venerdì 9 febbraio 2018

"L'estate degli inganni", Roberto Perrone - Quando le tue convinzioni vengono messe alla prova...

Fonte:Comune di San Giorgio (Pistoia)

Devo ammettere che quando mia madre mi ha portato questo libro avevo pensato di leggerlo più in là. Poi, visto il periodo di letture varie e, a volte, un po' impegnate, ho deciso di dare uno sguardo al primo capitolo e di lì non l'ho lasciato più finché non l'ho finito. È un libro interessante per come è costruito l'intreccio delle varie situazioni e che permette di svagarsi e rilassarsi con la formula del classico giallo. Un autore italiano che proprio non conoscevo ma che si è rivelato una piacevole scoperta. In più, pur leggendo parecchia narrativa italiana contemporanea mi accorgo sempre che, in questo genere - ovvero il giallo -, i libri che ho all'attivo sono davvero pochi. Indagando sul perché potrei dire che in parte risiede nel fatto che i gialli nostrani tendono spesso ad essere troppo aderenti a tematiche nostra che non trovo particolarmente rilassanti (politica, stragi, prima Repubblica) e di solito in questo caso prediligo i classici ai contemporanei. Il classico ha dalla sua il fatto di puntare a situazioni reali o inventate che si riferiscono a fatti storici da cui ho un approccio ad una certa distanza naturalmente perché li marco come fatti storici; con i contemporanei è più complesso, l'eco di fatti conosciuti o sentiti mi impedisce di distaccarmi poco dalla realtà per cedere il passo alla trama fantastica. L'altro motivo è che sono pochi gli autori del genere a cui mi affido ciecamente, ma non saprei spiegare il motivo. 
Il libro di oggi fa parte di una serie dedicata al colonnello Annibale Canessa ma che, per nostra fortuna, non necessita di essere letto in una particolare sequenza. È auto-concludente e rimane in correlazione con i precedenti grazie a qualche leggero, o accennato fate voi, riferimento che non ne guasta l'assetto generale ma che serve a spiegare le relazioni fra i protagonisti che compongono il, chiamiamolo, cast della storia.

Annibale Canessa è un colonnello di una certa età - non sono riuscita a capire quanti anni abbia! Non è un pupo insomma!-, in pensione precoce, con una giovane fidanzata, Carla, che fa la giornalista. Ha una famiglia composta dalla cognata, vedova di suo fratello Napoleone, e da sua figlia. Collabora saltuariamente con la procura per la quale segue anche qualche caso laddove gli venga richiesto; ha un passato nell'antiterrorismo ma è da tutti apprezzato per il cipiglio e l'attenzione, nonché la sua sete di giustizia, che gli permettono di chiudere i casi sempre con successo. Repetto è il suo ex collega, congedato anche lui, e che si trova coinvolto nel caso che sconvolge l'amico proprio ad inizio libro. È appena tornato da Israele dove si trovava in vacanza con cognata e nipote e, l'ultimo giorno, ha avuto un contatto con il Mossad entrando in possesso di uno strano fascicolo. "Strano" perché riguarda un caso chiuso da anni e nello specifico la strage della stazione di Torino avvenuta trent'anni prima. Caso chiuso quasi subito; "quasi" perché "la giustizia deve fare il suo corso", in Italia si traduce in "tempi lunghissimi". Il fascicolo non solo mette in discussione i "perché" della strage ma anche e soprattutto evidenzia che i colpevoli che sono in prigione siano estranei almeno a quell'avvenimento e che l'impianto, su cui si basavano le prove, è stato volutamente inquinato o peggio che il giudizio sia stato pilotato. Ma da chi? E chi l'ha commesso? Il primo viaggio è alla volta dell'Austria e di lì il baratro si apre e, per non rimanerne inghiottiti, l'unica cosa da fare è risolvere l'enigma. 

Per il mio modo di vedere questo libro ha molti punti di forza e uno solo di debolezza che però non limita le potenzialità della storia e il brivido del giallo. La debolezza, che un po' fa pensare che chi scrive abbia - come in effetti è- un passato da giornalista, e fa si che, trattandosi di un giallo che tange anche la politica, in alcuni punti, per spiegare le linee che connettono i fatti riguardanti trent'anni prima del presente della storia, rallenta indulgendo sulle figure chiave un po' più di quanto non faccia con il presente e i protagonisti del momento. Sono capitoli che aiutano le svolte che permettono all'indagine di andare avanti e quindi sono necessari, ma a volte troppo lunghi rispetto agli altri. I punti di forza sono rappresentati dalla prosa sciolta, informale e in alcuni punti quasi confidenziale; sembra quasi di sentire la voce dell'autore, che non si palesa mai direttamente con il suo lettore, sussurrare suggerimenti che possano aiutare a capire gli umori di Canessa o le percezioni su lui di quelli che gli satellitano accanto. Cosi Carla, Repetto, il Vampa - non è che vi possa spiegare tutto, lo conoscerete leggendo il libro - diventano reali non grazie alle loro descrizioni ma grazie agli scambi di battute o ai confronti con il colonnello investigatore.

Non c'era molta certezza che mi piacesse un lavoro del genere con i presupposti esposti all'inizio di questa recensione, eppure, nonostante sia ancora convinta di quanto su detto in questo caso il libro mi è piaciuto, forse per come l'autore stesso gestisce i rimandi con possibili reali avvenimenti. La storia è di fantasia, ma gioca su quelle che sono le nostre emozioni remote riguardo fatti o situazioni attraverso parole o situazioni chiave: politica, terrorismo, indagini internazionali e via dicendo. La storia diventa verosimile grazie al suo rimandare e ricalcare eventi noti ai più: una strage alla stazione, le revisioni degli atti di altre indagini, lo spione, l'hacker, il Mossad, diventano le chiavi conosciute nella realtà su cui costruire una serie di delitti internazionali, che vedono coinvolta un'intera nazione che, come dice uno dei cattivi, "è pronta a sopportare tutto, tranne la verità". Questo espediente permette a Perrone di evitare di soffermarsi in grandi descrizioni, contando sull'empatia del lettore, e concentrarsi sull'indagine e sui continui ostacoli che i suoi personaggi si trovano volta per volta a dover fronteggiare. Ne esce fuori una storia piacevole e intrigate. Il ritmo, a parte per i capitoli riguardanti il passato, è un crescendo che ci accompagna verso un finale difficile da anticipare ma che non rimane sospeso. Quindi è stata una grande soddisfazione leggere un lavoro così costruito e che consiglio con una certa convinzione. Se avessi letto la sinossi mi sarei fatta qualche scrupolo per le mie convinzioni personali e invece, in fondo, è andata bene così. Avanti con gli italiani allora! 

