venerdì 12 agosto 2016

"C'era una volta la DDR", Anna Funder - Libertà e informazione...

Agosto 1961, la posa dei blocchi del muro di Berlino
Fonte: Wikipedia

Quello di oggi è il libro che ho letto lo scorso fine settimana e, nonostante avessi ben presente perché questo libro si sia aggiunto ai miei To-be-Read da un paio di anni, pensavo fosse più semplice affrontare il tema trattato. Invece mi sono trovata di fronte ad un libro per il quale mi sono serviti due giorni di lettura. Iniziamo con il dire che non c'è alcun problema di traduzione; il libro si legge lentamente perché i temi trattati sono sicuramente di grande impatto emotivo anche perché, nonostante si tratti di un reportage che racconta la vita vissuta dai tedeschi dell'est fino al 1989, non si può non entrare in empatia con le vite che vengono raccontate. E' un bel libro di cui non avevo mai sentito parlare finché in un saggio, che trattava della nascita delle ideologie e dei metodi di coercizione che modificano la vita e il linguaggio corrente, l'ho trovato citato nella bibliografia così, quando l'ho trovato l'ho preso e messo da parte per il momento giusto e devo ammettere che è valso non solo la spesa ma anche la lettura. 

Come detto si tratta di un reportage. Anna, dice anche la sua biografia, è australiana di nascita ma ha anche studiato a Berlino. Si parte subito con un viaggio che la giornalista fa per andare a trovare, fuori Berlino, Miryam, donna minuta, forte e anche molto sola: a tenerla in vita, dopo una vita di grande dolore, è il desiderio di sapere che cosa è successo a suo marito Charlie, arrestato e incarcerato, senza accuse certe, dalla Stasi e misteriosamente morto in carcere. Miryam sa che, probabilmente, nella bara che le hanno permesso di seppellire, non ci sono i resti mortali di suo marito, ma vuole veramente dimostrare l'inutilità e la mancanza di giustificazioni per accusare, torturare e uccidere il marito. Dopo questo viaggio Anna ci spiega che, quando è tornata a Berlino - dopo il periodo passato lì per studiare all'università -, ha lavorato per un'emittente televisiva che trasmette solo all'estero e nello specifico si occupava della posta dei telespettatori. Questo reportage nasce da una lettera pervenuta in redazione in cui un telespettatore lamentava che le trasmissioni si occupassero di futilità e non di verità, tipo quella sulla reale vita ai tempi della Stasi.

In effetti, leggendolo, mi è venuto poco in mente riguardo la modifica del linguaggio comune perché il libro non scende così tanto nel dettaglio, ma l'impatto di questa ideologia invece è fin troppo evidente: media, delazione, spionaggio e potere dell'informazione sono uguali per tutti i regimi che si rispettino e anche qui non ci sono eccezioni. Nella Germania dell'Est c'erano due poteri, uno di facciata, ovvero quello del presidente Erich Honecker, e quello reale e dittatoriale della STASI ovvero quello che doveva essere il "Ministero della Sicurezza di Stato". 
Ecco questo libro mi ha fatto venire in mente il viaggio fisico e successivamente interiore fatto da Christa Wolf, prima di morire, quando ha scritto "La città degli angeli"; il quel libro si percepisce tutto il "percorso di dolore" che porta alla scoperta di chi ti ha denunciato e quello che porta al perdono che viene dato quando si capisce che la delazione non è una denuncia di un altro quanto una protezione per se stessi. La Wolf, per gradi, riesce spiegare a se stessa e ai lettori la natura della "delazione" nella Germania dell'Est, ma nel libro della Funder diventa ancora più evidente il meccanismo. Nella macchina infernale della Stasi nessuno sa come finisce quando ti arriva una cartolina che chiede di presentarsi in un certo ufficio ad una certa ora. Pochi sanno che se non ci andavi non ti venivano a prendere a casa altrettanto pochi sapevano che se ti rifiutavi di collaborare non sempre potevano "farti sparire". Il meccanismo infernale di cui la stasi si nutre è il non detto accoppiato con la strategia dell'intimidazione per sentito dire o nel far sparire qualcuno, perché si dica in giro che puoi anche non far ritorno da un colloquio.

Altrettanto evidente che, per preservare il proprio potere, il ministero utilizzava qualsiasi informazione di cui avesse l'opportunità e si andava da quello che mangiavi alla mattina, finanche all'odore del tuo corpo - rubando gli indumenti - e che in queste classificazioni all'apparenza non c'era nulla di rilevante ai fini di un arresto, ma si faceva perché per la Stasi tutto poteva sempre servire. Storie di ingiustizie inaudite, come i genitori che per anni, non volendo denunciare chi aiutava a scappare i tedeschi dell'Est, non hanno potuto vedere il loro figlio, malato e ricoverato di urgenza all'ospedale di Berlino Ovest o anche quello della ragazza che venne messa al bando dal mondo del lavoro e dello studio per la sua amicizia amorosa con un imprenditore italiano. Storie di ordinaria follia che sembrano lontane nel tempo ma non hanno nemmeno 40 anni. A far da contraltare a questo, le storie e le convinzioni degli ex militanti della stasi, si va da quello che ne voleva uscire e non ci è riuscito fino al portavoce del potere in tv, il cui programma era una vera tortura per i tedeschi che, invece, è ancora convinto che il capitalismo è il male puro.

