integrante di un contesto sociale molto più ampio e sfaccettato. Esperienze come queste sono quantomai rare e altrettanto splendide. Questo sicuramente è un libro da leggere, indipendentemente dalla destinazione proprio perché racconta un qualcosa che parla di un "noi" e che ci permette così di imparare a guardare anche al contesto che viviamo noi con occhi diversi. Come sempre, non poteva che essere un Laterza.

Buone letture,
Simona Scravaglieri 

Catania non guarda il mare
Daniele Zito
Laterza, ed. 2018
Collana "Contromano"
Prezzo 13,00€


Fonte: LettureSconclusionate

venerdì 10 agosto 2018

"Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo", Stefania Prandi - I gironi dell'inferno dello sfruttamento femminile per una fragola...



Fonte: Be Aware
Avevo terminato questa recensione dicendo "La cosa che un po' mi spiace è che questo libro, interessante e ben scritto, dubito che a parte me, per interessi pregressi personali, e gli operatori del settore verrà letto da molti altri, nonostante sia fatto per essere un saggio divulgativo. E' scorrevole e facile da seguire nel suo percorso di indagine, anche se lo ammetto, a me ha lasciato il magone." 
Avrei preferito doverla ritoccare per l'inchiesta di FanPage o l'articolo interessante di Terrelibere.org che vi inserisco in fondo invece che per tutte le notizie degli ultimi giorni. Forse, Stefania Prandi, a questo punto, una speranza ce l'ha. Il libro di oggi parla di numeri e lavoratori sfruttati, attraversa l'asse Spagna, Italia, Marocco seguendo una via nuova quella della produzione agricola, portando coraggiosamente alla luce non solo le condizioni dei braccianti provenienti dai flussi migratori ma soffermandosi sulla particolare condizione femminile che è l'ultimo gradino di una scala pericolosa di disumanità.

Si parte dalla Spagna andalusa, dal regno delle fragole e dei frutti di bosco mettendo in correlazione i dati di un'industria fiorente come quella della frutta con quelli dei flussi migratori controllati, provenienti dal Marocco e da altri paesi proprio per la raccolta della frutta. A parlare sono donne terrorizzate e reticenti che hanno due grandi motivazioni per non farlo: sono donne provenienti da pesi dove lo stupro è sinonimo di donna lasciva (figuriamoci un figlio senza padre) e dal fatto che, se riconosciute, non verranno più chiamate a lavorare e non potranno così mantenere le loro famiglie. 
Si passa per la Sicilia e la Puglia dove il caporalato è la componente meno in vista. Non che non ci sia, ci spiega la Prandi, ma tutto il comparto si è dovuto riorganizzare a seguito di un'inchiesta seguita al caso di una bracciante italiana, sfruttata e portata ad una lenta morte correlata al livello di sfruttamento che subiva. Si chiamava Paola Clemente e dopo il giudizio del Giugno del 2017 sono state riscritte le regole di ingaggio e di contratto in maniera profondamente diversa aggiungendo la minaccia, solo minaccia pare, dei continui controlli ; le aziende, come di dicevo, si sono dovute riorganizzare (fatta la legge trovato l'inganno si dice non a caso) per potersi garantire la sopravvivenza in un comparto che vive di produzione con i prezzi continuamente al ribasso (qui il corto a lei dedicato).
Si termina il viaggio in Marocco dove la situazione è identica se non peggiore rispetto alle altre realtà presentate. Qui la religione musulmana non è una qualcosa che viene da fuori eppure le donne subiscono tutti i trattamenti che hanno altrove con l'aggravante che la paura di parlare e di non potersi mantenere diventa ancora peggiore in una società che condanna chi non è allineato alle leggi sacre e in un mondo in cui gli uomini sono difficilmente visti come colpevoli. Anche qui esiste lo sfruttamento dei flussi migratori, anche qui la produzione della frutta per i paesi del nord europa significa massimo produzione al minimo prezzo, ottenuta sulle spalle degli ultimi.

Buona parte delle donne che qui sono intervistate hanno detto no ai loro aguzzini e lo hanno fatto a discapito della loro stessa sopravvivenza. Dire no, ad un uomo che ti vuole sfruttare prima nei campi e poi a letto significa subire giornate di punizione in cui non puoi lavorare e quindi non vieni pagata, il licenziamento e la diceria fra padroni che non sei una buona lavoratrice, il fatto di non essere richiamata o di essere malmenata. A tutto questo si aggiunge la profonda solitudine di non poter dire che si subisce e di non poter avere alcun tipo di aiuto e si traduce in un grande inferno dove la donna è preferita agli uomini nei campi, ufficialmente perché più agile e più delicata con la merce che maneggia, ma in realtà solo perché la si paga meno degli uomini. In più una donna può essere sottomessa a forza di urla e maltrattamenti, lavora come un uomo ma si lamenta di meno ed è un'ottima compagnia da avere nel letto con il ricatto.
Le donne che parlano con la Prandi appartengo a flussi migratori diversi fra loro, dall'Africa al Marocco e la Turchia, dalla Romania a tutti quei paesi in cui la sopravvivenza è come vincere alla lotteria. Non hanno molte scelte le ragazze e le madri che si mettono in viaggio per garantire e garantirsi qualche mese  di pace in casa. Sanno perfettamente quando partono quello che le aspetta, anche se hanno un livello di scolarizzazione basso o anche nullo. Quello che non conoscono sono i diritti che avrebbero nei contesti in cui arrivano, almeno in Spagna e in Italia, ma hanno la certezza che dimostrare quello che subiscono al momento in cui lo subiscono è impossibile ma necessario per ottenere giustizia e che quindi, questa strada non è percorribile.

