venerdì 8 luglio 2016

"La memoria", Giovanni Battista Angioletti - Raccotando il mondo prima che cambi...


Fonte: Senato della Repubblica- Archivio Istituto Luce

Se fossi una di quelle blogger che sono orientate al risultato, oggi staremmo molto più avanti sul percorso dei libri dello Strega, ma io, sebbene abbia ben presente il mio obiettivo, sono ancora a 1949. Da una parte c'è la mia mania di avere libri più vicini alla data di vittoria e, dall'altra, c'è la questione del "percorso". Questo viaggio non è una facciata per far vedere quanto leggo, ma è la curiosità di una lettrice comune che vuole avere la possibilità di veder scorrere gli anni attraverso i premiati di un concorso che ancora oggi è abbastanza controverso. Dello Strega tutti ne parlano e ne sparlano ma, sono tutti lì ad aspettare la premiazione per poi ricominciare a parlar e sparlare del vincitore. È indubbio che in quel che si dice sia molto spesso vero ma è altrettanto vero che, le bagarre che oggi condividiamo e leggiamo, c'erano anche ieri ma rimanevano chiuse fra le mura di Villa Giulia. 

"La memoria" è decisamente un memoir dell'autore, della sua infanzia vissuta nella operosa Milano della fine dell'ottocento. Non è completamente diverso da quello cardarelliano di Villa Tarantola ma è decisamente più studiato. Nel caso di Cardarelli si erano scelte memorie sparse rappresentative dei luoghi in cui il poeta aveva vissuto e ne usciva una raccolta organizzata a blocchi di racconti che scorrono come la vita del suo autore è stata vissuta. Nel caso di Angioletti è sempre una raccolta di racconti, ma ogni racconto è un capitolo a tema: la fabbrica, le malattie, le feste e via dicendo. Ogni capitolo potrebbe essere pubblicato in maniera autonoma e reggerebbe lo stesso perché non ha riferimenti agli altri se non gli stessi protagonisti. Ne viene fuori un'Italia che sta entrando nel nuovo secolo e che è completamente ignara di quello che i cambiamenti sociali già in atto porteranno insieme all'arrivo delle grandi guerre. L'Italia milanese di Angioletti è frenetica, nel senso in cui la descrive l'autore la "frenesia" è dovuta all'operosità di una città industriale che vive dei ritmi della fabbrica, ma è anche divisa in tre grandi blocchi: l'aristocrazia decadente, la borghesia industriale - ovvero i nuovi ricchi -, la classe operaia.


La questione interessante è che sebbene l'aristocrazia sia un riferimento, come per la nuova classe emergente, la borghesia, per eleganza, bon ton e immagine di vita, in questo libro si sente la sua presenza anche se effettivamente non ci sono rappresentanti. Dall'altro lato, la stessa borghesia, vive dei contrasti relativi alla sua natura, viene dal basso e si è fatta una fortuna e un nome molto spesso grazie al duro lavoro eppure, quando già è prossima a passare lo scettro alla generazione successiva, non riesce ancora a staccarsi dal gruppo della classe operaia. La vita di fabbrica qui raccontata è quella in cui il padrone, il nonno dell'autore, è lui stesso un operaio e non perché faccia il facchino, ma perché la sua partecipazione alla vita dei suoi operai è sì garanzia di proseguimento della produzione ma anche il motivo della sua fortuna. È una "coscienza lavorativa" che cominceremo a perdere dalla generazione successiva che invece vive di falsi miti, che non ha gli strumenti per capire chi è veramente e nemmeno per trovare un riferimento che sia tale per ragioni oggettive e che spesso presta orecchio a chi  millanta teorie solo per dar aria alla bocca. L'autore racconta di cene, con il ragioniere, il contabile e via dicendo. Gente che vive di ovvietà, cercando di ricreare l'aura di un mondo che ha visto da lontano e solo dal di fuori; ne escono fuori signore civettuole e vuote, uomini che cantano canzoni accorati ma che hanno in animo solo il mantenimento dello status quo, ragazzini che vivono con disappunto le contraddizioni dei genitori.