Da questa contrapposizione di storie, dei due fronti, nasce comunque una considerazione insolita, ovvero che, sebbene  il periodo della divisione di Berlino fu un periodo altrettanto buio come il nazismo, non tu i tedeschi sono riusciti completamente ad accettare la nuova vita, non tanto per questioni di ideologia, ma per la mancanza di valori che la libertà perde. In un  regime repressivo, dove tutto si fa in nome dell'ideologia, il valore è alto perchè l'obiettivo di contrasto del controllo è evidente e chiaro. L'uomo conosce i limiti, sa quelli che sono valicabili e impara quelli che sono invalicabili, sa che cosa non deve dire o non deve far pensare che sia il suo ragionamento e l'unità familiare è quella cerchia in cui, in parte poter essere libero. Di contro, la repressione è a tutti livelli, quindi anche la criminalità viene annientata, il vero criminale può essere chiunque, ma chi si macchia dei crimini non politici è facile da punire velocemente perchè è l'unico caso in cui basta la seppur minima prova per finire in carcere. Nel mondo libero, la libertà è gestita e recepita in un senso estremamente ampio e l'effettiva regolamentazione civile, per non invadere la sfera della libertà stessa, e per dare ampio margine agli "arraffoni", è decisamente interpretabile. Ne viene fuori che, se sei libero di scegliere fra mille milioni di marche di birra che ti sembrano tutte uguali, sei meno libero, perchè la criminalità per essere puniti ha bisogno di prove incontrovertibili e di processi, non sempre c'è tutela e assistenza, la vita diventa una lotta per la realizzazione individuale e per la carriera e la famiglia diventa un luogo dove tornare stanchi e arrabbiati.

La differenza si può semplicemente intuire da quello che viene fuori dai discorsi fatti in questo libro:
Germania dell'Est -> nemico: Stasi
Germania odierna -> nemico: Capitalismo
Se uno le mettesse sulla bilancia il confronto è praticamente impossibile. Però questo è quello che i tedeschi percepiscono dopo qualche anno di libertà. Non vale per tutti, tutti comunque non tornerebbero mai indietro, ma il pensiero ogni tanto affiora complice il cambio radicale di vita che hanno dovuto fare da un giorno all'altro.
Il tutto è narrato in maniera scorrevole e puntuale e grazie a questo è stato veramente facile e interessante leggerlo, nonostante io non sia ferratissima sulla storia della Germania dell'est. 
queste sono solo una parte delle riflessioni a cui ti porta questa raccolta di esperienze e io, sinceramente, vi consiglio di darci uno sguardo, il libro è da un po' nei reimanders e quindi potreste accaparrarvelo con poco, ma il suo valore è decisamente inestimabile per chi ha voglia di leggere qualcosa che lo porti in un mondo di cui, dopo la caduta del muro, oggi si parla veramente poco.
Buone letture e buon ferragosto,
Simona Scravaglieri


C'era una volta la DDR
Anna Funder
Feltrinelli Editore, Ed. 2005
Traduzione di Bruno Amato
Collana "Serie bianca Feltrinelli"
Prezzo 15,00€


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mercoledì 10 agosto 2016

"Intrigo scolastico", Tom Perrotta - Istruzioni per l'uso, maneggiare con cautela...



Fonte: Santabanta



Ho questo libro dalla fine del 2011 e stava lì, non avevo il coraggio di aprirlo, perché questo è l'ultimo libro che mi mancava di leggere fra quelli tradotti in italiano. Questo è uno della triade che ha reso famoso al mondo questo autore agli inizi del 2000, insieme a L'insegnante di astinenza sessuale (E/O) e Bravi bambini (BUR), e che riguarda un ventaglio di "studi di comportamenti" che si è ampliato con l'ultimo lavoro uscito nel 2011, The Leftovers, e diventato anche una fortunata serie Tv della HBO. Perrotta è molto conosciuto e apprezzato per il suo lavoro di sceneggiatore ma rimane oscuro per la maggior parte dei lettori a causa della poca critica in merito che, invece, aiuterebbe il lettore ad inquadrare il "punto fermo" della sua ricerca. Insomma Tom è un autore da maneggiare con cautela perché i due lavori, quello di sceneggiatore e di scrittore, si fondono spesso insieme e nelle sue storie, per capire cosa succede e perché, bisogna guardare dall'altro e inquadrare tutti i luoghi in cui si svolgono i fatti, guardando alle pedine che si muovono nello spazio e alle scelte che fanno più che alla storia vissuta seguendo i protagonisti. E' un punto di vista decisamente anomalo che punta l'attenzione sul gioco totale e non sul singolo giocatore. E questo libro non fa eccezione, anzi, forse ne è il migliore esempio.

Siamo in un liceo ad inizio anno dove si devono tenere le elezioni scolastiche per il rappresentante degli studenti. Perrotta ripete ben due volte che, la figura in sé, non è altro per un ruolo di forma ma le scuole ci tengono in particolar modo perchè è un esercizio di democrazia e un modo per sviluppare il senso di responsabilità e quello civico degli studenti. Insomma, nella cauta e attenta America, anche questa è un'opportunità di apprendere l'esercizio della libertà. Libertà che, come ci aveva già fatto vedere ne "L'insegnate di astinenza sessuale" e in "Bravi bambini" non è così "libera" come si potrebbe pensare. Come avviene nelle elezioni normali i coinvolti in questa "campagna" hanno dietro una storie di segreti, rivalità, chiacchiere - vere o false non importa -. Questo romanzo segue il periodo pre-elettorale e la votazione seguendo gli sviluppi che porta nel piccolo che, ridimensionati, valgono anche per le elezioni normali cui assistiamo regolarmente: dal significato che bisogna dare alla campagna alla vera e propria campagna, dall'abbrutimento del candidato che, partito con buone intenzioni, alla folla inneggiante a quello che dice ciò che tutti pensano ma non sanno o non vogliono dire e in ultimo, ma non meno importante, l'impatto del passato nascosto agli occhi dei più o la chiacchiera che modifica la percezione che il mondo ha di noi, e che soprattutto modifica in prima persona noi.