Buone letture,
Simona Scravaglieri

L'estate degli inganni
Roberto Perrone
Rizzoli, ed. 2018
Collana "Nero Rizzoli"
Prezzo 19,50€


Fonte: LettureSconclusionate




venerdì 26 gennaio 2018

"Come tessere di un domino", Zigmunds Skujinš - Bello ma...

Fonte: Seda College

Il libro di oggi non è malvagio, anzi, sono due storie che si svolgono in due periodi storici differenti e che, in momenti diversi dello scorrere della trama, ti prendono e fanno sì che tu rimanga ancorato al libro per vedere come va a finire. Da un lato un ragazzino, suo nonno e uno strano fratello che vivono i tempi che precedono l'invasione della Lettonia - dalla Russia prima e dalla Germania Nazista poi - insieme ad una zia governante e una padrona di casa Baronessa di origini ebree, l'altra si svolge intorno al 1700 e vede un'altra Baronessa destreggiarsi tra Riga e la Russia della Zarina Caterina II, al seguito del Conte Cagliostro alla ricerca di risposte. Lei ha perso il marito in guerra, eppure non si rassegna alla sua morte visto che è partito poco dopo che si sono sposati, reclamando con forza la sua vita da moglie prima di doversi rassegnare a vivere quella da vedova. In mezzo misteri, la politica fallimentare di una Russia ieri dominata dalle manie di una donna e oggi dalle limitazioni del potere comunista.
Eppure questo lavoro, anche se, in alcuni punti della seconda storia ricalca un p' i toni e le atmosfere di Puškin che tanto mi piacevano, ha qualcosa che non lo rende eterno.

Premettiamo che non sarei in grado di dirvi la differenza tra il lettone e l'italiano, ma temo che in parte sia dovuto ad un diverso modo di concepire le frasi e in parte dovuto a come è stato costruito questo romanzo. Credo di aver rotto le scatole a chiunque mi sia capitato a tiro mentre lo leggevo, ma il mio dubbio sulla concezione delle frasi viene dal fatto che il testo viene spezzettano in enunciati che non sempre sembrano stare a galla da soli e che, per contro, in un italiano corrente starebbero nella metà dei periodi che invece vengono utilizzati. Sì, lo so, la traduzione deve essere il più fedele possibile, ma per chi legge quanto è scritto deve essere scorrevole altrimenti la lettura diventa un po' ardua. Così, dicevo, ogni tanto ti capitano a tiro pezzi come questo:


"[...]Era forse per riequilibrare le cose che il governo autonomo possedeva la meraviglia delle meraviglie: una gigantesca Rolls-Royce, quasi un teatro d'opera su ruote. Si raccontava che anni prima fosse stata l'orgoglio dell'ambasciata cinese a Berlino. Quando la Germana si alleò col Giappone la rappresentanza cinese a Berlino fu chiusa. Non si riuscì a vendere la bizzarra automobile perché ingollava benzina a fiumi. Divenuta sempre più bizzarra - dotata di un generatore di gas alimentato a legna - arrivò infine a Riga.[...]"


Con il mio modo di fare sarebbero venute fuori due o tre frasi, magari più lunghe e articolate e invece tutta questa frammentazione interrompe la fluidità del racconto che, in altri punti, scorre piacevolmente e armoniosamente. E io mi aspettavo molto peggio visto che, stando a Wikipedia, questo romanzo è uscito quando lo scrittore aveva 73 anni, nel 1999. Invece mi ha regalato il piacevole sapore di quel Puškin che ricordo di aver letto da ragazzina perché era un libro da grandi (solo per le fattezze del libro fisico all'epoca, per me inizialmente era solo un romanziere come tanti altri me ne erano capitati che però utilizzava un sacco di nomi di personaggi impronunciabili). Del "modo" puskiniano ha quella leggerezza e precisione che utilizza per dipingere le opulenze in cui si svolge la vicenda del moderno "Barone dimezzato". Il dramma di una donna che vuole, in funzione del suo ruolo, e combatte contro la sua natura di donna che sente il bisogno di un contatto umano, anche se di natura carnale, e che cerca anche delle risposte su un marito per capire il proprio futuro. A farle da contraltare l'immagine della Zarina, donna brusca e annoiata, che ha un problema e svogliatamente si rivolge al Conte Cagliostro il quale arriverà, in una Mosca  d'altri tempi con tutta la sua baracca di spiritualisti. Si svolge tutto all'interno di stanze sontuose ora addobbate di tutto punto e in piena luce ora nascoste in penombra, se non al buio completo, definite negli spazi dai sussurri degli partecipanti all'evento esoterico. 

È questa la storia che ti prende da subito, ti avvolge e quasi quasi surclassa l'altra. Ti viene voglia di saltare i capitoli per capire come vada a finire e le vicende del bambino con il suo strano fratello, un nonno con una grande collezione di cappelli, cavalli e carrozze funebri, che vivono in un maniero diviso a metà fra loro, e convivono con Baronessa e zia governante, e un aviatore la cui figura si svela solo in alcuni punti cruciali, diventa quasi d'intralcio. 
Per contro dopo la metà del libro la vicenda del 1700 si appanna un po' e, nelle varie fasi dell'occupazione l'attempato autore ci mette del suo dopotutto, il secondo conflitto bellico, lo ha vissuto in prima persona e ha anche combattuto. E' in questo momento che la vicenda della Lettonia moderna prende vita e le situazioni che si susseguono una dopo l'altra incalzano il ritmo della narrazione, lo stile si raffina e, seppure descrivano eventi cruenti e crudeli, il ricordo è quello di un  ragazzino che vede e non riesce a capire appieno quel che gli succede intorno ma al contempo riesce bene a raccontare le sensazioni e gli umori che lo circondano. 
Il mondo bucolico in cui fino ad allora aveva  vissuto si sgretola, ma oltre conoscere i "modi" dell'invasione e in suoi tempi, è in grado già da allora di carpine - anche se non sempre coscientemente- i limiti. L'ignoranza, l'uniformazione, la delazione, la solitudine, la paura cementano le immagini che man mano scorrono sostituendosi al verde, alle persone tranquille, alle abitudini e agli sguardi. È quel periodo in cui la parte nord della Russia, che poi si allargherà fin dentro le regioni Baltiche, individua in questi luoghi il posto giusto dove mettere coloro che per grado e per lignaggio non possono morire nei Gulag ma che al contempo per gli stessi motivi, accompagnati da quelli politici o religiosi, vengono puniti e spediti al confino.