E' palpabile l'affezione dell'autore verso la figura del nonno che scalza in maniera decisa le figure del padre e della madre. C'è una profonda ammirazione per quest'uomo che sa perfettamente da dove viene e dove deve andare. E' un leader naturale e per questo seguito anche dai suoi operai come anche da suo nipote. Dall'altro lato le alterne fortune di famiglia tra il pericolo di protesto e quello della riabilitazione agli occhi dei vicini non sono altro, per il nostro giovane autore, che conferme che quelli non sono i riferimenti corretti da imitare in futuro a meno che non si voglia vivere una vita in bilico fra feste e strozzini, fatta solo di apparenza. Apparenza che vive malissimo, l'essere stato separato dagli amici di strada, perché non della sua classe sociale, il vivere ai margini di mondi superficiali si scontrano con quella vita che lui  sembra desiderare. Magari è più povera, il riferimento viene fuori in una uscita per le campagne circostanti, ma ai suoi occhi sicuramente più vera.

In questo quadro generale, intenso sentito, a volte decisamente pertinente - in particolare nella differenza di classe, non solo cittadina, ma anche fra città e campagna - Angioletti è davvero un Premio Strega. Ma probabilmente questo libro io, se non fosse stato per questo percorso e per Paolacheancoranonhaapertounblog che mi segue in questa impresa un po' strana, probabilmente avrei aperto e poi destinato a data da definirsi. Non tanto per i contenuti, che come vedete mi hanno preso parecchio, ma per la pesante penna di Angioletti. La sua è una narrazione fatta di elenchi, che fa decisamente a cazzotti con il mio gusto di lettrice, è decisamente lenta e in alcuni punti ho faticato a scindere l'autore adulto dal giovinetto. È vero che parliamo degli inizi dell'ottocento, ma questo bambino giovane che racconta una pesantezza "romantica" di vivere quasi del tutto simile a quella di  Foscolo mi ha sfiancata. Ma, tutto sommato è valsa la pena infine. Certo, se avessi scritto questa recensione a caldo, quando ho finito il libro, sarebbe stata una stroncatura, lo confesso. Ma, come sempre, basta lasciare che il libro depositi i suoi racconti e che il lettore prenda le distanze da quello che ha letto per vedere il quadro generale e trarre le conclusioni di quello che ha letto.


Quindi in fondo un libro da conoscere, un altro Premio Strega e proseguiamo verso quello del 1950, ovvero Cesare Pavese.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


La memoria
Giovanni Battista Angioletti
Bompiani Editore, ed 1949
Prezzo tra gli 8,00€ e i 66,00€ a seconda dell'anno di pubblicazione e lo stato del libro.



Una foto pubblicata da @leggendolibri in data:

Esce nel pomeriggio...

Fonte: Filosofia
La recensione c'è ma esce nel pomeriggio... riuscirete a resistere? Io lo so che state pensando alla prossima settimana e quindi con l'occasione di questo post vi ricordo che:

11 luglio: scade il termine di consegna per #regalamiunracconto
11 luglio: esce il mensile con la soluzione del cruciverba di giugno
12 luglio: nuova puntata di "Giochiamo!" con il cruciverba di luglio e un nuovo titolo, nascosto, che potrete tentare di vincere!

Buon venerdì, io vado a far danni al mercatino!
Simona

mercoledì 6 luglio 2016

[Dal libro che sto leggendo] Senza nome

Cover dell'edizione del 1863 (il sito dice probabilmente piratata) di "No Name"
pubblicata da Gardiner Fuller.
Fonte: Wilkie Collins Info



Magari non è il modo giusto di introdurre questo libro ma io, fossi stata in Fazi, in questo caso avrei lasciato il titolo originale "No name". Non è un titolo a caso, ma scoprirete cosa vuol dire solo leggendo il libro stesso e mai mancanza di nome e al contempo quel "no" davanti al "name"  sono stati più azzeccati.

1840 Somerset. In una località denominata Combe-Raven vive un'allegra famiglia composta da padre, madre e due figlie. Con loro anche Miss Garth vive da 12 anni, era l'istitutrice delle ragazze e poi è diventata la governante della casa perché la famiglia si è rifiutata di fare a meno di lei. È una mattina come tante altre finché non arriva una misteriosa lettera. Il Mr Vanstone e Mrs Vanstone hanno reazioni diverse eppure complici e a nessuno è dato sapere il perché. Poi un viaggio a Londra, i silenzi, l'amore e la morte si rimescolano portando il romanzo ad uno status quo totalmente inaspettato dove Magdalen, la minore delle signorine Vanstone, vuole ottenere giustizia a modo suo. Riuscirà? Non lo so (mi mancano 60 pagine per finirlo), ma tanto sapete che non ve lo direi!