Questo è forse il migliore libro sul quale imparare a orientarsi nel mondo perrottiamo perché il campo fisico sul quale si muovono i personaggi è piccolo e, in più, la situazione che viene posta al lettore è semplificata: una cittadina con un liceo, gli studenti, un insegnante e un preside, due mogli. Non c'è altro, anzi c'è, un ex professore che serve solo come strumento per dare il via al contesto iniziale, ma rimane solo come presenza defilata nella restante parte della storia. Quindi, guardando la storia dall'alto, avremo l'opportunità di vedere non solo gli spostamenti dei personaggi ma anche le modifiche della traiettoria a seguito degli eventi che man mano si susseguono ed è questo il reale interesse che spinge Perrotta a scrivere storie del tutto normali, che a volte sembrano iniziare in un punto casuale e finire in un altro altrettanto casuale; stavolta è più semplice seguire le scelte di ogni personaggio perché la storia è costruita a blocchi: il professore, la candidata, il candidato, la ragazzina. Sono tutti ben separati non solo dal dal blocco indicato dall'autore ma anche da caratteristiche personali che li identificano senza lasciare dubbi: colei che scopre la sessualità, l'invidia, la simpatia e l'ingenuità, l'incomprensione, la vendetta. Ogni personaggio possiede tutte queste caratteristiche ma solo una è quella principale ed evidente.

La trama quindi si costruisce su queste caratteristiche intrecciando le storie personali che concorrono a costruire una trama unica e articolata. Se pensiamo ad una storia semplice questa si costruisce su uno personaggio principale e una serie di vicende che vedono l'interazione del protagonista con altri personaggi secondari. Quella di oggi è una costruzione di livello articolato superiore:  la storia principale si costruisce su una serie di storie secondarie, e non vicende, le cui interazioni hanno come personaggi secondari i protagonisti delle altre. Teoricamente questa scelta appartiene a tantissimi romanzi che la storia della letteratura ci propone ma, con Perrotta, diventa particolarmente affascinante perché a questo punto interviene il suo lato di sceneggiatore che deve individuare le "scene madre" e il ventaglio di scelte che queste possono proporre al singolo personaggio. Il difficile è rimanere fuori dalla scelta individuale del personaggio e puntare invece l'attenzione su quali conseguenze la scelta comporti. In "The Leftovers" la scelta può essere quella di non affrontare una scomparsa oppure di chiudersi al mondo coltivando il proprio dolore. In "Intrigo scolastico" la scelta della candidata chiacchierata è vincolata dai limiti della scena in cui si svolge l'azione: lei è chiacchierata per. "si dice", aver avuto una storia con un professore, amato dagli studenti, che è stato licenziato in tronco. I vincoli saranno che è sola, è odiata, e la sua scelta è puntare a costruirsi una serie di solide basi per poterle poi sfruttare al college, magari lì avrà più fortuna, quindi la candidatura significa avere crediti e quindi la vittoria è strumentale al raggiungimento dell'obiettivo futuro. Tutte le scelte che questo personaggio farà saranno in quella direzione, tutte le conseguenze che porteranno le varie vicende andranno ad influire sugli altri personaggi e sulle altre storie.

In questo circolo vizioso dove "scelta-> conseguenza" sviluppano una catena senza soluzione di continuità che si spande su tutte le vite dei protagonisti, la storia sembra venire fuori da sola e diventa una "conseguenza", delle sue sottoparti, essa stessa. Dall'altro lato, guardando alla trama nella sua totalità, è possibile vedere il trasbordo dell'impatto delle elezioni sulla società americana, in un ambito decisamente ridotto ma che riporta un'ampia gamma di evenienze che si verificano nelle lotte serrate fra candidati. 
L'America, il luogo dove la libertà di espressione e di realizzazione personale sono vessilli di una nazione che, almeno sulla carta, guarda lontano, si ritrova, in periodo di elezioni, ad essere l'opposto di quello che mira a dimostrare. Questo perché la realizzazione dell'individuo non può prescindere da un altro valore fondamentale ed ereditato dalla vecchia Europa che è: la famiglia. Attenzione "la famiglia americana" non è quella italiana: è una famiglia che non sempre è tradizionale del tipo due genitori e i figli. Può esserci un solo genitore o può essere una famiglia allargata o i componenti possono far parte di uno stesso gruppo o un club o anche società. La dinamica che si crea è comunque quello che loro identificano come "famiglia". Quindi un individuo può avere una sua famiglia di origine e al contempo appartenere ad una famiglia sociale diversa che può essere, ad esempio, quella di un club; nella dinamica che ci appartiene le due cose rimarrebbero distinte o la seconda sarebbe subordinata alla prima, quella di sangue. Nella dinamica americana questo non avviene è la secondaria, quella esterna o cui si mira ad appartenere, quella che ingloba quella "originale" andando a costituire una mini società in scala con caratteristiche del tutto simili a quelle che si vive fuori ma con dimensione ridotta.