Ti lascia davvero il magone leggere di queste storie, perché queste donne vivono in condizioni disperate, esposte in continuazione a diserbanti e pesticidi, fatte dormire in luoghi fetidi e trattate peggio degli animali e pare che a questa dannazione non ci sia mai fine. Ogni girone di questo inferno è corredato puntualmente di numeri, supportato da studi e ricerche che sono puntualmente citati ma che non rendono lo scorrere della pagine più lento e complesso. Questo perché, strano a dirsi, qui di complesso non c'è proprio nulla. È tutto molto semplice: donna, lavoro sottopagato e sesso gratis. Non c'è umanità in questa spirale, ci sono mogli che voltano la testa, donne che appartengono allo stesso inferno che, per non essere messe nella condizione di dover accettare delle avances non richieste, ti immolano al posto loro, ci sono soldi restituiti al datore di lavoro su una busta paga di facciata per accordi firmati prima di ottenere il lavoro.
In tutta questa semplicità il magone non ti viene come donna ma come essere umano.
Ed è forse in postfazione che la Prandi rovina un po' questo perfetto reportage, spiegando che ha deciso di scrivere a seguito del caso Weinstein e del movimento #MeToo che ha avuto poca solidarietà dalle donne e in generale. Ecco mettere in correlazione Asia Argento e queste donne ha una piccola falla: Asia Argento è una donna istruita che avrebbe perso la carriera di attrice, ma avrebbe comunque potuto lavorare altrove, queste donne molto spesso non possono nemmeno firmarsi, perché non hanno istruzione, e se perdono il lavoro non mangiano mettendo a rischio la propria sopravvivenza eppure, come molte di loro le raccontano, hanno detto no, sapendo che cosa avrebbe comportato. È qui che il paragone stride, quando vieni malmenata e stuprata sotto un albero da un padrone, o dentro una stanzetta di un edificio fatiscente da un caporale, quando sai che quell'estate potresti essere costretta a subire più di un aborto per non far sapere che cosa ti è successo.

A parte questo difetto un lavoro davvero complesso e interessante che dovrebbe essere conosciuto non solo da coloro che cercando il riscatto femminile ma anche dagli uomini, perché quello che queste donne ci insegnano è che molto semplice spiegare la loro condizione con una economia globale che richiede in continuazione produzioni a basso costo per soddisfare una spirale economica che vede un impoverimento generale molto più complesso. Non basta una legge contro lo sfruttamento o contro la convinzione che una lavoratrice è una tua proprietà su  quale hai diritti che in una società civile si pensano cancellati da secoli, ma serve una complessa macchina che ripensi alle regole economiche in generale che metta in correlazione l'andamento del mercato con tutti gli impatti che si riversano sulla filiera. Serve una legge più snella che permetta la raccolta delle denunce e faciliti le indagini ma che al contempo impedisca a chi solo vuole farne un'opportunità di facili guadagni la possibilità di screditare tutte le denunce veritiere. Perché ancora oggi è così. Servirebbe anche che le battaglie che nascono su giusti sentimenti di iniquità e sopraffazione non dimenticassero le loro origini e i motivi per cui nascono evitando contrasti, atteggiamenti e guerre che non garantiscono la buona luce sotto cui sono nate. Bisognerebbe rimanere umani, come diceva un Arrigoni, e capire che la forza del cambiamento arriva dalla compattezza e non dalla divisione a semplice scopo di visibilità personale.
Davvero un bel reportage che bisognerebbe avere in casa e continuare a sfogliare di tanto in tanto, per non dimenticare, anche al supermercato...

Per approfondimenti vi invito a leggere:
Un articolo del Blog di TerreLibere. org grazie al quale sono venuta a conoscenza della pubblicazione
Il video di FanPage sui retroscena del lavoro e l'accoglienza che vivono in alcune zone d'Italia gli immigrati

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Oro Rosso
Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo
Stefania Prandi
Settenove Edizioni, ed. 2018
Collana "Lo scellino"
Prezzo 14,00€


Fonte: LettureSconclusionate



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...