Ecco oggi ho infranto la regola che vorrebbe che, per farvi leggere agevolmente, il testo dovrebbe essere giustificato a bandiera. Oggi ho deciso di giustificarlo come fosse una pagina del libro e se avete la pazienza di fissare il testo, prima di leggerlo, solo guardando i blocchi in cui è diviso e, successivamente lo leggete, avrete l'effetto voluto dall'autore... il ritmo dello scorrere delle lancette che scandiscono l'inizio della giornata a Combe-Raven. I due tempi, quelli reali del tempo e quelli dell'osservatore, per il quale alcune azioni - al netto del tempo che impiegano a verificarsi - sembrano più veloci delle altre, dettano un ritmo inconsueto di paragrafi e di presenze sulla scena. Sembra, anzi è rappresentato, come una scena di uno spettacolo teatrale. Così sentirete il ticchettio che scandisce le lancette, i tonfi attutiti di chi scende le scale e magari la frescura mattutina di quando si apre a Marzo la porta di primo mattino. Ecco a parte qualche pezzo che si verifica sempre - questo è il terzo Collins dell'anno - in cui l'autore rallenta il ritmo, in vista del colpo di scena finale, la restante parte di libro scorre velocemente come il pezzo che leggerete oggi.

Nonostante il formato "tomico" del libro che consta di 800 pagine, in un giorno ne ho lette quasi 300, quindi non lasciatevi intimorire perché è un libro che vale la pena di essere conosciuto!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Capitolo primo 