Quindi il contesto familiare è uno di "n" contesti simili cui l'individuo appartiene, e quando un singolo si propone di guidare tutti i gruppi che l'insieme contiene è al contempo vento di cambiamento e possibile pericolo. Nel caso specifico non lo è solo per mero opportunismo ma anche per tutto quell'insieme di gruppi che rappresenta e per gli interessi che dice di voler raggiungere. Ironicamente Perrotta mette in evidenza questo contesto e l'intelaiatura di relazioni e di storie del singolo che rimangono sopite finché, lo stesso individuo, non si propone come leader. Non importa che tu sia in grado di fare una cosa, il giudizio che verrà dato sarà espresso su valori differenti che sono relativi ai ritorni dei contesti di cui fai parte e che ti individuano, all'occhio dell'elettore, come una persona autorevole o no. Sono l'insieme dei codici che parlano per te e non le tue competenze. 

A questo si aggiungono i complicati rapporti fra persone, la morale americana sempre tendente all'amoralità ma che tiene particolarmente alla facciata di rettitudine a tutti i costi. La scoperta e il rifiuto della sessualità, la lealtà e l'imbroglio, l'amore o la convenienza e via dicendo. Tutti "di cui" della situazione principale che genera fra candidati ed elettori scelte in base a giudizi che si basano, come detto, su codifiche non scientifiche e nemmeno qualitativamente valide - se vado a letto con un uomo o una donna, cosa può darmi di più sulla resa del mio lavoro? - ma che ci fanno sentire tutti meglio. In fondo, a quanto pare anche in Italia negli ultimi anni, la democrazia si costruisce sull'immagine e la storia che scegli di raccontare e non sulle tue reali capacità e forse, riflettendo a valle di quel che ho letto e di quella che sembra la riflessione di Perrotta, l'inutilità di questo esercizio di democrazia sta proprio in questo: che tu vinca o che tu perda non importa perché se la scelta dell'elettorato si basa su valori diversi dalle tue capacità non sei tu che hanno votato comunque.

Libro veramente bello, che apre ad un milione di differenti riflessioni oltre a quella fatta oggi e di un autore, la cui opera, andrebbe conosciuta molto più di quanto lo è ora.
Buone letture e buon ferragosto,
Simona

P.s.: Con questo post, LettureSconclusionate festeggia la sua trecentesima recensione!


Intrigo Scolastico
Tom Perrotta
Edizioni E/O, ed. 2009
Traduzione di Nello Giuliano
Collana "Dal mondo"
Prezzo 16,50€






venerdì 5 agosto 2016

"Fratello John, sorella Mary", Marco Ehlardo - In segno di pace...

Fonte: FarWest

E siamo di nuovo qui a parlare di un altro libro, voi per la prima volta e io per la settima. Non è un libro brutto, è dannatamente bello, solo che ha due anime ed è anche dannatamente difficile rimanere nella zona di confine dove un'anima non sia predominate sull'altra.
Mettiamola così: il libro di oggi è divertente al punto tale che, ogni tanto, scoppierete a ridere di gusto ma è anche un libro dal retrogusto decisamente serio. Non vi rimarrà l'amaro in bocca, tranquilli, ma una vocina che, con il depositarsi della storia, vi farà fare qualche riflessione che magari, altrimenti, avremmo - mi ci metto anche io - preso in maniera più leggera e leggiadra. Ma vediamo di cosa si parla.

Questo è il secondo libro di quella che, si spera, diventerà una bella serie. Nel primo, "Terzo settore in fondo", avevamo conosciuto Mauro Eliah e il suo mondo: l'associazione che si cura dei rifugiati. E che sarà cambiato da allora? Niente! Alt! Non è cambiato nulla perché Mauro continua a lavorare come un matto, continua a non percepire uno stipendio per il lavoro che fa, continua a correre da un ufficio ad un altro per ottenere l'aiuto per ogni caso, che gli capita sottomano, come fosse unico nel suo genere. La differenza sta nel fatto che, se nel primo abbiamo una percezione di com'è difficile entrare in contatto far comunitari ed extracomunitari, lo è altrettanto far capire loro che l'aiuto ha bisogno di organizzazione e questa ha bisogno di regole. Fin qui la parte seria che è diluita, insieme ad altre piccole chicche, in tutta la trama tanto che il tutto appare chiaro e nitido alla fine del libello. Dall'altra, ovvero la parte predominate, ci sono gli stagisti, entusiasti pargoli che sbirciano nel mondo del lavoro e scelgono come riferimenti quelli sbagliati, la necessità di Mauro di far capire che "fare" non corrisponde a divertirsi  e nemmeno ad una moda, ma più semplicemente, o beceramente fate voi, solo a "fare". Pure il "fare" ha i suoi problemi, a volte fai troppo e a volte sembra che non hai fatto nulla, e quindi le situazioni che si susseguono hanno un che di decisamente surreale anche se, temo, succedano molto più spesso di quel che si pensi. 

Fratelli e sorelle... ehm, mi sono lasciata trasportare, ma è qualche giorno che mi ritrovo a ridere su questa cosa. Perché una delle cose di cui si ride di gusto è la rappresentazione, più che fedele, di quelle che possiamo definire le "pari opportunità". 
E' recente la nomina a sindaco a Roma di una donna e ho passato giorni a sentire il fastidiosissimo termine "sindachessa"; ecco, Mauro si ritrova in una difficoltà simile incontrando associazioni che adattano la loro denominazione in maniera politicamente corretta. La dove c'era l'associazione dei "Fratelli rifugiati" (me la sono inventata io eh!) oggi c'è l'associazione "sorelle e fratelli rifugiati" che poi in sostanza non cambia tanto se non per il nome. Questo perché oggi si fa un'associazione per tutto: leggere, aiutare, soccorrere e via dicendo, senza che nessuno degli appartenenti all'associazione sappia bene che fare. Per cui diventa complicato far capire il punto quando, come Mauro, ti ritrovi a far cercare di capire la situazione a gente che lo fa più per moda, o politica, che per vero senso civico. Io ora ci rifletto seriamente, ma in effetti leggendolo ho riso fine alle lacrime.