In questo punto si potrebbero anche confrontare le due voci completamente diverse e che avranno due percorsi molto distanti fra loro ma che  hanno entrambe scritto di questi luoghi in età adulta. Una è quella di Skujinš che mette nei ricordi del giovane bambino lo stupore per tutta l'ansia di uniformare e indottrinare il pensiero dell'invaso attraverso la cancellazione della cultura che va a prevaricare. Quasi fosse necessario annullare per poter dichiarare al mondo di esserci e di avere il potere. L'altra è quella di Salamov che a 64 anni scrive nel 1971 le sue memorie di gioventù a Vologda (La quarta Vologda), a circa 1.200 km da Riga, ricordandosi di una società fatta di nostalgici e fiduciosi di essere reintegrati. Il punto di vista che vive Salamov è quello dell'occupante, anche se lui è nato lì. Ed è un po' come confermare una sensazione che il libro si Salamov ti da all'inizio e che in "Come tessere di un domino" trovi verso la fine: occupanti e occupati non sono così diversi in quei momenti. Due mondi diversi, sicuramente, anche perché nel caso di Salamov, la sua Vologda, non è ancora toccata dai conflitti bellici, ma che in comune hanno, come detto, il forte sapore del confino - cosa peraltro strana nel caso del ricordo lettone-, e il senso di temporaneità e non di stabilità.

A questo libro sicuramente manca un collegamento certo per il finale. Le due storie si congiungono in un labile e appena sussurrato raccordo facendo rimanere il dubbio della necessità della storia del 1700. Non è una storia epica, ma è un bel lavoro piacevole da leggere e interessante nel disegnare mondi assai lontani nello spazio e nel tempo e nel saperlo fare con una certa maestria. Un libro da leggere e da consigliare ma ben tenendo presente i difetti e i limiti che ci sono, non posso negarlo.
Buone letture,
Simona Scravaglieri 

Come tessere di un domino
Zigmunds Skujinš 
Iperborea, Ed. 2017
Traduzione a cura di Margherita Carbonaro
Collana "Narrativa"
Prezzo 18,50€


Fonte: LettureSconclusionate


venerdì 19 gennaio 2018

"Pyongyang", Guy Delisle - A volte il buio parla...

Fotografia di Raphael Olivier
Fonte: Idealista.it
La prima volta, che ho visto i disegni di Delisle, era Luglio ed è stato un incontro casuale, avendo scoperto per caso che c'è un ramo delle graphic novel che si occupa di temi sociali, economici o politici. In più avevo trovato "Rizzoli Lizard", a me totalmente nuova, che credo si occupi prettamente di questo genere di produzione editoriale. Essendo nuova dell'ecosistema della narrazione grafica, questo libro in particolare, risponde ad una delle domande che mi sono sempre fatta: "Perché scrivere un romanzo o un saggio per poi togliere tutte le descrizioni e lasciarle alle immagini?". Domanda semplice ma al contempo complessa che, quando viene posta agli editori che vi si dedicano con tanta passione, ha una sequela di risposte verbali, che io ho sempre trovato non totalmente convincenti, e che contrastano con l'espressione della loro faccia che dice solo "Scusa, e perché no?". La risposta più semplice che viene da questo libro -e anche dall'intervista rilasciata dall'autore che ho scoperto oggi (3)- è che non ci sono parole che da sole renderebbero alcune situazioni o stati di essere che necessariamente devono avere un supporto visivo. Basterebbe una foto? No, il disegno ha ancora un potere che l'immagine fotografica non ha: il tratto, il marcare un contorno o l'aggiunta di chiaroscuro o anche la scelta del colore o del bianco e nero con diverse tecniche pittoriche sono espressioni non solo di ciò che si sta copiando dalla realtà ma anche di chi, disegnandola, la racconta. Quindi il disegno diventa il resoconto, di uno stato di fatto o di una situazione, comprendendo anche la posizione dell'autore rispetto a quello che sta rappresentando.

La storia di Pyongyang è tristemente nota, non a tutti, ma a molti. Lo è in particolare da quando la Corea e in particolare il dittatore ha tenuto a ricordare al mondo che non vuole intromissioni di sorta nel suo contado e che ha un piccolo potenziale nucleare. La Corea del Nord, come "Repubblica Popolare Democratica del Nord", nasce all'indomani della capitolazione del Giappone nell'ultimo conflitto mondiale quando Kim II-Sung si impose come segretario generale del Partito dei lavoratori. Dopo la guerra di Corea, la crisi seguita alla rivoluzione culturale in Cina e gli altalenanti rapporti con la Russia, negli anni settanta Kim II-Sung si autonomina presidente della Corea del Nord, mettendo in campo una serie di azioni e decreti che garantiscano la successione al figlio, attuale presidente, e che diano vita ad un culto della sua persona. Inizialmente chiude tutte le frontiere, ma dopo la svolta cultural politica della Russia, la Corea risente del mancato foraggiamento della vecchia URSS, e quindi si trova costretto ad aprire le frontiere ad organizzazioni umanitarie e successivamente ad attività straniere che portino nel suo paese "valuta pesante" come viene chiamata la valuta estera. E' inutile, credo, aggiungere che, a detta di molte delle organizzazioni umanitarie, la Corea è il paese con il più basso rispetto dei diritti umani, e per questo e per i casi di corruzione che incisero sugli aiuti umanitari, enti come per esempio Amnesty International hanno abbandonato in periodi alterni la Corea come atto di protesta. Questo è sommariamente, decisamente troppo sinteticamente lo ammetto, quello che bisogna sapere per capire di che cosa sta parlando Guy Delisle. 