Le lancette dell’orologio segnavano le sei e mezzo del mattino. La casa era una residenza di campagna nel West Somersetshire, chiamata Combe-Raven. Il giorno era il 4 di marzo e l’anno il 1846. 
Nessun rumore, se non il rapido ticchettio dell’orologio e il pesante ronfare di un grosso cane steso su uno stuoino fuori dalla sala da pranzo, disturbava la misteriosa quiete mattutina dell’atrio e delle scale. Chi dormiva al piano di sopra? Lasciamo che la casa sveli da sé i suoi segreti e che, una a una, mentre scendono le scale uscendo dai loro letti, le persone che dormono si presentino da sole. 
Quando l’orologio indicò un quarto alle sette, il cane si svegliò e si scosse. Dopo avere aspettato invano il cameriere che di solito lo portava fuori, l’animale vagò irrequieto da una all’altra delle porte chiuse del pianterreno e, ritornando al suo stuoino estremamente perplesso, chiamò la famiglia addormentata con un lungo e malinconico ululato. 
Prima che le ultime note della protesta del cane si fossero spente, le scale di quercia nella parte superiore della casa scricchiolarono sotto un passo che scendeva lentamente. Un minuto dopo la prima delle domestiche fece la sua apparizione, con uno sporco scialle di lana sulle spalle: perché la mattina di marzo era fredda, e i reumatismi e la cuoca erano vecchie conoscenze. 
Ricevendo i primi cordiali segni di benvenuto del cane con il più brusco atteggiamento possibile, la cuoca aprì lentamente la porta d’ingresso e fece uscire l’animale. Era una mattina burrascosa. Sopra un prato spazioso e dietro un nero bosco di abeti, il sole nascente si faceva spazio a poco a poco attraverso cumuli sfilacciati di nuvole grigie; pesanti gocce di pioggia cadevano rade e lontane, il vento di marzo tremava intorno agli angoli della casa e gli alberi umidi oscillavano con fatica. 
Batterono le sette e i segnali della vita domestica cominciarono a mostrarsi in più rapida sequenza. 
Scese la cameriera, alta e magra, con la temperatura primaverile scritta a lettere rosse sul naso. Seguiva la cameriera della signora: giovane, brillante, rapida e addormentata. Poi venne la sguattera, afflitta da una nevralgia facciale e che non faceva mistero della sua sofferenza. Per ultimo, apparve il cameriere, sbadigliando sconsolato: il ritratto vivente di un uomo che si è sentito privato del suo giusto riposo notturno. 
La conversazione dei domestici, quando si furono riuniti di fronte al fuoco della cucina che si stava lentamente accendendo, riguardava un recente evento familiare, e si incentrava su questa domanda: aveva Thomas, il cameriere, visto qualcosa del concerto a Clifton, a cui il suo padrone e le due signorine erano stati presenti la sera prima? Sì, Thomas aveva ascoltato il concerto, gli avevano pagato un biglietto negli ultimi posti; era stato un concerto rumoroso, aveva fatto caldo, era stato un concerto descritto in cima ai manifesti come «Grande»; se per ascoltarlo fosse valsa la pena di viaggiare sedici miglia con il treno, con in più la difficoltà di tornare facendo diciannove miglia di strada, all’una e mezzo del mattino, era una domanda a cui avrebbe lasciato rispondere il suo padrone e le signorine; la sua opinione, comunque, era senza esitazione: «No!». Una ulteriore raffica di domande da parte delle domestiche non riuscì a ottenere nessun altro supplemento di informazione. Thomas non era in grado di accennare nessuna delle canzoni e non era in grado di descrivere nessuno degli abiti delle signore. Di conseguenza il suo pubblico lo abbandonò disperato e il chiacchiericcio della cucina ritornò ai suoi canali ordinari, finché l’orologio non batté le otto e fece trasalire il consesso dei domestici, che si separarono per il loro lavoro mattutino. 
Le otto e un quarto e non succedeva niente. La mezza e alcuni segnali di vita in più iniziarono a manifestarsi dalle camere da letto. Il successivo membro della famiglia a scendere le scale fu Mr Andrew Vanstone, il padrone di casa. 
Alto, robusto, diritto, con occhi azzurri luminosi e un colorito che sprizzava salute, l’elegante giacca marrone da caccia abbottonata in modo negligente a zoppino; il suo piccolo e bisbetico scotch terrier abbaiava ai suoi talloni senza essere rimproverato; una mano infilata nella tasca del panciotto e l’altra che tamburellava allegramente sulla ringhiera mentre scendeva le scale canticchiando una canzone, Mr Vanstone mostrava la sua personalità apertamente a tutti. Un gentleman cordiale, sincero, attraente, di ottimo carattere, che camminava nel lato al sole della vita e che non chiedeva niente di meglio che incontrare tutti i suoi compagni di viaggio in questo mondo sullo stesso lato al sole. Considerando la sua età, era oltre i cinquanta. Giudicandolo per la leggerezza del cuore, la forza della costituzione fisica e la capacità di divertirsi, non era più vecchio di molti uomini che avevano appena passato i trenta. 
«Thomas!», gridò Mr Vanstone, prendendo il suo vecchio feltro e il robusto bastone da passeggio dal tavolo dell’atrio. «Questa mattina, colazione alle dieci. Credo proprio che dopo il concerto di ieri sera le signorine non possano essere qui prima. A proposito, ti è piaciuto il concerto? Hai pensato che fosse grande? Giusto: lo era. Nient’altro che un crash-bang, variato di tanto in tanto da un bang-crash, tutte le donne strangolate nei busti; caldo asfissiante, gas a tutta birra e niente spazio per nessuno... sì, sì, Thomas, grande è la parola per descriverlo, ma certamente non si può dire che fosse comodo!». Dopo avere espresso questa opinione, Mr Vanstone fischiò al suo bisbetico terrier; agitò il bastone verso la porta d’ingresso come per sfidare allegramente la pioggia e si avviò con il vento e il cattivo tempo per la sua passeggiata mattutina. 