L'altro aspetto è la "gestione dell'accoglienza". Facile dire "facciamolo!" oppure "aiutiamoli!" il problema è farlo davvero; da un lato si scontrano le necessità pratiche di sistemare le persone e dall'altro le regole imposte e non comprese. E prima di pensare "paese mio, regole mie" pensate di dover dire ad una ragazza che è dovuta fuggire da casa sua per non essere ammazzata, che ha percorso chilometri a piedi e in mezzi vari, è stata violentata, malmenata, ha fatto un tragitto della speranza sperando in un futuro migliore perché tanto non le è rimasto altro: "Ora che sei arrivata qui, ti chiudi in casa, fai le faccende, provi a parlare con quelli con cui dividi casa e poi ti fai trovare ai controlli". Ecco, non è affatto facile anche perché, a chi ha vissuto tutto questo, sembra di cadere dalla padella alla brace. E' il mestiere che fa ogni giorno Mauro con i suoi colleghi, cercare di far capire, di salvare il salvabile in caso di guai, cercare un aiuto per ogni esigenza. E se il dialogo fra due esperienze dirette riserva situazioni di incomprensione paradossali e divertenti, la magnifica introduzione a questo libro di Pino Imperatore detta la giusta rotta all'apertura della storia: "ridiamoci su, ma ricordiamo che sorella Mary e fratello John"(per la parte politicamente corretta, sia mai!) "potremmo essere, in un panorama completamente diverso, anche noi".

E' questa la cosa che mi piace del lavoro di Marco (che lo fa davvero questo mestiere!) ovvero che, a forza di vivere questo mondo e in questo modo, non ha perso il giusto umorismo per far capire che l'aiuto parte dal sorriso e non è una cosa così scontata come potrebbe sembrare. Il sorriso è quella prima presentazione che arriva prima delle parole. Puoi essere impegnatissimo politicamente, puoi essere importante o un personaggio di spicco, ma non avrai mai, verso uno straniero che non conosce la tua lingua e la tua vita, autorevolezza se non sai porgere un sorriso. E' un po' come sedersi a gambe incrociate con gli indiani d'America per terra dentro la tenda tradizionale e fumare il calumet della pace; prima si fuma e poi si parla. Ed è quello che fa anche qui con noi: non sale sulla cattedra ma è come ci avesse incontrato al bar e ci avesse offerto un caffè per raccontarci l'ultima rocambolesca storia in cui è rimasto coinvolto e su cui ridere insieme. È cosa rara che un libro mi sia piaciuto, se non di più, almeno come il primo; Marco è riuscito in un'impresa pressoché impossibile. Il libro diverte, scorre, ha una trama semplice ricca di colpi di scena, tipo la "donna troppo incinta", che ve lo faranno finire in un pomeriggio e vi ritroverete come me, in attesa del libro successivo!

Spero di aver reso l'idea perché mi spiacerebbe che vi perdeste questo bel libro!
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Fratello John, sorella Mary
Le nuove avventure semiserie dell'operatore sociale precario Mauro Eliah
Marco Ehlardo
Edizioni Spartaco, ed. 2016
Collana "I saggi"
Prezzo 10,00€



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mercoledì 3 agosto 2016

"Ruggine", Anna Luisa Pignatelli - Tutta questione di peso specifico...



Fonte: Costellazione Eu


Come dicevo stamattina sulla pagina fan, il caldo mi sta annientando e l'umidità eccessiva di Roma - sopratutto la zona dove lavoro - annienta qualsiasi atto di buona volontà. Risultato: ho saltato due recensioni del venerdì e quindi mi tocca recuperare, pena la perdita dello scaffale dei "da recensire" che presto si romperà per il grande numero di libri che attendono pazientemente il loro momento. Per cui oggi recensione e cominciamo dal libro che non è male ma che ha, a mio avviso, qualche cosa che non va. Oggi parliamo di "Ruggine", libro che tra i blogger e i lettori che frequento ha ricevuto parecchi consensi, uscito il 28 Gennaio scorso (con il mio amato Armadale) e pubblicato da Fazi Editore.
La storia non è affatto malvagia, ha un suo senso e anche un suo peso specifico che però, almeno quest'ultimo, è un po' sbilanciato e, nel suo essere così ingombrante, garantisce il risultato certo che si sarebbe potuto raggiungere in una maniera meno "pesante". Frase estremamente complicata, ma la chiariamo dopo aver capito di che si parla in questo libro.