"Pyongyang", Guy Delisle - Rizzoli Lizard
L'arrivo in aeroporto
Percepire che cosa comporta vivere a Pyonyang non è affatto semplice ma sicuramente diventa, parzialmente, più facile seguendo la visita di lavoro, durata due mesi, nel 2001 di Delisle. Un paese di circa 24 milioni di persone che sono blindate dentro i confini al 38° parallelo e rischiano ogni giorno la vita. Una spilla dimenticata, una parola fuori posto, uno starnuto partito non volendo, possono decretare la loro fucilazione. Ma c'è un altro fattore da considerare: la dittatura e la precedente reggenza come "segretario di partito" hanno fatto sì che intere generazioni di nordcoreani crescessero già inquadrate sin dalla nascita, in un sistema che prevede la distorsione della storia reale e il culto dell'odio verso l'America. Avete presente quei cristiani ortodossi che si vedono nei film o i testimoni di Geova quando vi devono convincere che il loro credo vi salverà l'anima? Ecco, ogni coreano che entri in contatto con uno straniero si sentirà in dovere di raccontarti la sua verità e leggere "Pyongyang" è un po' come provare a farsela raccontare nella speranza che sembri abbastanza verosimile da giustificare tutto questo. 

"Pyongyang", Guy Delisle - Rizzoli Lizard
La mancanza di luce al calar del sole
Da un certo punto di vista è più facile seguire Guy invece dei resoconti decisamente raccapriccianti dei fuggitivi che mi è capitato di ascoltare o leggere. Lui guarda con gli stessi nostri occhi stupiti ciò che gli si svolge di fronte, fa battute mentali, rimane basito e incuriosito. Ma i disegni raccontano anche di più di quello che scrive: un potere che tutto vede e che tutto sa, che tiene alla celebrazione dei sui leader già da quando metti piede in Corea del Nord, che si nutre di fantasmagoriche costruzioni di palazzi e di monumenti e che, per mancanza di materie prime, letteralmente scompare al calar del sole quando l'energia elettrica viene tolta a tutti, tranne che agli alberghi che ospitano gli stranieri e al compound delle associazioni umanitarie. È l'immagine che mi ha colpito di più perché rende l'idea di quanto questo potere possa essere debole e ottuso. L'immagine di Kim II-Sung, che viene riportata con quella del figlio ovunque (sulle spillette che tutti devono avere, in ogni stanza, in ogni via, agli angoli delle strade) svanisce come inesistente a testimonianza che decenni di embargo possono oscurare anche lui.

Seguendo Delisle non solo scopriremo che all'epoca, per le immagini secondarie dei cartoni animati, molte ditte come quella francese per cui lavorava lui, subappaltano in Corea questa produzione massiva inviando i loro rappresentanti a rivedere in loco tutto il lavorato prima che venga consegnato in sede, ma vedremo anche come difficilmente chi viene da fuori vedrà i disegnatori, che verranno invece informati dal traduttore o da un direttore presente ai controlli e che riporterà le modifiche da fare. Quindi di passaggio in passaggio, traduttore-direttore-disegnatore, le informazioni si perderanno costringendo il responsabile della società appaltatrice a rivedere più e più volte le stesse scene. Questo senso di assenza di umanità varia sul lavoro, è una costante che si ripete ovunque vada in questi due mesi: assenza di persone sulle strade, l'eversivo fumettista che impone ogni volta di camminare per ritornare in albergo al suo traduttore/guida e all'autista che li seguirà in macchina a passo d'uomo vedrà pochi coreani, assenza di visitatori nei musei, nelle metropolitane, in altri edifici pubblici  che sembrano allestiti solo per essere essi stessi messi in mostra. E come fanno 24 milioni di persone, circa 200 per km quadrato, a sparire totalmente a non palesarsi? Non ci sono cinema, nemmeno palestre che vengano utilizzati in autonomia ma solo per eventi propagandistici ma ci sono un sacco di volontari. Le poche volte che Delisle riesce a notare qualcuno è perché impiegato a fare, di sua "spontanea" volontà. "Volontariato", lo ripete in continuazione ogni volta che vede una persona per strada intenta ad armeggiare, che taglia l'erba nei prati, ripara le strade e i palazzi oppure ripulisce qualche piazza o sito pubblico. 
24 milioni di persone che vivono sempre in attività: se sei impegnato non pensi e se non pensi non diventi sovversivo, semplice no?

"Pyongyang", Guy Delisle
Fonte: Douglas Ernst Blog
Non pensavo che questo libro mi avrebbe così coinvolto; dall'anteprima avevo voglia di vedere come andava a finire, questo sì, ma non avrei mai immaginato di essere affascinata da un resoconto di viaggio per giunta in Nord Corea. Delisle è riuscito laddove molti altri testi che mi sono passati sotto le mani hanno fallito. Il suo cipiglio sovversivo, ma non aggressivo, quello di uno che se la cerca presentandosi in dogana con 1984 e che gioca con i suoi lettori, di quando in quando, con "cerca il sovversivo" riuscendo così a farti percepire le piccolezze sulle quali Kim II-sung e il figlio basano il loro potere è al contempo disarmante e istruttivo. Raccontano, insieme ai particolari buttati lì a mo di appunto la dualità di un potere che si divide fra modernità e vecchie forme di governo dittatoriale. Da un lato la profonda attenzione alla comunicazione verbale e rituale che tende a mettere chiunque nella condizione di tutti gli altri, l'attenzione all'allestimenti di scene di vita come chi viene da fuori si aspetta o altro. In questo mi ricorda il Mussolini raccontato da Bonsaver, quello che guardava al particolare ma era incapace a guardare al disegno generale per essere un leader non da medaglia ma per davvero. Dall'altro l'esercizio indiscriminato del potere sulla vita e la morte di chi lo circonda, a seconda dell'umore e dell'opportunità, o anche per futili motivi ricorda molto Stalin con la sua paura di perdere il potere acquisito. In questo è profetico l'ingresso della storia con 1984, che aiuta a capire il livello di inquadramento, che l'ora dell'odio non è più un'ora e non serve ricordarlo quando te lo inculcano da ragazzino, che le immagini di disperazione per la morte di Kim II-sung sono reali perché gran parte della popolazione da quasi un secolo non ha visto nemmeno una briciola della realtà del mondo che circonda la Corea del Nord.