Le lancette, facendosi rapidamente strada nel quadrante dell’orologio, segnavano dieci minuti alle nove. Un altro membro della famiglia apparve sulle scale: Miss Garth, la governante. 
Occhi osservatori non avrebbero potuto scrutare Miss Garth, senza rendersi conto che era una donna del nord. Il volto dai lineamenti marcati, la prontezza mascolina e la decisione nei movimenti, la sua ostinata schiettezza di sguardo e di modi, proclamavano tutti la sua nascita e crescita nel Border. Sebbene avesse poco più di quarant’anni, i suoi capelli erano quasi tutti grigi; e sopra di essi indossava la semplice cuffia di una donna anziana. Né i capelli né l’acconciatura erano in disarmonia con il suo volto: sembrava più vecchio della sua età, le difficoltà affrontate duramente in passato lo avevano pesantemente segnato. Il controllo di sé nel discendere le scale e l’aria di abituale autorità con cui si guardava intorno spiegavano bene la sua posizione nella famiglia di Mr Vanstone. Non era evidentemente un membro del dimenticato, perseguitato, compassionevole ordine delle governanti. Era una donna che viveva in termini sicuri e onorevoli con i suoi datori di lavoro: una donna che sembrava capace di mettere a posto qualsiasi genitore d’Inghilterra, se fosse caduto nello sbaglio di non attribuirle il suo giusto valore. 
«Colazione alle dieci?», ripeté Miss Garth, dopo che il cameriere aveva risposto al campanello e aveva ripetuto gli ordini del padrone. «Ah! Proprio quello che pensavo sarebbe successo con il concerto di ieri sera. Quando la gente che vive in campagna finanzia divertimenti pubblici, i divertimenti pubblici rendono il favore strapazzando la famiglia per giorni. Tu sei strapazzato, Thomas, lo vedo: hai gli occhi rossi come quelli di un furetto e, quanto alla tua cravatta, sembra che tu ci abbia dormito sopra. Porta la teiera a un quarto alle dieci e se non starai meglio nel corso della giornata, vieni da me e ti darò una medicina». «È un tipo in grado di ragionare, se solo lo si lascia in pace», continuò Miss Garth, tra sé e sé, quando Thomas se ne fu andato, «ma non è abbastanza forte per concerti a venti miglia di distanza. Volevano che io andassi con loro ieri sera. Sì: prendetemi!». 
Batterono le nove; e la lancetta dei minuti era avanzata a venti dopo l’ora, prima che si sentissero altri passi sulle scale. Alla fine di quel lasso di tempo, apparvero due signore, che scendevano insieme verso la sala da pranzo: Mrs Vanstone e la maggiore delle sue figlie. 
Se le attrattive personali di Mrs Vanstone, in un periodo precedente della sua vita, fossero dipese soltanto dal naturale fascino inglese di freschezza e incarnato, avrebbe da lungo tempo perduto i resti di quell’immagine più bella di sé. Ma la sua bellezza da giovane aveva così di gran lunga superato la media nazionale che ancora conservava le sue qualità più eccezionali. Sebbene avesse quarantaquattro anni, e sebbene fosse stata messa a dura prova, in tempi passati, dalla perdita prematura di più di uno dei suoi figli e da lunghi attacchi di malattie che erano seguite a questi lutti degli anni precedenti, ancora conservava le giuste proporzioni e la delicatezza della figura, un tempo unite alla luminosità e freschezza della sua bellezza, che l’aveva abbandonata per non tornare più. La figlia maggiore, che ora scendeva le scale accanto a lei, era lo specchio in cui avrebbe potuto guardare indietro e vedere di nuovo il riflesso della sua giovinezza. In lei, intrecciata stretta sulla testa, era la massa imponente di capelli neri, che, su quella della madre, stava diventando molto rapidamente grigia. In lei, sulle guance, splendeva quel delizioso color rosso bruno che era scomparso dalle guance della madre, per non ritornare più. Miss Vanstone aveva già raggiunto la prima maturità femminile; aveva compiuto il suo ventiseiesimo anno. Pur avendo ereditato le caratteristiche di bruna maestosità della bellezza di sua madre, non ne aveva ereditate tutte le attrattive. Sebbene la forma del suo volto fosse la stessa, i lineamenti non erano così delicati e la loro proporzione non era così perfetta. Non era così alta. Aveva gli occhi marrone scuro di sua madre, pieni e morbidi, con la ferma luminosità che gli occhi di Mrs Vanstone avevano perso, ma c’era meno interesse, meno finezza e profondità di sentimento nella sua espressione, che era raffinata e femminile, ma oscurata da un certo tranquillo riserbo di cui il volto di sua madre era privo. Se guardiamo abbastanza da vicino, non ci rendiamo forse conto che la forza morale e le migliori capacità intellettuali dei genitori sembrano spesso sparire misteriosamente quando vengono trasmesse ai figli? In questi giorni di insidiosi esaurimenti e di malattie nervose che si diffondono subdolamente, non è possibile che la stessa regola si possa applicare, meno di rado di quel che si voglia ammettere, anche alle qualità fisiche? 
La madre e la figlia scendevano lentamente le scale insieme: la prima vestita di marrone scuro, con uno scialle indiano avvolto intorno alle spalle, la seconda molto più semplicemente vestita di nero, con colletto e polsini ordinari e un nastro color arancione sopra il petto. Nel momento in cui attraversarono l’atrio ed entrarono nella sala da pranzo, Miss Vanstone stava pensando esclusivamente all’argomento dominante del concerto della sera prima.