Siamo in una cittadina di montagna e la storia si svolge, nel suo presente narrativo, tutta sulla strada principale del paese che è in salita e culmina con la piazza con la chiesa. Nelle adiacenze della strada e della piazza in uno dei palazzi arroccati c'è un ingresso anonimo che porta ad una serie di appartamenti: due al primo piano e uno in mansarda. Gina, la nostra protagonista, vive in quello più piccolo, fra i due appartamenti del primo piano, che fu ricavato separando da quello principale due stanze. Gina è  vedova, ha un figlio che non vive con lei ma di cui si dicono un sacco di cose, ma ha un gatto che ha scelto di vivere con lei e che lei chiama Ferro. L'autrice dice che, in fondo, Ferro vive con "Ruggine" (il soprannome che il paese di rimando ha dato a Gina che usa girare con lui per le strade fin da quando è piccino) perché lo ha scelto lui; per quanto mi riguarda Ruggine e Ferro si sono riconosciuti nell'essere soli e al limite del baratro entrambi. Un baratro diverso, ma i gatti e gli uomini sentono comunque quando si avvicina il loro. Questa è la storia della vita di Gina ottantenne e del  suo gatto, una signora schiva e solitaria e per questo, e per altre dicerie sul suo passato, oggetto di chiacchiere e di emarginazione da parte della comunità da cui in fondo le piacerebbe invece ricevere un atto di partecipazione.

Come detto la storia non è male, il gatto è in fondo l'animale giusto da affiancare ad una protagonista e ad una storia del genere perché per sua natura il felino è cacciatore e quindi solitario, ma all'occorrenza amante della compagnia e capisce al volo quando le sue esigenze si sposano con quelle di un umano. Noi diciamo che ci scelgono ma sarebbe più corretto dire che ci "selezionano". Loro lo sentono. E infatti Ferro sa perfettamente a chi si sta accodando: una vecchia signora piegata dall'età e dagli affanni passati e presenti che è sola quanto lui.
Sin qui il concetto della storia, qualsiasi finale le si fosse inserito, sarebbe stato perfetto. C'è la situazione, c'è ancora di più il passato che ben si correla con le vicende del presente narrativo e c'è il contorno del luogo perfetto che serve come metafora: la donna piegata e stanca, che combatte l'età che avanza e i dolori, che viene contrastata dalla vita e dalla "strada", ad esempio. Ce ne sono molte altre ma sicuramente meno rilevanti di questa. Il parallelo fra lo sbilanciamento fisico, quello di una vita che non perdona negli anni in cui si è più attaccabili e quello del contesto è decisamente azzeccata e in un certo senso anche raffinata perché viene costruito mano a mano, mattone per mattone dove, il mattone, rappresenta l'insieme di presenze e di situazioni presenti e passate. Gina, ogni volta che cammina, è come se si portasse tutto dietro e il fardello è così articolato da dover essere necessariamente svolto in una storia.

E in questo, la maestria della Pignatelli è premiante perché, da un centro nevralgico del peso che attanaglia la protagonista, riesce a distribuire le spiegazioni in maniera organica lungo tutta la trama così da non creare spazi vuoti nella fitta tessitura che andrà a costituire il quadro totale della vita di Gina e che si rivelerà in maniera completa solo a libro finito. Anche il finale, in questo libro, è esso stesso un tassello di storia importante e contribuisce a apporre una firma indelebile di quello che è il lascito della nostra vecchina. Non c'è perdono per il mondo crudele, ma non c'è solitudine per un cuore che ha già imparato ad essere solo, c'è solo la serenità degli ultimi che alla fine, nonostante la vita li abbia battuti, sono sempre in grado di trovare nei silenzi aneliti di vita. E questa la lezione che sembra darci la Pignatelli e questo in fondo mi è piaciuto molto. 

Ora, io so che mi farò un sacco di nemici, ma ribadisco, la storia c'è e va benissimo, ma è pesante, non tanto la narrazione ma la scelta descrittiva della storia stessa. Buia, attufata, asfissiante, pesante, in alcuni punti ripetitiva, in altri lenta. Tutto questo dona un'aura di "vecchiume" (leggi non come prosa desueta o stantia ma come se si stesse raccontando di un mondo di vecchi che vivono in una casa di riposo e sono tutti prossimi alla morte!) alla storia e ne mina la bellezza, regalando la facile commozione alla fine, perché dopo tutta questa sofferenza, la chiusa è una liberazione ma non è questo l'effetto cui si dovrebbe mirare. Se l'insieme fosse stato alleggerito un po', il finale ad effetto sarebbe stato simile ma il sospiro sarebbe stato di partecipazione alle vicende di Gina e non di sollievo.
E' ripetitivo in alcuni punti perché, tenendo con che non è la protagonista a parlare in prima persona della sua storia, in alcuni punti vengono ripetuti concetti che fanno pensare ai pensieri che fanno gli anziani smemorati anche se, come detto, non sono raccontati da Gina. E' pervasa di "vecchiume" perché è talmente pensate il "pensiero e la situazione" dell'età che, i pochi personaggi chiave che ci sono, annegano e perdono il loro smalto proprio perché il senso di solitudine che pervade e attufa la storia non permette loro di emergere. Quindi compaiono e scompaiono, non sono risolutivi ma nemmeno punti di svolta, sono solo diversi.