Il grandioso e stupefacente tributo a Delisle
di Andy Deemer e Michelle Woo
riportato su Asia Obscura
Camminare fra le strade di Pyongyang è quindi un evento eccezionale e anche interessante se visto attraverso gli occhi e le immagini di Delisle. Carpire quanto le persone ci mettano a rispondere ad una domanda quasi ingenua è sorprendente come lo è altrettanto percepire l'ansia per un possibile cambio di programma non previsto. Seguirlo nei suoi atti "sovversivi", di girare di notte quando c'è il coprifuoco, per intravvedere nel buio i coreani che cercano di arrivare in luoghi sicuri, oppure essere nella sua camera d'albergo quando prova ad accendere la radio, ci fa sentire quel brividino del fare una cosa vietata in barba ad un potere che, si spera, non possa andare oltre la porta della tua camera d'albergo. Sapere che si mangerà male, nonostante si sia in un albergo per stranieri, perché in Corea il cibo scarseggia e per mangiare qualcosa di decente ti devi servire in spacci speciali, vietati ai normali coreani, che accettano "la moneta pesante" ti da la percezione di quale livello di limitazione insista nella vita di un'intera nazione tranne per chi, per vicinanza al potere costituito, può avere molto più degli altri. In questo, l'autore, riesce egregiamente e non ti scolli più dal libro finché non finisce. Non ci sono uccisioni o situazioni cruente, ma ci sono molte verità e pochi giri di parole sullo stato in cui versava la Corea nel 2001. I disegni sono in bianco e nero, sono essenziali, diretti. Le tavole più grandi hanno raramente una descrizione ma ti lasciano subire il fascino dell'allestimento e lo sbigottimento verso invece la reale verità. Dopotutto, nonostante il potere costituito ci tenga a mostrare i colori, come simbolo emblematico di gioia, il colore si perde, nel mare di cemento che è destinato più alla rappresentanza che all'utilità ed emblematico di una facciata che potrebbe nascondere molto meno di quello che millanta. Dopo il 2001, sono seguiti alcuni documentari, che come per gli spostamenti di Delisle, risentono degli accordi e delle limitazioni imposte per la realizzazione dei filmati. 

"Scene dal confine", un fotogramma estrapolato dal documentario
"The propaganda game". E' qui che suona più falso.Questo è quello che
dovreste vedere al confine della zona demilitarizzata oltre la
quale c'è la Corea del Sud. Difficile crederlo.
Fonte: K-Magazines
Una lista abbastanza corposa della top dieci dei migliori documentari la troverete su Escapist (5) e di questi, "The Lovers and the Despot", lo troverete su Netflix dove è presente un documentario che nella lista non compare: "The propaganda game". E' un documentario controverso perché il permesso di filmare è stato ottenuto attraverso l'intercessione dell'unico straniero, di origine spagnola, che lavora per il dittatore coreano. L'accordo fa si che, come si dice all'inizio ci sono delle limitazioni nel filmare luoghi e persone e nelle interviste. Quindi in una serie di articoli, tra cui uno del Guardian (2) viene definito quasi vago e lascivo delle questioni più rilevanti e invece più esaustivo, per non dire assertivo, riguardo propaganda e dittatura. Eppure, "The propaganda game", un merito ce l'ha: se lo si guarda dopo aver letto il libro di Delisle saltano all'occhio un sacco di cose. La differenza fra guide inquadrate e convinte, che hanno una risposta per tutto e quelle meno esperte che gestiscono anche i più piccoli cambi di programma come una catastrofe nucleare. È evidente quel secondo di paura che hanno i coreani quando uno sconosciuto domanda anche una cosa banale, perché la risposta potrebbe costar loro la vita, lo spazio vuoto nelle inquadrature impreviste e quel senso di comparse messe apposta per riempire un luogo che anche Delisle ipotizza. Stessa cosa Avviene in "The big brother" (4) in cui si può vedere dal vivo il rituale imposto a chiunque in Corea, stranieri inclusi, di omaggiare le statue di Kim II-sung e del figlio di un mazzo di fiori, che si trova anche nel libro di "Pongyang". Infine c'è anche un libro, che ho letto lo scorso anno, e che mi chiedevo come raccontarvi di Codice Edizioni che si chiama "Come siamo diventati nordcoreani" di Krys Lee, di cui a questo punto vi parlerò prossimamente. Il libro in questione tratta solo marginalmente la questione politica coreana ed è più specifico riguardo la situazione dei fuggitivi che passano per il confine cinese, ma è sicuramente un libro da leggere.

Infine come già anticipato sulla pagina facebook di questo blog, che non sponsorizzo mai, se tutto ciò non vi ha convinto, andate a vedere l'anteprima digitale e non vorrete più smettere di leggerlo fino all'ultima pagina. Questa magia, il libro di Delisle, ce l'ha.

Buone letture,
Simona Scravaglieri 

Documentazione per approfondimenti:
(1)Dear Pyongyang (2005) Fandor
(2)The propaganda game (2015) wikipedia, Netflix, Guardian
(3)Intervista a Guy Delisle (Internazionale a Ferrara, 2017) Internazionale
(4)The big Brother (2015) Youtube
(5)La top 10 dei documentari Sulla Nord Corea Cinema Escapist 

Pyongyang
Guy Delisle
Rizzoli Lizard, ed. 2013
Traduzione a cura di Francesca Martucci
Collana "Varia"
Prezzo 16,00€

Fonte: LettureSconclusionate


venerdì 12 gennaio 2018

"Dimmi come va a finire", Valeria Luiselli - Quando la legge è troppo uguale per tutti...