Questo pezzo è tratto da:

"Senza Nome"
Wilkie Collins
Fazi Editore, Ed. 2015
Traduzione di Luca Scarlini
Collana "Le strade"
Prezzo 18,50€ 

- Posted using BlogPress from my iPad

venerdì 1 luglio 2016

"Il segreto di Lady Audley", Mary Elizabeth Braddon - Il gusto di saper cogliere dalla concorrenza l'essenziale...

Fonte: ISFDB


Quando ho cominciato a leggere questo libro ho sentito il cambio deciso di mano. Fin'ora tutti classici maschili - per #unclassicoalmese -, tutte storie che dovevano avere una certa durata, tutte storie che dovevano costituire una serie di anelli che collegati tutti insieme, in un certo ordine, avrebbero svelato il mistero, sollazzato il gusto delle signore che cercavano la storia d'amore, stuzzicato la curiosità degli uomini nel cercare i trucchi dei cattivi. Anche qui, con la Braddon succedono più o meno le stesse cose: amori, ricambiati o no, opportunismi, il mistero di una morte che non si sa come sia avvenuta e via dicendo. Che cambia? A parte l'elencazione pedissequa degli oggetti di una stanza, che magari si è già vista 6 volte, c'è il gusto di cambiare le carte in tavola quando già si è nicchiato ad una strada intrapresa. È un trucco che ricorre spesso in questa trama ma vediamo di che cosa parla.

Il protagonista indiscusso di questa storia è Robert Audley che si ritrova con un vecchio amico con il quale ha studiato, Gerges Talboys, che, rientrato dall'Australia dopo aver fatto fortuna, scopre che sua moglie è morta. Quando Robert, per sollevare l'amico dallo stato di apatia e prostrazione, decide di farsi accompagnare da lui nel paesino di Audley per andare a caccia nei terreni dello zio baronetto che si è appena risposato con una donna bellissima, si verificano una serie di strane coincidenze:
- ogni volta che cerca di presentare George, la nuova signora è indisposta o assente;
- viene per la prima volta invitato a cambiare periodo di soggiorno ad Audley e si deve rivolgere ad una pensione del paese;
- in un pomeriggio di pesca, Georges sparisce misteriosamente e se ne perdono totalmente le tracce.

Quello che succede sembra intuibile da quello che vi ho scritto, ma non tutto è chiaro come appare e Robert farà più di una scoperta che destabilizzerà lui e tutti i lettori, della classe operaia (ogni biografia sottolinea questo aspetto e facciamolo pure noi!), che si avvicineranno a questa storia. Ogni capitolo, quindi ogni puntata, ha il suo colpo di scena, o un cambio di direzione minato da una nuova scoperta o testimonianza e Robert, che preferiva fare il pensatore e non l'avvocato, si ritroverà a dover combattere ad armi impari con l'assassino. La trama è veramente ricca, non tanto di personaggi se penso a Collins e a Dickens, ma di particolari, di scene d'impatto, di sotterfugi e tutto sembra sempre cambiare a seconda del punto di vista da cui si guarda. Appare quindi decisamente più fluida la trama, almeno prima che scoprissi i piaceri di "No Name", pubblicato in Italia con il titolo di "Senza nome" di Wilkie Collins che qui si presenta in una veste nuova di cui parleremo quando l'ho finito, tranne quando si diletta nell'elenco di ogni oggetto del boudoir di Lady Audley, descrizione che consta in tutto il libro di circa sette pagine, di cui due insieme e pesantissime, che ti farebbero venire voglia di fare una seduta spiritica per chiedere a Mary Elizabeth "Perché? Che t'ho fatto di male?!". Ma ci sta, il romanzo doveva essere pubblicato per un anno. 

