mercoledì 15 febbraio 2012

[Dal libro che sto leggendo] Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del '500

Immagine presa da qui


Non ho scelto questo libro per mio gusto personale, probabilmente se mi fosse capitato sotto mano lo averi comprato ugualmente perché attirata dal titolo molto particolare, ma la lettura è legata ad un esame universitario che sto preparando. Ma la sorpresa più grande di questo lavoro è stato trovare temi che tutt'ora sono molto discussi anche nella nostra epoca dove nonostante l'alfabetizzazione delle masse, la recezione della "cultura questa sconosciuta" è volutamente relegata a "hobby da topi di biblioteca". Menocchio il protagonista di questo libro è un mugnaio e che nell'epoca più oscura del periodo che esce dall'era medievale, affacciandosi a quella moderna, ha la possibilità di imparare a leggere e a scrivere. E non si limita a questo, cerca di elaborare quel che legge per poter dar voce alle sue convinzioni e frustrazioni. Potremmo affermare che Menocchio attraverso i libri e la lettura cerca di dar voce al suo io e come afferma alla fine di questo pezzo Ginzburg ha la necessità di confrontarsi con chi detiene la cultura. Menocchio morirà per questa sua ansia di espressione e di confronto e sopratutto per averla voluta condividere con chi non ha parole... ma questo ce lo diremo nella recensione. Per ora, buone letture, 
Simona


Nei discorsi del Menocchio vediamo dunque affiorare, come una crepa del terreno, uno strato culturale profondo, talmente inconsueto a risultare quasi incomprensibile. In questo caso, a differenza di quelli esaminati finora, non si tratta di una reazione filtrata da una pagina scritta, ma di un residuo irriducibile di cultura orale. Perché questa cultura diversa potesse venire alla luce c'erano volute la Riforma e la diffusione della stampa. Grazie alla prima, un semplice mugnaio aveva potuto pensare di prendere la parola e dire le proprie opinioni sulla Chiesa e sul mondo. Grazie alla seconda, aveva avuto delle parole a disposizione per esprimere l'oscura, inarticolata visione del mondo che gli gorgogliava dentro. Nelle frasi o nei brandelli di frasi strappate ai libri egli trovò gli strumenti per formulare e difendere le proprie idee per anni, prima con i compaesani, poi contro i giudici armati di dottrina e di potere.
In questo modo aveva vissuto in prima persona il salto storico di portata incalcolabile che separa il linguaggio gesticolato, mugugnato, gridato della cultura orale da quello , privo d'intonazioni e cristallizzato sulla pagina, della cultura scritta. L'uno è quasi un prolungamento corporeo, l'altro è "cosa mentale". La vittoria della cultura scritta sulla cultura orale è stata anzitutto una vittoria dell'astrazione sull'empirismo. Nella possibilità di emanciparsi dalle situazioni particolari è la radice  del nesso che ha sempre inestricabilmente legato la scrittura e potere. Casi come quelli dell'Egitto e della Cina, dove caste rispettivamente sacerdotali e burocratiche monopolizzano per millenni la scrittura geroglifica e ideografica, parlano chiaro. L'invenzione dell'alfabeto, che una quindicina di secoli prima di Cristo spezzò per la prima volta questo monopolio, non bastò a mettere la parola scritta alla portata di tutti. Solo la stampa rese questa possibilità più concreta.
Menocchio era orgogliosamente consapevole della originalità delle sue idee: per questo desiderava esporle alle più alte autorità religiose e secolari. Nello stesso tempo, però, sentiva il bisogno di impadronirsi della cultura dei suoi avversari. Capiva che la scrittura, e la capacità di impadronirsi e di trasmettere la cultura scritta, sono fonti di potere.  Non si limitò quindi a denunciare un  "tradimento de' poveri" nell'uso della lingua burocratica ( e sacerdotale) come il latino. L'orizzonte della sua polemica era più ampio. "Che credi tu, l'inquisitori non vogliono che sappiamo quello che sanno loro" esclamò molti anni dopo i fatti che stiamo raccontando, rivolto a un compaesano, Daniel Jacomel. Tra "noi" e "loro" la contrapposizione era netta. "Loro" erano i "superiori", i potenti - non solo quelli situati al vertice della gerarchia ecclesiastica. "Noi", i contadini. Quasi certamente Daniel era analfabeta (allorché riferì, nel corso del secondo processo, le parole del Menocchio, non firmò la deposizione). Menocchio, invece, sapeva leggere e scrivere: ma non per questo pensava che la lunga lotta che aveva intrapreso contro l'autorità riguardasse lui solo. Il desiderio di "cercar le cose alte", che aveva ambiguamente sconfessato dodici anni prima dinanzi all'inquisitore a Portogruaro, continuava ad apparirgli non solo legittimo, ma potenzialmente alla portata di tutti. Illegittima, anzi assurda doveva sembrargli invece la pretesa dei chierici di mantenere il monopolio di una conoscenza che si poteva comprare per "doi soldi" sulle bancarelle dei librai di Venezia. L'idea della cultura come privilegio era stata ferita ben gravemente (certo non uccisa) dall'invenzione della stampa. 


Il libro da cui è tratto:
Il formaggio e i vermi
Il cosmo di un mugnaio del '500
Carlo Ginzburg
Editore Einaudi, ed 2009
Collana "Piccola Biblioteca Einaudi"
Prezzo 21,00€

4 commenti:

  1. lo voglio leggere da tanto...

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  2. [Modalità Otelma ON] Faremo in modo di fartelo leggere! [Modalità Otelma OFF] :))
    Lasciando da parte le personalità multiple, questo libro è un'arma a doppio taglio perché non è totalmente riuscito a mio avviso nel senso che, secondo la corrente di pensiero che asserve ne segue i dettami ma dimostra altrsì che tali posizioni non siano completamente percorribili.

    So che sembra strano leggendo questo pezzo, che ho scelto perchè spettacolare e attinente ad una delle letture concatenate che seguo sul valore del linguaggio (e che devo da quel dì aggiungere nell'apposita sezione), ma quel che viene fuori qui, non è in discussione nel libro.

    Poi prometto che ne scriverò in maniera dettagliata...Il formaggio e i vermi...stanno cagliando nella mia mente in attesa di prendere una forma ben definita in una recensione prossimamente...cià tesò e buone letture!Simona

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  3. Libro di cui anche a me a lezione hanno parlato tantissimo, non l'ho mai letto ma l'ho apprezzato anch'io :)

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  4. Va comunque letto per apprezzare l'impegno di questo mugnaio nel farsi un'idea tutta sua. Il problema è che nel libro i fatti storici sommergono lo storico stesso, che li deve mettere in ordine, facendogli perdere il filo del suo ragionamento... e alla fine rimane incompiuta la ricerca.
    Buona serata e buone letture,
    Simona:)

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