Anche io vorrei sapere come va a finire, vorrei anche che avesse un finale bello questa serie di storie ma non sempre è possibile, anzi come diceva a dicembre a Roma la Luiselli, quasi mai si riesce a capire per tirare un sospiro di sollievo. Da un lato perché i protagonisti a cui vengono poste questa serie di domande scritte da adulti, in un linguaggio di adulti, per esigenze da adulti, vengono poste a ragazzini, che molto spesso non hanno nemmeno l’età del liceo. E invece, grazie ad una tranquilla ma ferrea serie di considerazioni o approfondimenti della scrittrice, a valle delle domande e delle risposte, non si può non empatizzare con gli intervistati, non in quanto ragazzini, ma esseri umani. Ed è anche disarmante il fatto che, pur vivendo in un mondo globalizzato in cui l’informazione è diffusa e a volte ci travolge, non siamo ancora oggi in grado di conoscere cosa succede poco al di fuori delle nostre frontiere ed è un fenomeno diffuso ovunque, anche in America. Il lavoro di oggi si inserisce in un vuoto nel dibattito sulla questione riguardante i flussi migratori; un vuoto che diventa un baratro se si guarda attraverso questo libro. Se ipoteticamente razionalizzassimo la questione potremmo dire che il libro di Valeria è "il tramite per alcune risposte che non vengono mai prese in considerazione": tra la necessità di migrare e come farlo (cause, tratte, “traghettatori”, traffici umani, tratte utilizzate per incrementare altri tipi di traffici) e l’accoglienza (riconoscimento di status, sistemazione, integrazione e creazione di opportunità) in mezzo manca una voce, quella del protagonista. Per quanto riguarda gli adulti, spesso non si risponde o si tende a rispondere quello che si pensa possa aiutarci, ma nel caso di un bambino la questione diventa diversa. La voce di un bambino che capisce a malapena le domande di un questionario, che ha una naturale predisposizione a fidarsi di chi gli sta di fronte in mancanza di altri segnali, che non ha filtri e che ha vissuto l’orrore da quando è nato, quindi non sa che la normalità è un’altra cosa e la difficoltà di dare una voce diventa una cosa decisamente più complessa.

Nel [Dal libro che sto leggendo] riguardante questo libro avevo una vena un po’ polemica dovuta al fatto che ero un po’ arrabbiata, non perché il libro dica cose astruse o non sia chiaro. Il libro è chiarissimo e arriva perfettamente sia il senso di impotenza di chi si trova a tradurre domande e risposte, non potendo intervenire in alcun modo né sul questionario e né sull’intervistato per aiutarlo a capire e a spiegarsi nel migliore dei modi. Arriva in maniera inequivocabile il messaggio che nessun questionario potrà rendere l’orrore che hanno visto e che non creare questionari per capire chi sono e da dove vengono, quindi una mancanza di dati, li rispedirebbe al mittente: se "la legge è uguale per tutti", e noi facciamo di questa frase la base fondante per la maggior parte delle democrazie, quello di cui ci racconta Valeria è l’altra faccia della medaglia che ospita quella frase. In questo caso la legge che è uguale per tutti diventa l'alibi per non esserlo quando si parla di un minore.
Seguendo sequenza originale del questionario, Valeria riesce a ricostruire quello che avviene prima che partano e parte di quello che avviene dopo il punto in cui si trova ad incontrare i ragazzi e a tradurre le loro risposte: è un punto chiave di questo gioco al massacro, ovvero quello che decide se riusciranno a rimanere oppure dovranno ricominciare daccapo.

E’ un libro magnifico, per quel che si può, perché in maniera sintetica, decisa e puntuale racchiude un mondo che altri scrittori non riuscirebbero a inquadrare in maniera così cristallina. La voce di Valeria è scorrevole e colloquiale e non si sofferma su inutili informazioni; si comporta come richiederebbe la regola della somministrazione del questionario: risposte chiare, semplici e coincise. Così, anche chi volesse approfondire maggiormente la questione delle migrazioni verso gli USA dal Sud e Centro-America, in un pomeriggio di lettura (sono circa 80 pagine!) ha il quadro della situazione attuale ben chiaro e può scegliere da dove partire ad approfondire. E’ una cosa in cui riescono in pochi, soprattutto se la questione riguarda anche te in prima persona.

Sin qui ho cercato di rimanere distaccata rispetto questo libro perché non è possibile non farsi coinvolgere dalla questione quando si svolge, in altri termini spero, a nemmeno 6 km da casa, come nel mio caso. In questo spazio non ho riportato tutte le letture che riguardano le questioni migratorie, ma solo una parte e c’è una serie di motivi tra cui il fatto che io non mi capacito di certe atrocità di cui ho letto e che spesso tutta l’architettura del dibattito culturale e politico è ostativo a quella amata e odiata parola “integrazione”, non sempre volutamente, e genera incomprensioni e azioni ulteriormente atroci dai due lati della barricata, ovvero fra chi scappa e chi si sente invaso. Il principio di fondo è che io concordo e sottoscriverei gran parte di questo lavoro, perché anche io sono cresciuta nella convinzione che se ti si porge una mano in richiesta d’aiuto è automatico che si tenda una mano in aiuto. Perché una mano è e rimane una mano di qualsiasi colore abbia la pelle e di qualsiasi grandezza sia. 

Il problema è che sembra sempre che sia difficile mettersi nei panni degli altri. Se accogli sei uno bravo, se trovano subito una casa e un lavoro sai gestire le emergenze per i migranti, ma se non sai comunicare con chi è del luogo e che si ritrova il suo mondo stravolto sei un incosciente o un incapace. In questo processo si inseriscono gli interessi politici di far risultare o no il "problema migratorio" come tale oppure no, dei media che campano sempre più sullo scoop che sul vero lavoro di informazione o sulla colpevolizzazione del pensiero divergente di alcuni che vorrebbero affrontare la questione da punti di vista diversi da quelli accettati come "giusti di default", c’è tutto un sistema di traffici distorti e corrotti che nascono sulla gestione delle prigioni, delle case di accoglienza e, infine ma non meno importante, la gestione della ricostruzione dell’identità di chi ti si presenta davanti senza un documento e che ti dice che scappa da un qualsiasi punto del globo magari usufruendo di posti che, invece, chi realmente ha bisogno non avrà mai. E se tutto questo non bastasse da entrambi i lati della barricata si innalzano i muri del dubbio e della paura e nasce il razzismo, dei vecchietti visti da Valeria o delle risposte che si danno a qualcuno che si riconosce avere un potere a cui si fornisce quello che si pensa che lui voglia sentirsi dire, solo perché pensiamo non capirebbe.