Guardandolo nel suo insieme sembra che la trama sia stata costruita al contrario, ovvero partendo da quello che era facilmente intuibile da parte del lettore in cui inserire di volta accadimenti che cambino lo status quo del momento. A dar più aria alle situazioni più complesse si interpongono troviamo i viaggi che portano Audley in giro per l'Inghilterra a cercare informazioni e che, al contempo, restituiscono immagini nitide della vita del tempo. Azioni, discorsi, personaggi sono tutti perfettamente incastonati nei luoghi che li ospitano permettendo trattare ogni volta contesti diversi con ritmi differenti senza che la storia principale ne risenta e senza che sia evidente - come succede ad esempio con Collins = il legame fra una fra un anello o l'altro o che si debba ricorre a come fa Dickens a personaggi con storie personali nuove per arricchire la storia-. In questo caso la Braddon si stacca totalmente dal genere conosciuto e già amato dagli inglesi e riduce le presenze concentrando l'attenzione sulle indagini e le scoperte. Altro fattore nuovo è il ruolo e la presenza scenica dei "testimoni": di loro conosceremo il minimo indispensabile di solito relativo al presente in cui si svolgono i fatti e, del loro passato, solo la porzione relativa ad aggiungere informazioni per le indagini. Il resto non serve sarebbe un accessorio inutile e, la cosa straordinaria, è che questo invito all'essenziale viene proprio da una donna!

Dai due colleghi famosi la Mary Elizabeth raccoglie alcuni meccanismi tecnici che permettono degli incastri perfetti che non sono proprio così evidenti se non si leggono i romanzi dell'epoca:
- la servitù. Di solito è la governante o la cameriera personale, qui è del secondo tipo. Permette di essere dove non si e anche di salvare o affondare determinate situazioni.
- la mistificazione. Quel che è non è sempre come appare, il buono non è mai completamente buono, il diretto a volte è superficiale, il semplice è vendicativo e via dicendo, sono caratteristiche comuni ad ogni romanzo del periodo. Questo espediente permette di rivoltare la storia a piacimento a seconda di che sfumatura di si da alla caratterizzazione del personaggio di volta in volta.
- La descrizione dei luoghi. Il luogo è il primo e più nitido indizio. La casa dove è nato George, la casa di Robert Audley, il (maledetto) boudoir di lady Audley e via dicendo, parlano dei personaggi che li abitano o li hanno abitati, restituiscono un sacco di informazioni del tipo se un personaggio è metodico, è a suo agio con il mondo che lo circonda, è di compagnia, è uno che dalla vita non ha avuto nulla, è un disperato etc... I luoghi per Collins, Braddon e Dickens sono chiavi di lettura che anticipano già, in parte, non lasciandosi nascondere da false piste, quali sono le reali caratteristiche dei personaggi che popolano la vicenda. Difficilmente questo genere di informazioni vengono contraddette e questa è una caratteristica identica per i tre personaggi.

Il mistero regge eccome, eppure, come farà qualche anno dopo Collins in Armadale, Mary Elizabeth non ce la fa a punire fino in fondo il suo cattivo e anche qui, la provvidenza che si intravede nella storia di Collins fa capolino inserendo un finale a sorpresa, ma a differenza di Armadale e sapendo che la mano che scrive è femminile, la punizione sarà descritta velocemente come se il più grande castigo sia essere indifferenti a ciò che gli succede.
È una bella storia che spiazza un po' all'inizio ma che, se avrete la perseveranza di continuare dopo i primi quattro capitoli decolla con un buon ritmo e si lascia leggere senza alcuna difficoltà - tranne per le pagine citate all'inizio di questa recensione che come detto hanno un motivo per esserci  -,  e che non stento a credere che questa possa aver dato filo da torcere ai colleghi della Braddon. Libro decisamente imperdibile per gli amanti del genere e del periodo.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Il segreto di lady Audley
Mary Elizabeth Braddon
Fazi Editore, Ed. 2016
Traduzione di Chiara Vatteroni
Collana "Le strade"
Prezzo 19,00€


giovedì 30 giugno 2016

#regalamiunracconto: posticipazione data di chiusura concorso

Fonte: La Martinelli

E' giovedì? E com'è che scrive un post di giovedì? Tranquilli! E' solo per comunicare che, visto che mi è stato richiesto un po' più di tempo, ho posticipato la data di consegna all'11 Luglio.

Quindi le regole scritte nel post fatto agli inizi di Giugno rimangono invariate e le trovate qui: #regalamiunracconto e puoi vincere un libro e cambia solo la data di consegna che non è più : l'1 luglio entro 24:00 ma l'11 luglio entro le 24:00.

Buona giornata e buone letture e che, il killer vegano, sia con voi!
Simona Scravaglieri


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...