Quindi in fondo, guardandola "da storia", nella sua totalità, non posso dire che sia una "brutta storia" e potrei anche spingermi a consigliarla a chi ama i libri un po' tetri e magari quelli con i quali entrare in empatia con il protagonista che subisce la vita più che contrastarla. E' sicuramente un libro da non leggere se si sta giù di morale, perché a me ha regalato il magone in un tranquillo pomeriggio di un fine settimana estivo e devo ammettere di aver interrotto più volte la lettura per il senso di oppressione. Però ora capisco tutti i consensi che ha avuto e mi sarebbe piaciuto essere fra coloro che lodano questa storia invece di ritrovarmi dall'altro lato della barricata. Mi sarebbe davvero piaciuto trovare più storia che tecnica, me l'avrebbe resa più simpatica e, forse, anche io avrei empatizzato fino in fondo con Gina. Invece, il "peso specifico" dato dalla tecnica, che tende a rendere una situazione eccessivamente tangibile, mi ha reso difficile non tirare quel sospiro di sollievo che non è, a mio avviso, il risultato a cui puntare di ottenere dai propri lettori.
Sarei curiosa di leggere altro di questa autrice e quindi attenderò ulteriori uscite se ce ne saranno.
Per ora non odiatemi,
buone letture,
Simona Scravaglieri


Ruggine
Anna Luisa Pignatelli
Fazi Editore, ed. 2016
Collana "Le strade"
Prezzo 16,00€




Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 27 luglio 2016

[Dal libro che sto leggendo] Ruggine

Fonte: Wall Paper stock

Questa è una lettura recentissima. Ho comprato questo libro incuriosita dai tanti commenti positivi e l'ho letto un paio di settimane fa. In effetti, più che un romanzo, è un racconto lungo e non è nemmeno male. C'è qualcosa da dire sicuramente in merito alla tecnica che sembra essere stata usata ma ne riparleremo in recensione.

Gina è una ottantenne schiva e solitaria che subisce gli attacchi del tempo. Quello più vistoso è la schiena piegata da un invisibile peso che la costringe ad enormi fatiche per muoversi e fare anche le più elementari azioni. E' vedova e il figlio non vive più con lei e in paese si sussurrano brutte storie. Gina allo stato attuale ha una sola preoccupazione, conservare la casa che il suo proprietario di casa vuole toglierle per venderlo alla coppia di professori che hanno comprato l'appartamento adiacente. E poi c'è Ruggine che l'ha scelta come compagna di vita. E' stato più cocciuto di lei e lei non ha resistito a provare per l'ultima volta a mostrare un po' d'affetto per un altro essere vivente... 

Libro decisamente ben scritto, accurato che con le descrizioni ben bilanciate nella storia, della serie difficilmente vi annoierete, e se siete lenti come me, vi occuperà il tempo di un pomeriggio. Provare per credere!
Buona letture,
Simona Scravaglieri