Poi, e questo è uno dei punti con cui non concordo totalmente con Valeria, si ricorre ai giovani per riportare l’ago della bilancia a “Ti chiedo aiuto porgendoti la mano, tendi la tua per aiutarmi”. Il concetto espresso dalla Luiselli si poggia su questioni politiche di una nazione che ha capo un presidente che ha fatto di un muro il suo cavallo di battaglia, ma ridotto ai minimi termini, sfrondato dal fatto che lei abbia insegnato in un college e che per questo sia trovata a coinvolgere giovani ragazzi sulla questione che si svolge poco lontano da casa loro, è un po’ come dire “per gli adulti il tutto è perduto, rivolgiamoci ai giovani!”. Ecco, se non cambia qualcosa di cui sopra alcuna azione di un gruppo di giovani potrà portare la luce in questo mondo oscuro e oscurato giornalmente. Il mondo non lo cambiano i giovani da soli, il mondo lo cambiano le persone di qualsiasi età siano. Il mondo cambia quando tutti hanno chiaro che cosa sta succedendo e non vengono messi da parte, perché non capirebbero. È questa la sua conclusione di donna che è emigrata in un paese che non accetta totalmente, vuoi per la politica o per la vita personale. Eppure Valeria non sa che spesso, chi la guarda da fuori ha la stessa sua impressione.

E’ invece necessario instaurare un metodo nuovo di comunicazione che non si rivolga solo al mondo ospitante ma che coinvolga anche chi arriva. Questo perché, seppur spaventati e costretti ad andare lontano da casa propria, il principio dell’accoglienza, da entrambi i lati, deve basarsi sulla "comprensione" non sulla “tolleranza”. Tollerare significa mettersi su piani diversi rimanendo nella convinzione di rimanere nel giusto. Comprendere significa parlarsi e individuare quei soggetti o quei punti di debolezza dove la malavita trova terreno fertile per insinuarsi e lucrare creando l’idea diffusa, grazie anche a certi articoli, che la migrazione sia solo un alibi. E se questo esercizio di comprensione non è fatto da chi accoglie ma anche da chi arriva, non c'è un giovane e nemmeno un adulto che potrà invertire la situazione attuale.

È per questo che il libro di Valeria mi è tanto piaciuto, perché è chiaro, semplice. È sempre per questo che io posso dire di condividere la visione della Luiselli anche se sono su un fronte contrapposto al suo. Entrambe abbiamo un medesimo obiettivo e visione di quello che dovrebbe essere, quello che ci divide sono metodi e mezzi. Condividiamo lo stesso orrore per quello che questi bambini sono costretti a passare per arrivare in un posto che, loro non sanno, potrà dar loro una vita diversa e migliore; condividiamo la necessità di mettere a fattore comune queste esperienze perché è il primo e unico passo per costruire una comprensione del fenomeno e la sensazione di assurda antitesi della frase “la legge è uguale per tutti” per la quale questa uguaglianza è il fattore, al tempo stesso, giusto ma anche ingiusto a seconda dell’essere umano che deve essere giudicato.

Scrivere questa recensione mi è costato molto in termini personali perché buona parte delle mie considerazioni, non sembra ma qui sono state sintetizzate al massimo, potrebbero essere malamente interpretate di questo periodo, ma oramai siete abituati al fatto che, appellandomi al mio essere "blogger" e non un giornalista o un critico, una parte di me c’è in ogni recensione. Mi piacerebbe che questo libello, che peraltro ha anche un ottimo prezzo per un enorme cumulo di riflessioni che si porterà dietro, fosse nelle case e sotto gli occhi di molti, che fosse oggetto di discussione perché forse solo così potremmo evolvere in una società migliore.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Dimmi come va a finire
Un libro in quaranta domande
Valeria Luiselli
La Nuova Frontiera, 2017
Traduzione a cura di Monica Pareschi
Collana "Liberamente"
Prezzo 13,00€



Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 20 dicembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Dimmi come va a finire. Un libro in quaranta domande

Fonte: LettureSconclusionate

Dall'aria insolitamente tranquilla e innocente, il libro di oggi, nonostante sia leggerissimo fisicamente, parla di un tema pesante. Quando si parla di messicani il pensiero va subito all'America che Trump ha prospettato agli americani con alti muri di confine, tra quello che lui pensa sia la civiltà e gli altri. Alt! In questo libro non si parla di politica, o meglio, si tange la politica ma non ne è lo scopo principale. E' un libro costruito veramente, come dice il sottotitolo, "in quaranta domande" e sono quelle del questionario che viene proposto ai bambini che scappano dal sud e centro America, attraversando il Messico per consegnarsi ai poliziotti Americani appena passata la frontiera.

Non ci sono i numeri di quelli che partono per confrontarli con quelli che arrivano, ma un dato certo c'è: è meglio rischiare la vita e affrontare questo viaggio per loro che rimanere dove sono, anche se, per la tratta che devono percorrere e per l'età, potrebbero non arrivare mai a destinazione. Il compito di Valeria è quello di tradurre le domande ai bimbi e ragazzi e trascrivere, anche qui traducendole, le loro risposte sperando che, quello che dicono, possa serve a fargli ottenere al più presto la status di rifugiato o qualsiasi altro pezzo di carta che permetta loro di rimanere in America. Per contro a questa situazione c'è un mondo, che non è diverso dal nostro in questo, che non sempre capisce quello che comporta lasciare il proprio paese per scappare.

C'è un sottile difetto in libri come questo e che qui hanno trovato sempre spazio perché trattano di temi che non bisognerebbe ignorare. Questo perché nonostante io sia fermamente convinta che il flusso migratorio dalle parti più disagiate del mondo sia e debba essere facilitato per permettere a tutti di avere l'opportunità di vita dignitosa, dall'altro vivo in una città come Roma e vedo e mi rendo conto che la mancanza di politiche di integrazione rendono impossibile l'accettazione degli uni con gli altri. in questo fallisce sia chi accoglie e sia chi scappa e solo una volta, in un caso specifico, ho letto qualcosa che parlasse di questo disagio. E' un disagio che non giustifica nessuna delle due parti e che spesso viene aggirato con il rivolgersi ai giovani e ancor più spesso viene preso ostaggio da politiche estremiste, snaturato nel suo reale e genuino sconcerto per trasformarlo in messaggi razziali. Io credo che ancora oggi, dopo secoli di flussi migratori, nessuno sia pronto a capire e gestire con coscienza i flussi migratori, e tanto meno a farne parte... ma di questo parleremo in recensione. E' un discorso complesso e questa rubrica ha uno spazio troppo piccolo per occuparlo.

E' un bel libro, nonostante questo mio pensiero discordante, perché la Luiselli è quella voce che si potrebbe assimilare  a quelle delle donne scelte per raccontare il mondo dei desaparesidos. E' quella voce calda e sicura che piano piano ti accompagna nella casa degli orrori non perché ti voglia spaventare ma solo per farti sapere. Sono pochissime le scrittrici che lo sappiano fare e Valeria è una di loro.

Buone letture e buone feste,
Simona Scravaglieri

I
frontiera

“Per quale motivo sei venuto negli Stati Uniti?”. È questa la prima domanda del questionario d’ingresso per i minori non accompagnati che entrano nel paese. Il questionario è utilizzato dal Tribunale Federale dell’Immigrazione di NewYork, dove ho cominciato a lavorare come interprete volontaria nel 2015. Il mio compito in tribunale è semplice: faccio i colloqui con i minori, seguendo le domande del formulario, e poi traduco le loro storie dallo spagnolo in inglese. 
In realtà, di semplice non c’è proprio niente. Sento le parole, formulate dalle loro bocche, inanellarsi in narrazioni complesse. I ragazzi le pronunciano in tono esitante, talvolta diffidente, sempre impaurito. Io devo trasformarle in parole scritte, frasi succinte e termini aridi. Le storie sono sempre pasticciate, balbettate, invariabilmente frammentate oltre ogni possibilità riparatoria di un ordine narrativo. Il problema, quando si prova a raccontarle, è che non hanno principio, né centro, né fine.
Quando il colloquio preliminare con  il minore è finito, incontro gli avvocati per consegnare e spiegare quello che ho trascritto e le mie eventuali osservazioni. Dopo di che gli avvocati analizzano le risposte, cercando di individuare gli elementi utili a costruire una difesa sostenibile che ne impedisca l’espulsione, e la “potenziale dispensa” che il bambino o la bambina sono in grado di ottenere. Il passo successivo è trovare un difensore. Una volta che un avvocato ha accettato l’incarico, comincia la vera battaglia giudiziaria. Se vince, il bambino otterrà qualche forma di sospensione del provvedimento. Se perde, un giudice emetterà un ordine di espulsione. Guardo i nostri figli addormentati sul sedile posteriore della macchina mentre attraversiamo il George Washington Bridge, il ponte che ci porterà in New Jersey. Di tanto in tanto dal mio posto accanto al guidatore mi giro e osservo il mio figliastro di dieci anni, che è venuto a trovarci dal Messico, e mia figlia, che di anni ne ha cinque. Al volante, mio marito è concentrato sulla strada davanti a sé.
È l’estate del 2014. Siamo in attesa che ci venga concessa o negata la Green Card e, nel frattempo, decidiamo di fare un viaggio tutti insieme. Partendo da Harlem, New York, raggiungeremo una città nella Cochise County, in Arizona, vicino al confine col Messico.
Secondo il gergo leggermente offensivo della legge sull’immigrazione degli Stati Uniti, da tre anni circa, cioè da quando siamo arrivati a New York, siamo dei “nonresident aliens”. È questo il termine usato per descrivere chiunque venga da paesi diversi dagli Stati Uniti – “alieno” – che sia residente o meno. A quanto ne so, ci sono i “nonresident aliens”, i “resident aliens”, e persino i “removable aliens”, ossia stranieri che possono essere “rimossi”. Noi aspiravamo a diventare “resident aliens”, pur sapendo cosa significava fare domanda per una Green Card: gli avvocati, le spese, gli innumerevoli esami medici e vaccinazioni, i mesi di incertezza prolungata, i passi abbastanza umilianti da fare nel frattempo, come dover aspettare un documento di “libertà sulla parola anticipata” per poter lasciare il paese e rientrare, sempre sulla parola, come un delinquente, oltre al divieto legale di andare all’estero prima di aver ottenuto la libertà sulla parola anticipata, pena la perdita dello status di immigrato. A dispetto di tutto questo, avevamo deciso di andare avanti.
Quando finalmente inviammo le richieste, poche settimane prima di partire per il nostro viaggio “on the road”, cominciammo a sentirci a disagio, in qualche modo fuori posto, un po’ sul chi vive, come se aver infilato quella busta nella cassetta azzurra della posta all’angolo della nostra via avesse cambiato qualcosa dentro di noi. Con una certa leggerezza, scherzavamo sulle possibili definizioni della nostra nuova condizione di migranti, attualmente provvisoria. Eravamo “alieni provvisori”, o “scrittori in cerca di status”, o “scrittori alieni” o magari “messicani provvisori”? Forse, dentro di noi, ci stavamo semplicemente ponendo, credo per la prima volta, la stessa domanda che adesso faccio ai ragazzi all’inizio di ogni questionario d’ingresso: “Per quale motivo sei venuto negli Stati Uniti?”.

Questo pezzo è tratto da:

Dimmi come va a finire
Un libro in quaranta domande
Valeria Luiselli 
La nuova Frontiera, Ed. 2017
Traduzione a cura di Monica Pareschi
Collana "liberamente"
Prezzo 13,00€
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