Uno  

Non era che una vecchia. Non le sembrava di aver avuto una giovinezza, una maturità. Molti avvenimenti del passato li aveva dimenticati. 
Vecchia e sola contro tutti durante una vita intera, s’era saputa difendere, era riuscita a sopravvivere. 
In fondo quella sua condizione le sarebbe perfino piaciuta –solo una persona antica può avvicinare i misteri del mondo –se non fosse stato per il suo busto: s’inclinava in avanti ogni anno un poco di più come se, per trovare sollievo dai dolori che la tormentavano, cercasse di non opporre resistenza alle leggi della vita che impongono, a chi non è toccato dal privilegio, di chinare la schiena. 
Stare eretta le provocava infatti un forte male ai lombi, per cui non cercava più di contrastare quella postura gobba che ormai era diventata un suo segno caratteristico. 
Il dolore dal dorso migrava spesso in altre parti, sporadico o durevole, e Gina viveva paventandone l’arrivo. Lo sentiva muoversi subdolamente nella sua carne come meditando in che punto attaccare, passare dai lombi alla coscia trafiggendo il muscolo con una fitta lancinante, o infiammando un nervo della testa che la faceva lacrimare e la costringeva a stendersi sfinita e vinta: a quelle crisi seguivano periodi di requie, in cui recuperava la forza e la speranza. Era come se la sua anima, oppressa da una pena greve, ne volesse spartire il peso col corpo. 
Le mani di Gina, giallastre e rugose, punteggiate da qualche macchia scura, sembravano quelle di una mummia, quasi il sangue le avesse abbandonate. 
La pelle le s’increspava in grinze sul collo e sulle braccia, e non pareva possibile neppure a lei che un tempo fosse stata liscia e tesa sulla carne soda. 
I capelli, quelli erano ancora rigogliosi, attaccati tenacemente alla cute, bianchi con qualche ciocca d’argento, cui riusciva a dare un riflesso violetto con una lozione a buon mercato. 
Aveva sempre sospettato che al di là di questa vita ci fosse il nulla e ora che la morte s’approssimava le sembrava più che mai evidente. 
Quel che il prete predicava in chiesa a Gina pareva una favola per quelli che, per paura della morte, sono disposti a credere a tutto. Disprezzava quei “fedeli”: convinti di far parte di una congrega di giusti, erano pieni di presunzione. 
Per Gina su questa terra non c’erano che il bene e il male, che si affrontavano ogni giorno in una lotta all’ultimo sangue, e uno doveva decidere da che parte stare. Gina sapeva riconoscere dai tratti del volto chi dice di volere il bene, ma poi non sa cosa siano la generosità e la compassione. Per questo anche da giovane era rimasta inavvicinabile, segreta, disillusa come una che ha già molto vissuto. 
Il parroco della chiesa di Santa Lucia, situata nello slargo su cui s’affacciavano due finestre di Gina, era morto e il suo posto era stato preso da un giovane originario della Giamaica, che aveva scelto di farsi prete per poter campare. 
Lui, il giamaicano, non si sentiva migliore di nessuno e aveva chiaro che la vita è una bestia che stritola nelle sue spire. 
Si chiamava George e lo avevano ribattezzato col nome di don Feliciano: passava a Gina qualche soldo affinché spazzasse la sagrestia e cambiasse i ceri e i fiori dei vasi sull’altare. 
Gina lo aiutava volentieri: quelle incombenze le impedivano di pensare al dolore subdolo che sarebbe arrivato puntuale, a volte così insistente e acuto da lasciarla sfinita sul letto. 
Sperava di riuscire a consumare il resto dei suoi giorni con dignità, senza che il male avesse la meglio su di lei e che, sporca e sciatta per non essere più riuscita ad alzarsi, il Sestini, padrone della casa in cui viveva, con sua soddisfazione la trovasse morta. 
Voleva rimanere lì, in quelle stanze in affitto dove era vissuta per tanti anni e dove aveva cominciato una nuova vita. 
Lì, in quella casa, davanti al caminetto, quella sera s’era chiesta quale fosse stato il filo conduttore che l’aveva guidata nella sua esistenza. Cosa le avesse dato la forza di tirare avanti e, da ultimo, di combattere il dolore che a un certo momento era comparso e non l’aveva più lasciata piegandole la schiena. 
«I suoi muscoli so’ sani, non si spiega perché le fanno male», sentenziava il dottor Mangiavacchi. 
Una volta il Mangiavacchi, sul sagrato della chiesa dove non metteva mai piede –non gli era necessario per esser rispettato, la gente aveva bisogno di lui –, le aveva detto sornione: «Le sue fitte se n’andranno così come so’ venute, quando la su’ schiena curvandosi avrà raggiunto il punto d’equilibrio». Era convinto che Gina esagerasse le sue sofferenze. Il male era, secondo lui, lo scorrere del tempo che costringe alcuni a piegarsi a poco a poco, mentre altri li annienta con un colpo secco. 
Quell’uomo approssimativo non sapeva vedere nei mali del corpo un riflesso di quelli dell’anima e un giorno, mentre le infilava l’ago nel braccio con un’espressione infastidita che sembrava un tacito invito a togliersi di mezzo per far posto ai giovani e agli efficienti, Gina aveva temuto che le stesse iniettando gocce di veleno. Non era di farmaci che aveva bisogno: sarebbe guarita solo se lui l’avesse trattata con considerazione e rispetto. 
Da allora aveva preso a curarsi da sé, sostenuta nella sua voglia di vivere dalla fascinazione che dopotutto provava ancora per quanto la circondava. L’esperienza con quel dottore l’aveva fatta riflettere: lei non avrebbe negato attenzione a chi ne aveva bisogno. Bastava poco, due parole, un consiglio; avrebbe saputo ascoltare, guardare negli occhi. 
Per quanto diffidasse degli uomini, l’interesse per loro non era mai venuto meno. Nel silenzio di quelle stanze dove viveva sola, s’appostava spesso alla finestra per osservare quanto accadeva in strada. Era attratta dai volti dei passanti, dai loro gesti che tradivano i più reconditi pensieri, le preoccupazioni, le speranze, le notti insonni, e fin da ragazza aveva imparato a leggere nelle rughe della pelle e nei lineamenti, il destino che ciascuno porta scritto in faccia. 
Da altri indizi –l’intonazione della voce, un’ombra d’ambiguità nello sguardo –era capace di intercettare la perfidia, così come di scoprire in un cenno d’esitazione, in un gesto franco una bontà nascosta, che la riempiva d’incredulità come avesse trovato una pepita nel suolo arido dell’animo umano. 
Amici non ne aveva e, a pensarci, non ne aveva mai avuti, anche se da qualche tempo spartiva la casa con Ferro. 
A vederlo immerso in un sonno profondo, inerme e inoffensivo con le zampe ciondolanti fuori dalla sedia, nessuno avrebbe potuto immaginare quanto quel gatto fosse guerrafondaio e opportunista. 
Le era venuto dietro per la via, sbucato da chissà dove. Era molto giovane, forse abbandonato da chi l’aveva messo al mondo. La prima volta l’aveva seguita fino all’uscio e mentre introduceva la chiave nella serratura –una chiave difettosa che prendeva tempo a girare nella toppa –lui s’era messo a strusciare il naso umido contro le sue gambe inarcando la schiena. Gina l’aveva sollevato col piede e spostato più in là cercando di entrare rapida in casa per chiudergli la porta sul muso. Da tanto tempo non permetteva a qualcuno di varcare quella soglia. 
Ma lui non s’era dato per vinto. 
Lo aveva incontrato di nuovo alla fontanella, poi alla bottega del Cioni: sembrava essere lì ad aspettare lei e l’aveva di nuovo seguita fino a casa. Stupita da quella costanza, una sera Gina si disse: “Le madri li abbandonano in un campo, in un fosso, i più soccombono, quelli che sopravvivono diventano randagi o si mettono in cerca d’un padrone. Lui ha scelto me”. 
L’aveva fatto entrare. In quelle stanze poteva starci anche lui. Era solo, come lei. 
Non appena in casa quell’essere morbido e selvatico aveva preso a darle piccoli morsi al polpaccio, come volesse dimostrarle la sua gratitudine: Gina aveva sentito che, insieme, avrebbero potuto farsi scudo l’un l’altra contro le insidie del mondo. Lo aveva chiamato Ferro, per il color fuliggine della pelliccia che sulla punta delle orecchie, sulla coda, sul petto dava in un rosso aranciato come una patina di ruggine. 
A quel nome accorreva. Un giorno lo chiamò e lui non obbedì, segno che non era più tanto fragile e indifeso e Gina ne trasse un senso di sollievo.


Questo pezzo è tratto da:

Ruggine
Anna Luisa Pignatelli
Fazi Editore, ed. 2016
Collana "Le strade"
Prezzo 16,00€


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